Due pesi, molte misure

Fraser Speirs scrive un interessante post sul suo passaggio dall’accoppiata iPad-MacBook Pro all’uso esclusivo di un Pixelbook.

Un sacco di spunti notevoli, inframezzati da alcune imprecisioni colossali e mezze verità.

Tenendo conto che tutta la discussione nasce dall’assoluta necessità dell’autore di utilizzare la suite di Google, combinata con la volontà (non penso si tratti d’incapacità) di Mountain View di rendere difficilmente utilizzabile la stessa su iPad (delicato eufemismo) procediamo con qualche brandello di analisi in ordine rigorosamente sparso1.

A proposito del fatto che – per utilizzare GSuite – un Pixelbook sia la macchina perfetta, mentre un iPad richiede l’ausilio di un Mac:

Macs can do some things that an iPad can’t do – like access the full GSuite – and an iPad can do some things that a Mac can’t do.

Eccellente sintesi di un concetto che Apple ha chiarito dal primo istante di vita dell’iPad. Ricordate la metafora del camion e della macchina? Meglio tardi che mai.

Assistiamo poi ad una notevole serie di elogi per il Pixelbook in quanto ibrido tra un laptop ed un tablet, che consente di sfruttare “il meglio dei due mondi” senza spendere le cifre esose che Apple richiede per l’acquisto di due terminali (tralasciamo il fatto che, a fronte della suddetta cifra esosa, si hanno per l’appunto due terminali, invece che uno). Peccato che, per ammissione dello stesso Speirs:

Is the Google Pixelbook a genuinely great tablet computer? No, certainly not. It’s a very good laptop that does a passable job of some kinds of tablet tasks.

Quindi, gli serve un laptop. Tant’è vero che:

In tablet mode, it’s great for Netflix, YouTube, casual web browsing and that sort of thing.

Il che, bizzarrìa, è precisamente l’uso orientato al consumo che si rinfaccia ciclicamente ad iPad. Ma se a questo “buonissimo laptop che svolge decentemente alcuni compiti da tablet” si perdona in apparenza quasi tutto, ad iPad lo si rinfaccia come un peccato mortale.

Ad ulteriore conferma di questo doppio metro di giudizio, abbiamo la seguente perla:

Would I put the Pixelbook into tablet mode to go deep on a Google Sheets document? Of course not.

Quindi, un utente professionale ed esperto, che trova impossibile utilizzare l’iPad come unica macchina per usufruire del software non ottimizzato di un concorrente, non si sogna minimamente di utilizzare una macchina prodotta dal concorrente stesso per il medesimo compito.

Having said that, I reflect on how often I used my iPad Pro in pure “tablet mode” too – it wasn’t all that often either.

Verrebbe da dire di nuovo che forse – forse – Mr. Speirs non abbia tutta questa necessità di un tablet.
Ma proseguiamo.

The Pixelbook isn’t a better laptop than a MacBook, and it isn’t a better tablet than an iPad, but this one device satisfies 98% of my computing needs in a single package. It also costs less than half of what I would need to buy from Apple to get the same set of capabilities.

Un terminale che è peggiore di un MacBook nel fare il laptop e peggiore di un iPad nel fare il tablet e non copre nemmeno la totalità delle proprie esigenze è migliore perché costa meno.

Ed oltretutto:

Google, on the other hand, has a numerically successful phone platform that still has some quality challenges and an all-but-abandoned tablet strategy. They have a moderately up-and-coming hybrid laptop/tablet platform in ChromeOS that is seeing significant work and investment and is shipping significant feature updates on a regular basis. (Interestingly, said platform is also adopting mobile APIs/runtimes to fill functionality gaps).

2Siccome però, come sempre, tutto si riduce alle necessità personali, abbiamo un sunto della questione in una sola frase:

Google also have a genuinely wonderful collaboration platform in GSuite that has become the most important software in my life bar none. Clearly, it’s become more important to me than any software that Apple makes.

Da ultimo, una nota a margine sul confronto tra ChromeOS e iOS. Sostiene Speirs che:

One other thing that hurts to say but I believe is true is this: ChromeOS is getting better faster than iOS on iPad.

Tralasciando il fatto che ciò possa essere dovuto alla necessità da parte di Google d’inseguire Apple e recuperare terreno, nonché dalla probabile maggiore facilità di gestione che comporta l’avere un solo OS ibrido tra desktop e mobile, ciò che viene portato come argomento a sostegno della tesi mi pare alquanto traballante:

many people who have dropped laptop money on the 3rd generation iPad Pro are really buying it on more of a hope, even, than a promise that iOS 13 will make it sing.

Molte persone che hanno comprato un iPad Pro l’hanno fatto perché soddisfa le loro esigenze di computing, personali, professionali e miste che siano. Nessuno compra una macchina di alta gamma che fa 10 chilometri al litro sperando che in futuro ne faccia 20.
iPad Pro soddisfa ora le esigenze di una varietà incredibile di persone, le quali evidentemente non si trovano a dover dipendere così pesantemente da GSuite come il nostro autore.
Per costoro, comprare un PixelBook non avrebbe senso, o fornirebbe loro un’esperienza – per dirla nella lingua di Speirs – sub-par.

Se le sue esigenze sono mutate (peraltro abbastanza lentamente nel tempo, visto che per sua stessa citazione la transizione ad iPad è del 2015), bene fa a rivolgersi altrove; ma rimproverare ad una piattaforma che non fa ciò che ci serve mentre d’altro canto lodiamo chi non ci fa nemmeno passare per l’anticamera del cervello di provare a chiedere di più non mi pare molto equo.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Il fatto che non sia d’accordo con la metà di quanto scrive nel post non riduce l’interesse per il contenuto, anzi. 
  2. L’adottare API mobili per colmare le lacune viene citato anche nel caso di MacOS, solo che qui il pacchetto viene presentato come “a legacy desktop platform that’s adopting mobile app APIs to fill functionality gaps.” In ChromeOS, miracolosamente è solo “un aspetto interessante”. 

Il Galaxy Note 9 è costretto ad essere un “mezzo computer”

Leggo un post interessante di un blog che ho iniziato seguire da poco: l’autore sostiene che Apple sia impegnata ad introdurre “features ridicole” come i Memoji che “nessuno ha chiesto”, mentre Samsung con il Note 9 realizza il suo sogno di poter utilizzare un unico terminale come mobile e sostituto del PC.

Continuo a non capire questa smania di unificazione di dispositivi con interfacce, casi d’uso, storie, prospettive di sviluppo, ambiti di utilità e chi più ne ha più ne metta radicalmente diversi (non lasciamoci ingannare dalle parziali sovrapponibilità, i dispositivi sono e resteranno mondi diversi. Se poi i propri bisogni ricadono interamente in uno qualsiasi dei mondi suddetti, il “merito” o la “colpa sono daattribuire esclusivamente alla nostra personale ed irripetibile – o quasi – situazione).

Anche se fosse, comunque, il caso di perseguire tale unificazione, mi viene da pensare che Samsung vi sia costretta, al momento.

Dal punto di vista dell’utente medio, oggi chi sceglie Android al posto di ioS (o viceversa, va da sé) lo fa per una questione quasi esclusivamente di gusto personale. C’è chi si trova meglio con il robottino, per miliardi di motivi diversi, quindi si rivolge ai principali produttori che supportano questo S.O.

Questo utente “felice androidiano per scelta”, qualora dovesse decidere di utilizzare il proprio adorato S.O. in tutte le sue possibili declinazioni hardware, si troverebbe nell’invidiabile situazione che vado qui ad esporre brevemente:

1) Smartphone: moltissimi produttori, qualità variabile da “eccellente” a “caduto da camion e schiacciato da asfaltatrice”. Tra i primi, direi, possiamo tranquillamente inserire Samsung, “Google” (come marchio, non creando ovviamente hardware da sé), Huawei, OnePlus e LG (come minimo – non lo dico io, lo dice AndroidAuthority).

2) Personal computer: un emulatore con annesso tutorial di Aranzulla, oppure un Chromebook (HP, Acer, di nuovo Samsung, Asus, tra gli 11” e i 15”).

3) Tablet: rumore di grilli. Scherzo, ma nemmeno troppo: se la nostra fonte, AndroidAuthority, mette in classifca Samsung (sorpresona, eh?), Huawei e i Fire di Amazon (che però non sono proprio del tutto Android, vero Jeff?), bisogna considerare come nel settore tablet, ormai, Android sembri una città fantasma.

Quindi, potrebbe per caso essere l’attuale situazione dovuta al fatto che Samsung si trovi obbligata a rendere il proprio dispositivo più popolare (definizione ancor meno contestabile se oltre al Note si Aggiunge il Galaxy “liscio”) “multifunzione”, in modo da poter sopperire alle carenze di un S.O. che ha dimostrato difficoltà nell’adattarsi ad hardware che non sia quello degli smartphone?
Perchè spesso e volentieri si osserva la “triade” Mac/iPhone/iPad, ma molto meno spesso Chromebook/Galaxy (Note o meno)/GalaxyTab?

Evitando risposte da fanboy, forse l’argomento merita un po’ più di riflessione di quella operata dal nostro Jonathan.

Stay Tuned
Mr.Frost

INSIDE, la meraviglia di un mondo senz’anima

Ho appena finito INSIDE, di Playdead.
La software house danese, fondata nel 2006, ha all’attivo solo due titoli ma il primo è stato LIMBO (qui la versione per iPad, qui quella per MacOS), ovvero uno dei migliori titoli cui mi sia capitato di giocare da anni.

INSIDE parte, dunque, con un carico di aspettative enormi da soddisfare.

TL;DR Non solo ci riesce, a tratti quasi annulla il suo illustre predecessore.

Se LIMBO iniziava ex abrupto, INSIDE fa di più. Non solo non vi spiega nulla (come e più di LIMBO), non solo vi mette nei panni di un avatar debole ed indifeso, un bambino (di nuovo; eppure, di nuovo, si rivelerà pieno di risorse); vi piazza in un mondo da incubo, decisamente peggiore di quanto potreste immaginare.
Niente mostri a n zampe, o chissà quale creatura fantastica, sia chiaro; l’angoscia e l’orrore di INSIDE hanno origine dal peggior nemico che potreste trovarvi ad affrontare: i vostri simili, adulti.
Non sapete granché del mondo che vi circonda (e tutto lascia intendere che nemmeno il vostro alter ego ne sappia molto di più), ma ciò che dovete fare è chiaro fin da subito: fuggire, scappare lontano da tutto quell’orrore.

Lontano dai cani, dalle guardie armate che v’inseguono; lontano da tutti quei corpi, che sembrano in vita ma non lo sono, non possono esserlo.

Con i vostri (limitati, si direbbe) mezzi fisici, tutto ciò che potete fare è nascondervi, sgattaiolare, passare dove nessuno possa vedervi. Arrivare persino (e qui l’angoscia raggiungerà uno dei suoi apici) a mimetizzarvi tra quegli stessi zombie, pur di riuscire a fuggire.
Non guardare, non parlare, non muoverti se non si muovono gli altri.
Invisibile.
Camuffato.
Spaventato.
Solo.

Perché state scappando? Semplice capirlo: oltre alla costante sensazione di minaccia, cui contribuisce una palette quasi esclusivamente composta da neri e grigi (con l’unica, costante eccezione della vostra felpa rossa, più un simbolo che un capo d’abbigliamento), vi basterà fare una volta un passo falso. Ciò che vi succederà, in qualunque momento o posto lo commettiate, qualsiasi sia la natura del vostro errore, basterà a farvi desiderare di non commetterne mai più.

Da cosa e chi scappate? Perché quella gente vi vuole (apparentemente vivo o morto, il che – considerando come vengono ridotti quelli su cui mettono le mani – non sembra fare molta differenza)?
Non lo sapete. Il mondo intorno a voi mischia angosce che provengono direttamente da 1984, dai campi di concentramento nazisti, da tutta una lunga genìa di film dell’orrore di serie B, quelli in cui gli alieni schiavizzano e riducono gli umani ad automi senza volontà, persino da Matrix.

Tutto è ostile, o nel migliore dei casi indifferente. La solitudine, insieme alla paura, vi diventano familiari molto presto. Imparate a diffidare di ogni stanza, per quanto vuota ed insignificante possa apparire.

INSIDE non è un gioco per tutti. Ma è un gioco che tutti dovrebbero giocare, per capire fino a che punto possa spingersi la capacità dell’uomo di creare mondi, di scavare nelle paure dei propri simili, ma anche di provare empatia. Di lottare per non farsi ridurre a nulla, per sopravvivere, per credere che ci sia ancora qualcosa oltre: oltre la prossima angoscia, oltre il prossimo rischio mortale, oltre la prossima sfida apparentemente insormontabile.

Ed ogni volta che riuscirete a scamparla, non potrete fare a meno di sperare. Nonostante tutto intorno a voi sia troppo: troppo grande, troppo orribile, troppo opprimente.

Solo un altro gioco, recentemente, mi aveva trasmesso sensazioni simili:This War Of Mine (qui la versione iPad, qui quella per Mac).
Le differenze, però, sono evidenti: dove quello aveva scelto il realismo più esasperato (e doveva a ciò la sua capacità di ridurvi in brandelli cuore ed anima), qui Playdead può giocare con il verosimile, che – come c’insegnano tra gli altri i capolavori citati sopra – sa essere a volte molto più terrificante, attingendo a paure che nulla hanno di realistico o razionale.
Questo stesso campo di gioco, però, lascia quel minimo barlume di speranza di cui parlavamo poco fa: quanto questo somigli ad una torcia enorme vista in lontananza e quanto ad un minuscolo fiammifero osservato da un millimetro, spetta a voi deciderlo una volta arrivati in fondo.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Times that are a-changin’

If just for one thing: You take more photos with less hesitance using a traditional camera over the iPhone. Maybe it’s the form factor of the phone, maybe your subject’s fear of ending up on YouTube that let people behave differently in front of the iPhone than in front of a traditional camera.

Daydreaming of an iPad-only future — the minimal (grassetto mio)

Ricordate come, solo qualche anno fa, sottolineavamo la minore inibizione che causava nei soggetti (soprattutto in ambito documentaristico e di street photography) l’uso di un iPhone al posto di una normale macchina fotografica?

I tempi cambiano, suppongo.

Stay Tuned,
Mr.Frost

iPad is Evil

Lo sapevate? Apple è il male, e l’iPad è la testa di ponte della censura e del controllo globale.
Parola di Disinformatico.

Ieri Apple ha presentato i nuovi Watch e iPhone, un Apple TV potenziato, e un iPad gigante con tastiera e stilo. Saranno disponibili tra poco, costeranno un botto, e saranno come al solito i migliori di sempre. Come tutte le altre volte, ma stavolta con più sonniferi: è stato il Keynote più noioso della storia delle presentazioni Apple. Di novità reali, rivoluzionarie, manco l’ombra.

Comincia lo show. Innanzitutto, dopo ben 6 parole, la prima inesattezza: nessun nuovo Watch, solo una riproposizione delle novità in arrivo con WatchOs 2, prossimo all’uscita. Sono stati presentati nuovi ambiti d’uso e nuovi cinturini, ma suppongo che il nostro dormisse già. Dopotutto, “è stato il Keynote più noioso della storia delle presentazioni di Apple”: se si sa già che sarà una ciofeca, perché concentrarsi su cosa stia realmente accadendo?

Ma proseguiamo.

Ecco, vi ho appena fatto risparmiare due ore della vostra vita e tutto il tempo che avreste passato a leggere le recensioni dei prodotti Apple che appestano in queste ore tutti i siti dell’universo conosciuto. Recensioni che sono la fase finale di un ciclo acchiappaclic che frutta un pacco di soldi pubblicitari ai siti e li trasforma in grancasse promozionali per Apple: qualche settimana prima del Keynote si pubblicano gli articoli di ipotesi su come saranno i nuovi prodotti; poi si pubblicano quelli sulle indiscrezioni su come saranno; poi si mette online la raffica di articoli su come sono realmente. E intanto il contatore dei clic corre.

Ed ovviamente, come si può negare che tutto ciò sia colpa di Apple? Peraltro, non si ricorda nella storia alcuna copertura mediatica così imponente che abbia riguardato prodotti della concorrenza, quindi “Vergogna, Apple!”.

Posso dirlo una volta per tutte? Sono un utente Apple da anni, uso Mac come laptop e computer fisso, e non me ne frega niente delle ipotesi, delle indiscrezioni e delle congetture su come potrebbero essere i prossimi prodotti Apple. Chiamatemi quando si sa come sono realmente e piantatela di fare le puttane di Apple.

Dopo aver appreso che il povero Attivissimo è crudelmente obbligato a leggere tutti i siti di rumors che riguardano Apple, notiamo ammirati il salto dello squalo che ci ha portati dal parlare del Keynote al mazzolare i siti suddetti. Sorvoliamo sullo stile, l’educazione evidentemente funziona a corrente alternata. [1].

Segue considerazione condivisa nella sostanza (la tastiera è praticamente identica a quella del Surface), ma anche qui espressa con un livello di supponenza fastidioso. A parte il solito giochino del prendersela con i fanboy (fenomeno del tutto assente sulle altre piattaforme, tra l’altro, vero?), la vignetta riportata sottolinea con un surplus di volgarità un concetto tranquillamente esprimibile in maniera più civile, ottenendo, almeno nel mio caso, una specie di rigetto per principio (e posso portare testimonianze del fatto che l’idea di fondo sia la stessa che ho espresso mentre la presentazione era in corso).

Più seriamente, temo che l’iPad Pro sia un nuovo passo in avanti nella strategia di Apple per eliminare definitivamente il computer, nel senso di personal computer, quello sul quale siamo liberi di far girare le applicazioni che vogliamo, e spingerci sempre di più verso dispositivi chiusi, sui quali possiamo eseguire soltanto le applicazioni che vuole Apple, il cui modello di business è sempre più quello della Gillette: non vendere dispositivi per la produttività personale, ma vendere dispositivi che inducano i clienti a comperare servizi. Naturalmente servizi venduti da Apple.

Qui l’assurdo si fa addirittura duplice.
Apple, che produce computer, starebbe pianificando la scomparsa dello stesso. Avete capito bene.
Apple, la cui linea di pc nel 2007 (anno di introduzione dell’iPhone) era formata da Mac Mini, iMac, Mac Pro, MacBook e MacBookPro.
Apple, la cui linea di pc nel 2015 – otto anni dopo l’inizio della “strategia per eliminare definitivamente il computer” – è formata da Mac Mini, iMac, Mac Pro, MacBook, MacBook Air e MacBook Pro.

Ecco, appunto.

Quanto ai servizi, conosco gente che non utilizza un singolo servizio di Apple sul proprio terminale di iOS, all’infuori forse di iCloud: GMail, Google Maps, Google Photos, Google Calendar… (forse che Google…? Ma no, no, non è mica Apple!).

E questa strategia va benissimo a molti degli altri attori coinvolti: pirateria del cinema? Non sarà più un problema, se su un iCoso girerà soltanto il media player con DRM (sistemi anticopia) e i video senza DRM verranno bloccati o degradati. C’è Adblock che blocca le pubblicità invadenti? Per contrastare questo crimine basterà non approvarlo nell’App Store.

Apple, sul suo iCoso (chi è il fanboy, o meglio il fanboy al contrario, ora?) consente la riproduzione di musica non protetta da DRM. La vende, ed è stata la principale responsabile della rimozione dei sistemi anticopia dai files musicali in vendita, utilizzando la leva del successo commerciale di iTunesStore; forse, tra una sessione obbligata di rumors e l’altra, Attivissimo potrebbe darsi una rilettura a questo.
La stessa Apple brutteccattiva distribuisce, al momento, tramite App Store, VLC, ovvero il player multimediale open source per eccellenza. Oltre a Plex e Infuse, chiaramente.
Capitolo AdBlock; oberato com’era negli ultimi tre mesi dalla lettura forzata dei rumors, il Nostro si è perso una piccola polemica riguardante una funzione di iOS9 (la prossima versione del sistema operativo degli “iCosi”): quella a proposito del blocco della pubblicità.
Buona lettura.

Circolazione di documenti scottanti? Non sarà più un rischio, se sull’iCoso gireranno soltanto le applicazioni di lettura documenti benedette da Apple (che magari chiameranno Cupertino per informare su chi ha letto cosa e quando e dove l’ha fatto).

La stessa Apple che si vanta di questo. La stessa Apple che si comporta così.

Eccetera, eccetera. Un problema, quello del “chiamare per informare su chi ha letto cosa e quando e dove l’ha fatto”, che ovviamente colpisce solo Apple.

Comunicazioni riservate che impensieriscono inquirenti o governi, come quello americano o britannico? Problema risolto, se sull’iCoso gireranno solo le app di messaggistica approvate e con chiave di decifrazione centralizzata. Considerate, tanto per fare un esempio, che già ora WhatsApp scambia i messaggi cifrandoli nella versione Android, mentre in quella iOS sono in chiaro.

WhatsApp su Android cifra i messaggi (non direttamente, ma avvalendosi dei protocolli di Textsecure, uno dei migliori sistemi di criptazione disponibile) dalla fine del 2014. Attendiamo con ansia che si decidano ad aggiornare anche la versione per iOS (probabilmente lo faranno appena Apple smetterà di segregarli in cantina, poiché è ovviamente quella la ragione del ritardo), consolandoci nel frattempo con qualche altra applicazione (Telegram?) o con il sistema di default di Apple, che – pur se “limitato” nell’uso ai soli possessori di iPhone (e di iPad, e di Mac, e iPod Touch), alla data del 4 Novembre del 2014 non se la cavava poi tanto male.

Segue delirio sociologico para orwelliano che qui tralasciamo, poiché faticoso persino da sezionare, per la cui lettura rimandiamo al post orginale.

Su una cosa, però, siamo d’accordo (due, considerando la tastiera dell’iPad Pro):

Un iPad, se non viene sottoposto a jailbreak, è una piattaforma che non s’infetta, si aggiorna automaticamente, salva i dati automaticamente nel cloud.

Anche se le ultime due sono opzioni, mi pare comunque un bel quadretto, no?

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Questa è forse la cosa che mi ha disturbato di più. Non perché sia un puritano o un moralista, ma per la gratuità del termine volgare utilizzato.  ↩

iPad è morto. Viva iPad.

Ci risiamo.

Siamo in quel periodo dell’anno in cui iPad muore. Ciclicamente. In maniera apparentemente inevitabile.

Sembra che gli “analisti” si siano ormai specializzati nel non capire le differenze tra i vari prodotti.
O meglio, tra qualsiasi prodotto e l’iPhone.

L’iPhone è stato quanto di più vicino possiamo dire di aver osservato ad una singolarità tecnologica.

Dopo lo spartiacque del primo iPhone, tutti si sono (in più o meno tempo) abituati a considerare un touch screen come un elemento fondamentale di un telefono, e non solo. I tablet come li conosciamo ora (non i convertibili urendi che Microsoft tirò fuori anni prima) non esisterebbero senza il concetto base dell’iPhone (lastra di vetro, multitouch come unico input o quasi); probabilmente anche sistemi di controllo come il Magic Trackpad non avrebbero il successo che hanno (e no, il Magic Trackpad non è stato sdoganato dai portatili: quelli esistevano da ere geologiche, in termini di tempo informatico, e nessuno aveva mai chiesto un touchpad per un desktop).

Ancora sconvolti da questa autentica rivoluzione, gli analisti sono passati all’immediato sillogismo: l’iPhone è stato IL successo – commerciale e tecnologico – per antonomasia, ergo qualunque cosa abbia meno successo dell’iPhone è un flop.

È così abbiamo avuto, in sequenza, svariati casi di prodotti che hanno incenerito in termini di vendite la concorrenza , ma che sono destinati ad una fine terribile “perché l’iPhone”.

L’Watch (che, ricordiamolo, secondo stime abbastanza condivise ha venduto in un giorno più di quanto gli altri abbiano venduto in un anno) è l’ultimo esponente di questa categoria – suo malgrado – ma nessuno può competere con l’iPad.

Vi ricordate gli “smartphone” prima dell’iPhone? Nokia, SonyEricsson, Siemens, Palm…
E i tablet prima dell’iPad? No?

Perché in questa forma, semplicemente, non esistevano.
Il “grosso iPod Touch” (che a sua volta era stato definito “l’iPhone che non telefona” – mentre oggi siamo arrivati al punto che le nuove generazioni non distinguono quasi tra questo e l’iPhone) non ha ridefinito un mercato; non lo ha reso popolare; lo ha – in termini commerciali e di pubblico raggiunto- creato.
Ma non è l’iPhone.

Questo ha portato, da quando esiste, ad un ciclo come minimo annuale di dissertazioni infinite sul perché iPad sia condannato all’estinzione, nonché ad altrettante perle di saggezza su cosa si dovrebbe fare per impedirlo (dare consigli ad Apple, si sa, è uno degli sport preferiti del giornalismo tech).

iPad dovrebbe essere più piccolo.
iPad dovrebbe essere più grosso.
iPad dovrebbe montare OSX.
iPad dovrebbe avere uno stilo.
E via delirando.

Ovviamente, spesso si tratta di poco più che sparate a zero, nella speranza nemmeno troppo nascosta che un giorno Apple adotti una di queste soluzioni (ed è successo, con la creazione dell’iPad Mini), abbia piuttosto prevedibilmente successo, e l’esperto di turno possa così prorompere in un tonante “ve l’avevo detto, io”.
Un po’ come Gene Munster con la televisione Made in Cupertino.

Anche quest’anno, quindi, sono partite le celebrazioni del prematuro funerale di un dispositivo che – pur segnando percentuali negative nelle vendite ormai da un po’- continua a vendere qualcosa come 65 milioni circa di unità.
Il tutto nonostante il fatto che – per alcuni utilizzi – un iPad di prima generazione sia ancora perfettamente adatto; non parliamo poi dell’Highlander iPad 2.
O forse – ed è cosa che sempre sfugge ai famosi analisti – le vendite di iPad continuano ad essere imponenti proprio perché il ciclo di aggiornamento può essere così lento: perché nel mondo reale, un investimento viene valutato anche (soprattutto?) in base alle prospettive che offre.
O, per dirlo meglio:

Nel creare iPad, Apple ha dato vita a una categoria di apparecchi estremamente surdimensionata rispetto alla durata nel tempo. Alla faccia dell’obsolescenza programmata.

Lucio Bragagnolo

Stay Tuned,
Mr.Frost

Mobilità estrema

Ormai è da molto tempo che considero l’iPad il mio computer portatile.
Sapete bene come l’iPhone prima e l’iPad poi siano stati per me (e credo per tanti altri) la realizzazione dei sogni di amante della fantascienza: avere la potenza di calcolo e la versatilità di un computer sempre con sé, con ingombro minimo e piacere d’uso assoluto.

È stata una mossa logica, quando il mio computer fisso è defunto, promuovere (retrocedere?) il MacBookPro a macchina esclusivamente da scrivania, facendone di fatto l’unico computer di casa, e tuffarmi nella mobilità estrema. In fin dei conti, ci avevo provato molte altre volte in passato, con vari smartphone (o qualunque cosa all’epoca venisse spacciata per “smart”) e con la mia passione travolgente per i Palm (un Pilot prima ed un Tungsten poi).

Ho sempre pensato che mi servisse una dimensione minima sufficiente di schermo per lavorare comodamente (non uso seriamente perchè ho troppa stima dell’avverbio in questione per usarlo a sproposito con riguardo a questi quattro scarabocchi).

Quando ho acquistato il portatile, ho preferito un 14“ invece di un 12” (iBook), poi un 15“ invece di un 13” (MacBookPro).
Poi è venuto il tempo dell’iPad, ed anche quando c’è stato da scegliere tra Air e Mini, non ho avuto dubbi: era impensabile, per me, confinarmi in 8" scarsi.

Quindi è stato il momento dell’iPhone 6, con il dilemma riproposto in salsa 6Plus; avrei dovuto fiondarmi sul Plus, giusto? Batteria migliore, schermo più grande e con risoluzione maggiore, tutte caratteristiche che una volta avrei non solo gradito, ma addirittura ricercato.
Invece mi sono sorpreso ad avere ben pochi dubbi, e ad optare serenamente per il “piccolo” di casa.

Credo che l’inversione di tendenza sia indice (sempre nel mio caso, lungi da me il propormi come modello statistico, anche perchè sembra che il trend sia invece opposto) di un processo verso la ricerca dell’essenziale.
Smettete di sollevare gli occhi al cielo.
Davvero, vi si vede il bianco. Fa impressione.

Non è un minimalismo fine a se stesso, è più la consapevolezza che due fattori hanno cambiato le regole del gioco drasticamente e per sempre: la Rete (in senso molto lato) e la potenza dei nuovi dispositivi.

La Rete siamo noi, ovvero l’insieme dei nostri dispositivi. Connessi perennemente (almeno in teoria) con una quantità di risorse sterminata, certo, ma connessi soprattutto tra di loro, quindi in grado, finalmente, di collaborare davvero.
Fate mente locale: qualcuno ricorda la procedura per connettere un palmare anni 2000 (pre-iPhone, potremmo dire) ad Internet?
E quella per sincronizzare i dati (che alla fine si riducevano a poco più che calendario e contatti) con un computer?
Confrontatela con l’attuale situazione. Wireless. Integrazione. Procedure guidate (nel 90% dei casi) a prova di pirla.
E dunque la nostra capacità in mobilità non è (più, solo) quella dei dispositivi che abbiamo fisicamente con noi: è invece costituita da tutti i dispositivi che riusciamo a far interagire, spesso operando in remoto.

Questo ha portato alla nascita degli ultrabook (i cloni dell’MacBook Air), al diffondersi dei tablet, dei phablet (il neologismo urendo dell’anno™), di dispositivi che una volta avremmo considerato limitati e che oggi riescono, per proprie doti o dell’ecosistema di cui fanno aprte, a svolgere egregiamente il 99% dei compiti che gli affidiamo.
La potenza dei dispositivi poi è cresciuta anch’essa in maniera incredibile, nel settore mobile ma anche in quello dell’informatica tradizionale: questo ha consentito il successo di campagne come quella promossa da Maurizio Natali di Saggiamente, “+SSD, -GHz”, ed ha permesso a siti di grandi dimensioni ed elevata complessità come MacStories di essere sostanzialmente gestiti in totale mobilità.
Niente più ansia da prestazione, insomma, e per una gamma di utenti e di usi molto più ampia di quanto fosse lecito attendersi in così poco tempo.

Al momento, il mio “ambiente di lavoro informatico” sta tutto in una borsa, abbastanza piccola per di più: un iPad Air, un’Apple Wireless Keyboard, ed un Compass (Filippo avevi ragione, è bellissimo; e comodo, per di più – combinazione rara), il tutto protetto da questi(scoperti per caso, essenziali e robusti).
Più l’iPhone.
“Piccolo”.

Sitamo andando sempre più verso un mondo di schermi onnipresenti? Quasi certamente. Ma a chi si dispera e si strappa le vesti profetizzando distruzione, chiederei di considerare quanto questo ci abbia risparmiato di questo.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Non solo il quando, ma soprattutto il come

Based on what I’ve read and tested so far, it seems like Apple has been extremely thoughtful about the implementation and is advising developers to think deeply about enhancing their apps with multitasking.

Federico Viticci – Initial Thoughts on iOS 9’s iPad Multitasking: A Deep Transformation

Ho sentito da più fonti muovere ad Apple l’obiezione che tante (troppe? tutte?) novità annunciate in iOS9 sarebbero null’altro che implementazioni di funzionalità di cui la concorrenza dispone da tempo.
Una serie di “toppe”, insomma, per rincorrere altri sistemi operativi mobile che sarebbero più avanti nella sviluppo di nuovi strumenti da offrire all’utente, segnale di un’azienda passata da leader a follower.

Sono in disaccordo per almeno un paio di ragioni:

  1. La gara al maggior numero di features, o alla loro implementazione prima di chiunque altro, non è mai stata nelle corde di Apple. Basti pensare, ma è solo un esempio “facile” perché clamoroso, ai mille volte citati “difetti” delle prime versioni di iOS: copia&incolla, multitasking, MMS e via dicendo. Succede, però, che non solo Apple ha aggiunto quando le ha ritenute “pronte” queste ed altre features, ma anche che i concorrenti teoricamente più avanti si sono alla fine decisi ad implementare le funzioni stesse nella forma concepita da Apple (qualcuno ha osservato attentamente il menù contestuale per operare sul testo nella nuova release di Android? Familiare, n’est pas?).
  2. Apple ha (quasi) sempre preferito aspettare che la forma ed il funzionamento dei propri OS soddisfacessero altissimi requisiti di qualità, coerenza progettuale ed usabilità. Nelle – per fortuna -poche volte in cui questo non è successo, i risultati si sono dimostrati ampiamente insoddisfacenti – soprattutto se rapportati all’altissimo livello che ci si attende da Cupertino [1]. Ben venga, dunque, un anno in cui anche le nuove funzioni appaiono come già rifinite, inserite in un contesto di messa a punto generale. Insomma, benvenuto Snow iOS8 (o Mountain iOS8).

Ad ulteriore riprova di ciò, a mio avviso, l’annuncio che la nuova versione di iOS sarà disponibile addirittura per processori A5, ma eliminando in partenza il codice necessario per le funzioni non utilizzabili su hardware datato. Il che, a proposito di tuning, risolve in sol colpo le due principali cause dell’adozione ad un rateo relativamente lento di iOS8: la quantità di spazio libero necessaria – in un mondo in cui per tanti la scelta se prendere un dispositivo con più di 16GB non è mai neppure stata un’opzione – e l’ansia da prestazioni di un nuovo iOS – naturalmente più pesante – su hardware datato [2].

Sulle ultime (appieno solo sull’ultimA) generazioni hardware, invece, iOS9 promette faville, rivoluzionando il nostro modo di concepire l’iPad e sperabilmente rimuovendo per molti scettici il blocco mentale che impedisce di concepirlo appieno come un computer.

Per dirlo ancora con le parole di Federico, dopo il suo test del multitasking:

It all felt natural, and it was glorious.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. …e, aggiungerei, solo da Cupertino. È ormai sotto gli occhi di tutti come il metro di giudizio adottato nei confronti di Apple sia palesemente sbilanciato verso un’intolleranza assoluta a qualsivoglia problema e/o difetto; una situazione lusighiera da un lato, terribilmente difficile da gestire dall’altro – specialmente con i numeri di Apple – e magistralmente evidenziata da TheMacalope  ↩
  2. Sia chiaro, non installerò iOS9 su iPad2, come non ho installato iOS8. Non perché non creda che sia possibile un supporto decente da parte dell’hardware al nuovo software, bensì semplicemente perché, per l’uso che ne faccio, non mi servirebbe a niente su quella specifica macchina.  ↩

Una settimana con l’iPad

Ben Brooks si aggiunge all’ampia schiera di coloro che hanno provato ad usare l’iPad come unica macchina da lavoro (o principale, affiancata da un iPhone).

Sono esempi che, al netto delle specifiche ed incredibilmente varie necessità singole, tornano sempre utili per almeno due ragioni: avvicinano il momento del colpo di grazia all’assurda idea che l’iPad vada bene solo come macchina da content consumption, rendendo allo stesso tempo sempre più facile (grazie a mulitpli esempi pratici d’uso) capire se il sistema faccia al caso nostro ed eventualmente a prezzo di quali compromessi.

The long and the short of it is this: working from my iPad was easier than I thought, and a lot better than I had hoped.

My iPad Week — The Brooks Review

Stay Tuned,
Mr.Frost

Solo per la fruizione

[…] three months after I bought an iPad Air 2 and three years into my iPad-as-a-computer experiment, I’d like to offer some thoughts on my current iPad setup and how the device has changed my computing habits.

Because not only do I know what the iPad is good for in my life – the iPad Air 2 finally let me replace my aging MacBook Air as my main computer.

iPad Air 2 Review: Why the iPad Became My Main Computer

MacStories e Viticci al top della forma. Se doveste colpevolmente ancora cominciare a leggerlo, cominciate da qui.

Stay Tuned,
Mr.Frost