Due pesi, molte misure

Fraser Speirs scrive un interessante post sul suo passaggio dall’accoppiata iPad-MacBook Pro all’uso esclusivo di un Pixelbook.

Un sacco di spunti notevoli, inframezzati da alcune imprecisioni colossali e mezze verità.

Tenendo conto che tutta la discussione nasce dall’assoluta necessità dell’autore di utilizzare la suite di Google, combinata con la volontà (non penso si tratti d’incapacità) di Mountain View di rendere difficilmente utilizzabile la stessa su iPad (delicato eufemismo) procediamo con qualche brandello di analisi in ordine rigorosamente sparso1.

A proposito del fatto che – per utilizzare GSuite – un Pixelbook sia la macchina perfetta, mentre un iPad richiede l’ausilio di un Mac:

Macs can do some things that an iPad can’t do – like access the full GSuite – and an iPad can do some things that a Mac can’t do.

Eccellente sintesi di un concetto che Apple ha chiarito dal primo istante di vita dell’iPad. Ricordate la metafora del camion e della macchina? Meglio tardi che mai.

Assistiamo poi ad una notevole serie di elogi per il Pixelbook in quanto ibrido tra un laptop ed un tablet, che consente di sfruttare “il meglio dei due mondi” senza spendere le cifre esose che Apple richiede per l’acquisto di due terminali (tralasciamo il fatto che, a fronte della suddetta cifra esosa, si hanno per l’appunto due terminali, invece che uno). Peccato che, per ammissione dello stesso Speirs:

Is the Google Pixelbook a genuinely great tablet computer? No, certainly not. It’s a very good laptop that does a passable job of some kinds of tablet tasks.

Quindi, gli serve un laptop. Tant’è vero che:

In tablet mode, it’s great for Netflix, YouTube, casual web browsing and that sort of thing.

Il che, bizzarrìa, è precisamente l’uso orientato al consumo che si rinfaccia ciclicamente ad iPad. Ma se a questo “buonissimo laptop che svolge decentemente alcuni compiti da tablet” si perdona in apparenza quasi tutto, ad iPad lo si rinfaccia come un peccato mortale.

Ad ulteriore conferma di questo doppio metro di giudizio, abbiamo la seguente perla:

Would I put the Pixelbook into tablet mode to go deep on a Google Sheets document? Of course not.

Quindi, un utente professionale ed esperto, che trova impossibile utilizzare l’iPad come unica macchina per usufruire del software non ottimizzato di un concorrente, non si sogna minimamente di utilizzare una macchina prodotta dal concorrente stesso per il medesimo compito.

Having said that, I reflect on how often I used my iPad Pro in pure “tablet mode” too – it wasn’t all that often either.

Verrebbe da dire di nuovo che forse – forse – Mr. Speirs non abbia tutta questa necessità di un tablet.
Ma proseguiamo.

The Pixelbook isn’t a better laptop than a MacBook, and it isn’t a better tablet than an iPad, but this one device satisfies 98% of my computing needs in a single package. It also costs less than half of what I would need to buy from Apple to get the same set of capabilities.

Un terminale che è peggiore di un MacBook nel fare il laptop e peggiore di un iPad nel fare il tablet e non copre nemmeno la totalità delle proprie esigenze è migliore perché costa meno.

Ed oltretutto:

Google, on the other hand, has a numerically successful phone platform that still has some quality challenges and an all-but-abandoned tablet strategy. They have a moderately up-and-coming hybrid laptop/tablet platform in ChromeOS that is seeing significant work and investment and is shipping significant feature updates on a regular basis. (Interestingly, said platform is also adopting mobile APIs/runtimes to fill functionality gaps).

2Siccome però, come sempre, tutto si riduce alle necessità personali, abbiamo un sunto della questione in una sola frase:

Google also have a genuinely wonderful collaboration platform in GSuite that has become the most important software in my life bar none. Clearly, it’s become more important to me than any software that Apple makes.

Da ultimo, una nota a margine sul confronto tra ChromeOS e iOS. Sostiene Speirs che:

One other thing that hurts to say but I believe is true is this: ChromeOS is getting better faster than iOS on iPad.

Tralasciando il fatto che ciò possa essere dovuto alla necessità da parte di Google d’inseguire Apple e recuperare terreno, nonché dalla probabile maggiore facilità di gestione che comporta l’avere un solo OS ibrido tra desktop e mobile, ciò che viene portato come argomento a sostegno della tesi mi pare alquanto traballante:

many people who have dropped laptop money on the 3rd generation iPad Pro are really buying it on more of a hope, even, than a promise that iOS 13 will make it sing.

Molte persone che hanno comprato un iPad Pro l’hanno fatto perché soddisfa le loro esigenze di computing, personali, professionali e miste che siano. Nessuno compra una macchina di alta gamma che fa 10 chilometri al litro sperando che in futuro ne faccia 20.
iPad Pro soddisfa ora le esigenze di una varietà incredibile di persone, le quali evidentemente non si trovano a dover dipendere così pesantemente da GSuite come il nostro autore.
Per costoro, comprare un PixelBook non avrebbe senso, o fornirebbe loro un’esperienza – per dirla nella lingua di Speirs – sub-par.

Se le sue esigenze sono mutate (peraltro abbastanza lentamente nel tempo, visto che per sua stessa citazione la transizione ad iPad è del 2015), bene fa a rivolgersi altrove; ma rimproverare ad una piattaforma che non fa ciò che ci serve mentre d’altro canto lodiamo chi non ci fa nemmeno passare per l’anticamera del cervello di provare a chiedere di più non mi pare molto equo.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Il fatto che non sia d’accordo con la metà di quanto scrive nel post non riduce l’interesse per il contenuto, anzi. 
  2. L’adottare API mobili per colmare le lacune viene citato anche nel caso di MacOS, solo che qui il pacchetto viene presentato come “a legacy desktop platform that’s adopting mobile app APIs to fill functionality gaps.” In ChromeOS, miracolosamente è solo “un aspetto interessante”. 

Quote of the Day

Amazon and Google (…) say the assistants record and process audio only after users trigger them by pushing a button or uttering a phrase like “Hey, Alexa” or “O.K., Google.” But each company has filed patent applications, many of them still under consideration, that outline an array of possibilities for how devices like these could monitor more of what users say and do. That information could then be used to identify a person’s desires or interests, which could be mined for ads and product recommendations.

In one set of patent applications, Amazon describes how a “voice sniffer algorithm” could be used on an array of devices, like tablets and e-book readers, to analyze audio almost in real time when it hears words like “love,” bought” or “dislike.” A diagram included with the application illustrated how a phone call between two friends could result in one receiving an offer for the San Diego Zoo and the other seeing an ad for a Wine of the Month Club membership.

The New York Times

Ma noi possiamo continuare tranquillamente a preoccuparci di un inesistente braccialetto per identificare più agevolmente i prodotti sullo scaffale di un centro di distribuzione.

  • Hey, Alexa, quanto siamo scemi?
  • (silenzio pietoso)

Stay Tuned,
Mr.Frost

Quote of the Day

Schools, in particular, shouldn’t be relying upon technologies built by companies with a business model dependent on mass data collection.

Nick Heer – Apple’s “New” Education Strategy

La differenza tra “sponsor” e “sponsor per interesse esclusivo di chi sponsorizza” comincia ad emergere chiara anche in chi finora sembra essersene preoccupato poco (si parla di intere fasce di utenti/clienti/soggetti coinvolti, sia chiaro, il povero Nick Heer è solo un ambasciatore).
Chi si preoccupa del fatto che Google (o Facebook, Twitter o chiunque altro “lavori” nel medesimo modo) abusi della propria competenza tecnologica per fare incetta ed abusare dei suoi dati sensibili, non cita quasi mai l’uso intensivo che dei prodotti di BigG si fa nelle scuole.
Un problema che spero riusciremo a riconoscere e gestire prima che ci scoppi in faccia stile “Cambridge Analityca”.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Anche l’analisi da cui parte Nick per sollevare dei – legittimi – dubbi, ad opera del buon Bradley Chambers (uno che sul binomio Apple-Scuola potrebbe scrivere interi trattati) merita il tempo per una lettura approfondita.

Quote Of The Day

[…] qualche tempo fa BBC ha messo on line una pagina web che contiene i link a tutti gli articoli che ha pubblicato e che la norma europea sulla protezione dei dati ha eliminato dalle ricerche di Google. Quella pagina, indicizzata da Google, contiene l’elenco di pagine che Google ha smesso di indicizzare e rappresenta, in tutto il suo splendore, la follia e l’inestricabile complessità del contesto digitale, oltre che l’imbarazzante pochezza delle scelte del legislatore.

La stupida norma sul diritto all’oblio – Il Post

Stay Tuned,
Mr.Frost

The post that weren’t – Google, il pesce d’Aprile e la responsabilità

Google, nonostante la penetrazione nella cultura popolare, non è pop.

È un covo di nerd che sembrano avere fondamentalmente due obiettivi: [1]

  1. Far vedere a tutti (specialmente agli altri nerd) quanto siano bravi.
  2. Sembrare a tutti costi meno nerd (tranne che agli altri nerd).

Quello però che difetta ai nerd, soprattutto a quelli non (auto)reclusi in uno sgabuzzino, è una reale coscienza dei danni che possono arrecare a chi abbia normali interazioni sociali.

Tra nerd è (può essere) figo inserire in una mail – anche di lavoro – una gif con un Minion sprezzante; in fondo, è il motivo per cui esistono i Bot in Slack (che è forse al momento uno degli strumenti più usati sul lavoro) e gli stickers in Telegram.

Ma al di fuori dell’ambiente tech (a mio avviso anche all’interno, ma vabbè) l’unico reazione possibile è un misto tra “questo è un idiota” e “eh?”.

Chiaramente, tutto questo non ha creato alcun problema, perchè nel 2016 la posta elettronica non viene usata per comunicazioni ufficiali e…oh, al diavolo.

Il bel risultato è stato di allegare Re Bob a mail che servivano per esempio ad ottenere colloqui di lavoro, culminando addirittura – pare – con una intrusione in una mail di risposta inviata da un’agenzia di pompe funebri (e non era pubblicità, si dice…).

Aggiungete a tutto il disastro il fatto che “Mic drop” fosse attivato da un pulsante posizionato al posto di Invia e Archivia (una delle funzioni più usate di GMail).

Le polemiche seguite alle innumerevoli lamentele degli utenti hanno costretto Big G a ritirare in fretta e furia lo scherzo, con tanto di scuse ufficiali.

Quello che rimane, a noi risparmiati dal flagello “Mic Drop”, è una sgradevole [2] sensazione di *scollamento*: lo scollamento dalla realtà di quel motore di ricerca che in molti casi aiuta a definirla, ma pare abbia serissime difficoltà a capire quando uno scherzo è semplicemente inopportuno.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Ora che Google pare volersi convertire in una compagnia “machine learning first”, mi viene spontaneo domandarmi se questo genere di “inciampi” aumenteranno o diminuiranno durante la naturale ed invita bile fase di assestamento. Meglio un pessimo senso dell’umorismo (umano) o nessun senso dell’umorismo (automatico)?


  1. Strategie finanziarie a parte, qui ci limitiamo a parlare degli ingegneri.  ↩

  2. Resa ancor più sgradevole dal fatto che la scena è una delle – poche – davvero divertenti del film.  ↩

Ma a Google, interessa la tua sicurezza?

At some point between the original announcement in September of 2014 and the publication of the Android 5.0 hardware requirements in January of 2015, Google apparently decided to relax the requirement, pushing it off to some future version of Android.

Google Backs Away From Requiring Android Lollipop Devices to Be Encrypted by Default

Google sembra, in tante circostanze, un gigante dai piedi d’argilla.
Che il maggior operatore dell’advertising, proprietario di quello che (direi) è il miglior algoritmo di ricerca del mondo, che regala (a livello economico, perché in realtà sappiamo che i numerosi vincoli imposti agli OEM lo rendono a tratti piuttosto oneroso da adottare) il più diffuso sistema operativo mobile, non riesca ad imporre una misura di sicurezza nell’interesse dei propri utenti, lascia perplessi.

A meno che.

A meno che una crittazione integrale del terminale non sia poi considerata così importante da Mountain View, rivelandosi in ultima analisi solo materia buona per un annuncio per le allodole

Stay Tuned,
Mr.Frost

Il Grandissimo Fratello

According to a recent survey by the consumer research firm Survata, people care more about Google accessing their personal electronic data than they do the NSA, their boss, their parents, or their spouse. Which is unfortunate, given that your parents and boss will probably never see everything you search, e-mail and click — while Google logs that material more or less all the time.

Everything Google knows about you (and how it knows it) – The Washington Post

La percezione dipende da tanti fattori: la copertura data alle notizie, il modo in cui vengono riferite, quanto spesso si parla dei problemi sottostanti a qualunque tecnologia (che, ricordiamolo, se è sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia).

Viviamo in un mondo in cui ci sono persone che si preoccupano più seriamente delle scie chimiche e di Echelon che della diffusione che essi stessi danno al proprio numero di cellulare o a dati ugualmente sensibili.

Ci sono persone che pensano che gli Illuminati governino le sorti del mondo, ma nulla sanno e per nulla si preoccupano dell’ingegneria sociale.

La conoscenza è potere, si dice: quello che non si dice abbastanza, però, è che l’ignoranza è potere altrui.
E quale uomo è in grado di dire no al potere?

Soprattutto quando, considerato il nostro stile di vita, gran parte del profiling è non solo volontario, ma addirittura inevitabile

But if you want to avoid Google’s gaze entirely, some more radical lifestyle changes may be in order — like, maybe consider quitting the Internet and moving into the woods. Just make sure you bring lots of survival guides with you. In case of emergency, there will be no Google search.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Flawless execution

About the Google I/O:

Then came a string of demos that Google probably wishes it could redo, including apps that wouldn’t load, a game graphics demo that was flickering and repeatedly cut out, and a coding example that had to be attempted three times before it displayed properly. It was all very strange, and the awkward mumbling from the audience whenever something broke certainly didn’t help matters.

Mike Wehner

Good job, Google.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Manovra a tenaglia

The hard truth is, to be a fully paid up member of modern society, you need to be active on the social web. To ignore this fact of life – to foolhardily stick it out – is effectively self exile. Exile from the only real nation that matters: the Google nation.

Sebastian Anthony for Extremetech

Il ragionamento, pur se per stessa ammissione dell’autore decisamente “estremizzato”, serve a mio avviso come spunto per una riflessione importante e piuttosto inquietante.

C’è una diffusa e oramai acclarata difficoltà nell’uscire da un dato ecosistema. Che sia Apple, che sia Google, che sia Microsoft.

Se hai un Mac, iPod, iPhone, iPad…è dura. Le apps, i programmi, i film da iTunes con DRM.
Se hai Windows8, Windows Phone, Zune…è dura. Ma almeno è una liberazione. 😀

Ma in fin dei conti, si può fare.

Voglio dire, ci si rimette un po’ di soldi, un po’ di tempo, un po’ di neuroni e un po’ di stabilità nervosa… ma si fa.
Somiglia a quando fai il passaggio da una console ad un’altra. E non si parla di passaggio di generazione: quando ho acquistato la XBOX360, il 90% dei giochi della “vecchia” XBOX ha continuato a funzionare regolarmente grazie al sistema di “emulazione interna”.
Si parla proprio di “salto di piattaforma”, tipo XBOX360/PS4 (vero, Max? 😉 ).

Vendi la console, vendi i giochi, e cominci da zero, tanto la vita utile è piuttosto lunga…se non sei un fanatico.

Ma Google.
Mettiamo caso, con un esempio del tutto incidentale, che uno voglia cancellare il proprio account GMail: oltre alle comunicazioni di rito (cioè annunciare il cambiamento di indirizzo a tutti i propri contatti), ci sono complicazioni formali che si aggiungono a pratiche non proprio trasparenti (qualcuno ricorda le attivazioni di default di G+? O la raggiungibilità, anch’essa di default, sempre su G+?).

A ciò si aggiunga il fatto che Google, in qualche modo, indicizza a fini pubblicitari anche le conversazioni via mail, purchè almeno uno dei partecipanti abbia un account GMail.

Esatto. Tanti auguri per il vostro trincerarvi dietro un account Hotmail, o addirittura un server proprio o a pagamento.

E poi c’è la faccenda Nest. Tutti ad incensare Google per l’acquisizione di Nest, ovviamente facendo abbondantemente notare come il fondatore della suddetta società sia nientepopodimenoche quel Tony Fadell che in Apple ci ha passato qualche annetto…

Fadell ha speso un bel po’ di tempo, di connessione e di credibilità per giurare e spergiurare che Google non avrebbe messo il naso nei nostri termostati.
Nice try, Tony.

Il termostato smart. Il cellulare Android ed il tablet (ammesso che riescano a venderne qualcuno). L’auto che si guida da sola. Gli occhiali smart. E chissà quanto altro.
Se è vero, da un lato, che il 90% dei progetti di Google sono, appunto, progetti e basta (non penserete mica di non-guidare l’auto di Mountain View alla veloce, vero? E i Glass per ora sono un giochetto da 1500$…), dall’altro bisogna considerare quale sembra essere la roadmap di Google: l’ambizione, palese ed anche piuttosto ovvia per una società ad-based e ad-driven, è quella di sparire.

Diventare ambiente.
Riusciremo non dico ad impedirlo, ma almeno ad acconsentire, qualora volessimo, in maniera cosciente ed informata a trasformarci in carne da marketing?

Stay Tuned,
Mr.Frost

The very problem with Google – Courtesy of Asymco

There is a business in Google but it’s a very obscure topic. The “business side” of the organization is only mentioned briefly in analyst conference calls and the conversation is not conducted with the same team that faces the public. Even then, analysts who should investigate the link between the business and its persona seem swept away by utopian dreams and look where the company suggests they should be looking (mainly the future.)

[…] this laboratory runs only as long as the grant money keeps coming.
[…] So far the money rains down from heaven, but that rain is not infinite nor permanent.

In other words, the answer seems to be that if enough great technology is developed or acquired, then a business model will appear (think about it as a probability problem) and the vulnerability of revenue sources is managed.

Horace Didieu – Asymco

So, it’s only a financial problem, wether the Google’s “phantom business model” is sustainable or not?
Not exactly:

The deeper problem is in us knowing their intentions. The absence of a purpose rooted in profit makes Google resistant to analysis. There might be a purpose, known only to the founders[or not known at all], but it’s one that is potentially naive, amoral or too abstract to be useful.

The trouble lies in that organization also having de-facto control over the online (and hence increasingly offline) lives of more than one billion people. Users, but not customers, of a company whose purpose is undefined.

Scary but (because?) illuminating.

Stay Tuned,
Mr.Frost