Fraser Speirs scrive un interessante post sul suo passaggio dall’accoppiata iPad-MacBook Pro all’uso esclusivo di un Pixelbook.

Un sacco di spunti notevoli, inframezzati da alcune imprecisioni colossali e mezze verità.

Tenendo conto che tutta la discussione nasce dall’assoluta necessità dell’autore di utilizzare la suite di Google, combinata con la volontà (non penso si tratti d’incapacità) di Mountain View di rendere difficilmente utilizzabile la stessa su iPad (delicato eufemismo) procediamo con qualche brandello di analisi in ordine rigorosamente sparso1.

A proposito del fatto che – per utilizzare GSuite – un Pixelbook sia la macchina perfetta, mentre un iPad richiede l’ausilio di un Mac:

Macs can do some things that an iPad can’t do – like access the full GSuite – and an iPad can do some things that a Mac can’t do.

Eccellente sintesi di un concetto che Apple ha chiarito dal primo istante di vita dell’iPad. Ricordate la metafora del camion e della macchina? Meglio tardi che mai.

Assistiamo poi ad una notevole serie di elogi per il Pixelbook in quanto ibrido tra un laptop ed un tablet, che consente di sfruttare “il meglio dei due mondi” senza spendere le cifre esose che Apple richiede per l’acquisto di due terminali (tralasciamo il fatto che, a fronte della suddetta cifra esosa, si hanno per l’appunto due terminali, invece che uno). Peccato che, per ammissione dello stesso Speirs:

Is the Google Pixelbook a genuinely great tablet computer? No, certainly not. It’s a very good laptop that does a passable job of some kinds of tablet tasks.

Quindi, gli serve un laptop. Tant’è vero che:

In tablet mode, it’s great for Netflix, YouTube, casual web browsing and that sort of thing.

Il che, bizzarrìa, è precisamente l’uso orientato al consumo che si rinfaccia ciclicamente ad iPad. Ma se a questo “buonissimo laptop che svolge decentemente alcuni compiti da tablet” si perdona in apparenza quasi tutto, ad iPad lo si rinfaccia come un peccato mortale.

Ad ulteriore conferma di questo doppio metro di giudizio, abbiamo la seguente perla:

Would I put the Pixelbook into tablet mode to go deep on a Google Sheets document? Of course not.

Quindi, un utente professionale ed esperto, che trova impossibile utilizzare l’iPad come unica macchina per usufruire del software non ottimizzato di un concorrente, non si sogna minimamente di utilizzare una macchina prodotta dal concorrente stesso per il medesimo compito.

Having said that, I reflect on how often I used my iPad Pro in pure “tablet mode” too – it wasn’t all that often either.

Verrebbe da dire di nuovo che forse – forse – Mr. Speirs non abbia tutta questa necessità di un tablet.
Ma proseguiamo.

The Pixelbook isn’t a better laptop than a MacBook, and it isn’t a better tablet than an iPad, but this one device satisfies 98% of my computing needs in a single package. It also costs less than half of what I would need to buy from Apple to get the same set of capabilities.

Un terminale che è peggiore di un MacBook nel fare il laptop e peggiore di un iPad nel fare il tablet e non copre nemmeno la totalità delle proprie esigenze è migliore perché costa meno.

Ed oltretutto:

Google, on the other hand, has a numerically successful phone platform that still has some quality challenges and an all-but-abandoned tablet strategy. They have a moderately up-and-coming hybrid laptop/tablet platform in ChromeOS that is seeing significant work and investment and is shipping significant feature updates on a regular basis. (Interestingly, said platform is also adopting mobile APIs/runtimes to fill functionality gaps).

2Siccome però, come sempre, tutto si riduce alle necessità personali, abbiamo un sunto della questione in una sola frase:

Google also have a genuinely wonderful collaboration platform in GSuite that has become the most important software in my life bar none. Clearly, it’s become more important to me than any software that Apple makes.

Da ultimo, una nota a margine sul confronto tra ChromeOS e iOS. Sostiene Speirs che:

One other thing that hurts to say but I believe is true is this: ChromeOS is getting better faster than iOS on iPad.

Tralasciando il fatto che ciò possa essere dovuto alla necessità da parte di Google d’inseguire Apple e recuperare terreno, nonché dalla probabile maggiore facilità di gestione che comporta l’avere un solo OS ibrido tra desktop e mobile, ciò che viene portato come argomento a sostegno della tesi mi pare alquanto traballante:

many people who have dropped laptop money on the 3rd generation iPad Pro are really buying it on more of a hope, even, than a promise that iOS 13 will make it sing.

Molte persone che hanno comprato un iPad Pro l’hanno fatto perché soddisfa le loro esigenze di computing, personali, professionali e miste che siano. Nessuno compra una macchina di alta gamma che fa 10 chilometri al litro sperando che in futuro ne faccia 20.
iPad Pro soddisfa ora le esigenze di una varietà incredibile di persone, le quali evidentemente non si trovano a dover dipendere così pesantemente da GSuite come il nostro autore.
Per costoro, comprare un PixelBook non avrebbe senso, o fornirebbe loro un’esperienza – per dirla nella lingua di Speirs – sub-par.

Se le sue esigenze sono mutate (peraltro abbastanza lentamente nel tempo, visto che per sua stessa citazione la transizione ad iPad è del 2015), bene fa a rivolgersi altrove; ma rimproverare ad una piattaforma che non fa ciò che ci serve mentre d’altro canto lodiamo chi non ci fa nemmeno passare per l’anticamera del cervello di provare a chiedere di più non mi pare molto equo.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Il fatto che non sia d’accordo con la metà di quanto scrive nel post non riduce l’interesse per il contenuto, anzi. 
  2. L’adottare API mobili per colmare le lacune viene citato anche nel caso di MacOS, solo che qui il pacchetto viene presentato come “a legacy desktop platform that’s adopting mobile app APIs to fill functionality gaps.” In ChromeOS, miracolosamente è solo “un aspetto interessante”. 

Ogni tanto, rivedo gli strumenti con cui scribacchio queste righe.
Dopo più di un anno con Ulysses, pur ritenendolo nel complesso il miglior editor Markdown su iOS/Mac, nonché un programma splendidamente realizzato, mi ha preso la curiosità di provare altro.

Non è sperimentazione fine a se stessa, sia chiaro: non sento il “bisogno” di cercare l’app definitiva, pure divertendomi molto a leggere le migliaia di parole che vengono scritte sull’argomento. La questione ha origine dal medesimo motivo per cui ho scelto di scrivere in Markdown: voglio essere – per quanto possibile – indipendente da uno specifico software e/o piattaforma.

Una breve ricerca svela una quantità imbarazzante di editor per quello che sta diventando (forse lo è già) il più diffuso linguaggio di scrittura “text only”: oltre ai big (Ulysses e Byword su tutti), noto però che gode di ottima fama 1Writer.
Un’app che avevo scaricato letteralmente ere fa, direi addirittura ai tempi del fine carriera del mio iPad 1.

Ovviamente, non posso resistere alla curiosità, tanto più che soddisfa almeno due dei requisiti per me fondamentali: sincronizzazione via iCloud e “multipiattaforma Apple” completo (iPhone, iPad e Mac con specifiche versioni).

Quindi nelle prossime settimane proverò a “svincolarmi” da Ulysses, controllando se l’erba sia altrettanto verde in altri prati.

Avevo scritto queste righe qualche giorno fa. Poi ho pensato di testare iA Writer, che già conoscevo ma non ho mai utilizzato a lungo.

Infine ho provato mWeb: molto bello, molto flessibile, ma questa varietà di editor, tutti i con i propri punti di forza, rivela solo una cosa: i fuoriclasse qui sono solo due, almeno per chi non ha esigenze di automazione estrema (escludendo quindi Working Copy e Editorial).

Quei due fuoriclasse sono Ulysses e Byword.

Completi, personalizzabili, semplici da usare finché non si vuole scavare sotto la superficie, questi due editor sono – quasi – tutto ciò che il 90% dei blogger/scrittori generalisti può desiderare.

Non resta che scegliere se si preferisce la modalità ad abbonamento o quella una tantum, certi che, qualunque sia la scelta, si cadrà in piedi.

Stay Tuned,
Mr.Frost

I love beautiful photography and there is a lot of that on IG. Where else can I gawk at the work of some of my favorite photographers. IG is owned by Facebook, and it does all the shifty things it’s parent does — tracking, manipulating, popularity driven algorithms, and lack of empathy. But good lord, there is some beautiful art there too.

I have started a photo blog — where I cross post all photos I share on Instagram. I think it is a matter of time, before it becomes my primary spot for sharing photos.

The Long Goodbye (To Facebook)

Tutto ciò che avrebbe voluto/potuto/dovuto fare Flickr, lo sta facendo Instagram; che non è – ovviamente – esente da difetti, penso inevitabili quando si superano certe dimensioni e la proprietà si chiama Facebook (ancora adesso mi viene un brivido ogni volta che mi propone di lasciargli dare un’occhiata ai miei contatti per trovare nuovi utenti interessanti), ma ha ormai una fama stabile e meritata.

Tutto quello che – ad un certo punto – è parzialmente riuscito a fare G+ (trasformatosi in una specie di “covo per fotografi” più o meno inconsapevolmente), l’ha fatto scientemente Instagram.

Mi chiedo se, nella situazione attuale, la parte più difficile di una qualunque startup “service” su Internet sia quella social.
Forse è sempre stato così, in fin dei conti Apple aveva già un’enorme potenza di fuoco quando provò (ripetutamente) a creare una componente social in iTunes, fallendo (ripetutamente).
È di questi giorni la mia dipartita (disinstallazione dell’app senza una credibile chance di reinstallazione rebus sic stantibus) da Vero social.
Un affascinante esperimento, dotato di ottime idee di partenza (sia quelle di puntare su account “vip” come fa IG, sia di dividere i contatti in “cerchie” simili a quelle di G+), di un’app abbastanza raffinata da non sembrare una beta disperata buttata lì per vedere “se attacca”, naufragata (non perché non la usi io, sia chiaro! Semplicemente perché non conosco nessun utente al di fuori dei due con cui mi sono iscritto, e che ad occhio l’hanno abbandonato prima di me) nel mare magno dell’indifferenza.

La condanna, a ben vedere, si poteva già dare per emessa nel momento in cui la stampa generalista – uso questo termine nel senso più deteriore possibile – non aveva tributato al servizio nemmeno uno squallidissimo articolo preconfezionato stile “la startup che sfida i giganti dei social”. Se non sei degno nemmeno della “colonna gattini” di un quotidiano online, sei morto prima ancora d’iniziare.

Un social network senza utenti non è solo inutile; è inesistente.
Come convincere la gente a condividere le proprie colazioni e le passeggiate col cane sull’ennesimo clone di Twitter o Facebook è il vero nodo da affrontare per chiunque voglia avere anche solo una chance in questo campo.

È interessante, secondo me, notare come il compito si rivelerà sempre più difficile per almeno due motivi, tra di loro apparentemente inconciliabili:

1) Il fatto che (più o meno) ogni “wannabe nuovo Facebook” aggiunga mediamente almeno un aspetto o una funzione interessante e “originale’, non porterà al risultato che chi dovesse riuscire ad implementarle tutte crei il social perfetto; l’unico risultato che otterrà sarà quello di apparire come un insieme di caratteristiche “già viste”o “copiate da altri”.

2) L’emorragia di utenti dai due principali social network nonproduce un’orda di utenti in cerca di una nuova casa, ma solo gente convinta che sui social non valga la pena passare del tempo (e potrebbero avere ragione).

Quindi, come capita per altre cose nel tempo “date per scontate”, il mondo dei social network favorisce gli attori già in campo: che gli equilibri cambino, che qualcuno si estingua magari, non rende più facile per i nuovi arrivati guadagnare massa critica.

Instagram ha il vantaggio di essere qui da molto tempo, e di aver anche apparentemente superato la “botta” dell’acquisizione da parte di Facebook.
Complice il fatto, forse, che fosse già famoso e frequentato prima che Big Blue F ci mettesse sopra le zampe, gli utenti (m’inserisco nel novero) anche più smaliziati e coscienti della promiscua gestione di dati tra le due compagnie (formalmente ancora separate) lo vivono come una succursale remota, in cui l’occhio dei capi arriva di rado, e per la quale l’interesse è secondario, cosa che la mette al sicuro da tentazioni di data mining stile Cambridge Analytica.

Sembra anche che – dopo svariati, pericolosissimi “esperimenti” – IG abbia raggiunto una propria forma stabile, beneficiando dell’incredibile varietà di contenuti che i suoi utenti caricano ed esponendoli attraverso un’interfaccia che (Dark mode e visualizzazione a pieno schermo assenti a parte) condensa un ampio numero di funzioni our mantenendosi sufficientemente chiara e “leggera”, a tutto beneficio del contenuto stesso.

Se questa stabilità si trasformerà in solidità o in stagnazione, determinerà quanto a lungo usufruiremo dei servizi di quello che – al momento – è l’unico vero social network fotografico.

Stay Tuned.
Mr.Frost

Capita, a volte, che le occasioni si presentino in una forma inaspettata. Per esempio, sotto forma di offerta Black Friday di un software che nemmeno sapevi esistesse, nel momento in cui stai cercando un nuovo editor Markdown che abbia almeno le seguenti caratteristiche:

  1. Multitasking Apple (app iOS e MacOS native)
  2. Sincronizzazione iCloud
  3. Formula d’acquisto “una tantum”, quindi senza abbonamento

Ed ecco a voi mWeb, l’ospite inatteso alla festa del rinnovamento possibile di questo blog.

Seguirà recensione approssimativa ed umorale come da prassi.

Pro:

  1. Figo
  2. Personalizzabile
  3. Supporta la pubblicazione su un sacco di servizi differenti (WordPress self-hosted e non, Medium…quanto facilmente, lo vedremo subito)
  4. Il supporto al Markdown è – ad una prima occhiata – impeccabile (non è una cosa così scontata)

Contro:

  1. Non supporta TextExpander (non un peccato mortale, ma chiederò agli sviluppatori notizie a riguardo)
  2. Non supporta l’autenticazione biometrica, che ormai usa anche il tostapane (male, molto male)

Da valutare:

  1. Il sistema di catalogazione e gestione dei files
  2. L’integrazione con altre app (per esempio, la facilità con cui si possono eventualmente creare bozze tramite estensione direttamente da Safari), uno dei punti di forza di Ulysses.

Per ora, quello che vedo mi piace molto. L’uso dirà se è solo apparenza o un valido sostituto per app più blasonate e pubblicizzate.

Stay Tuned,
Mr.Frost

L’odissea è terminata.

Pensavate di risparmiarvela, la battutona, eh?

Davvero ci avevate sperato?

Allora non mi conoscete.

Riferimenti vetero scolastici a parte, ci siamo.

Ultima (sperabilmente) puntata della saga di Ulysses, l’editor di testo Markdown migliore sul mercato che non voleva farsi utilizzare da me.

Riassunto delle puntate precedenti:
dopo una breve ma travolgente passione ai tempi della sua versione III su Mac, avevo accantonato Ulysses per un paio di motivi.
L’impossibilità di pubblicare direttamente su WordPress e la mancanza di una versione per iOS mi avevano spinto tra le braccia di ByWord, che reputo a tutt’oggi il miglio editor di testi Markdown per piattaforme Apple se non necessitate di particolare complessità di gestione.

Con il tempo le due lacune sono state elegantemente ed efficacemente colmate, riaccendendo così la mia curiosità per l’applicazione di The Soulmen.

A costo di sentirmi dare del matto (cosa regolarmente avvenuta, peraltro) investo anche nella versione iOS e mi ritrovo con un sistema di scrittura ancora migliore di quanto lo ricordassi.
Qui infatti emerge la prima differenza sostanziale con Byword (che – se non l’aveste capito – in virtù di quanto scritto sopra fungerà da pietra di paragone più o meno esplicita durante tutto il racconto).

Byword è splendidamente minimalista, con ciò intendendo che ha tutte le funzioni che si possono chiedere ad un editor e nulla in sovrappiù. Potremmo definirlo come appartenente a quella categoria di applicazioni con un focus ben preciso, ma che non sacrificano funzioni o libertà di movimento dell’utente in nome di scelte progettuali esplicite a monte (come invece fa – a mio avviso e per esempio – iAWriter).

Ulysses è diverso.
Organizzazione, flessibilità, personalizzazione.
Che si debba gestire un blog leggero come questo o un romanzo da 1000 pagine e 50 capitoli, l’applicazione mastica tutto in scioltezza.

Tutta questa – lunga, lo ammetto – divagazione iniziale per rendere l’idea di quanto fossi curioso e felice di poter usare finalmente il programma di The Soulmen come base operativa unica (Drafts escluso. Io adoro Drafts, credo di averlo detto qualche volta di sfuggita).

Installo dunque la suite su tutti e tre i dispositivi, configuro il tutto a piacere, attivo la sincronizzazione iCloud e scribacchio due righe tanto per riscaldarmi e fare conoscenza con l’ambiente di lavoro.

Il passo successivo consiste – ovviamente – nel fornire i dati necessari alla pubblicazione su WP self-hosted: nome utente, password, url del sito.
Roba banale, campi compilati in un soffio, tanto da non rendermi nemmeno conto che l’url fornito d’esempio comincia con https.

Test di autenticazione, qualche secondo (un po’ tanti…ma insomma, è il primo accesso) e… Timeout di connessione.
Alternative invitanti: Richiedi assistenza o Annulla.

L’assistenza è per le signorine e per i casi in cui serve il supporto aereo, quindi annullo e riprovo.

Qui noto l’url sicuro richiesto, mi domando per circa 5 secondi se quello strano requisito non sia per caso necessario, e decido di approfondire.
In nessuno degli articoli che trovo online si fa menzione della necessità di un https, quindi deduco (non essendo così automatico il possederlo, nè scopro particolarmente facile o economico) non sia altro che una possibilità.

Decido di sorvolare, e imputo il timeout alle meravigliose tre tacche scarse in 3G che Fastweb – tramite rete 3 – mi offre in campagna. 1

Durante un passaggio radente a casa, forte del Wi-Fi, ritento l’operazione.
Con il medesimo, sconfortante risultato.

Ricorro quindi al metodo di verifica proprio di chi ha a stento il pollice opponibile: copio e incollo il post sul fido ByWord, e procedo spavaldamente alla pubblicazione.

Timeout di connessione.
Ooops.

Una breve verifica con Safari mi conferma che il blog è irraggiungibile, perché “Il server ha smesso di rispondere”.
Eh, beh, ma allora è un problema del server. Facile.
Ulteriore controllo su TopHost, da cui ovviamente risulta che…è tutto a posto.

Perplesso, rimando tutto a domani. (cit.)

Dopo circa 12 ore, ulteriori indagini (e caffè), il sito sembra essere regolarmente raggiungibile, quindi procedo ad un nuovo tentativo di pubblicazione.
Questa volta, niente timeout, quindi tutt’appos…No. Check, sito irraggiungibile per circa dieci minuti, trascorsi i quali tutto ritorna a posto; del post, però, non c’è la minima traccia.

A questo punto, si sfora nella questione di principio.2

Il problema viene comunicato contemporaneamente al servizio di hosting e agli sviluppatori.
TopHost, pur con qualche inceppamento iniziale, mette in moto la macchina dell’analisi, che però porta a risultati assai scarsi. Complice un difetto di comunicazione (non mi viene minimamente spiegato quali verifiche vengano effettuate, e pare che le mie indicazioni riguardo alle circostanze in cui si verifica il blocco siano considerate poco), tutto ciò che ottengo è una serie di ticket chiusi senza che nulla sia cambiato.
The Soulmen, da parte propria, si dimostra molto disponibile ma abile solo a suggerire una serie di domande da “girare” all’host. Decisamente scomodo e – almeno nell’immediato – poco fruttuoso per i motivi di cui sopra.

Si va avanti così per un bel po’, finché la questione viene presa di petto da TopHost (suppongo anche in seguito ad una mia moderata rimostranza) e si comincia ad intuire l’origine del problema.

Spunta fuori che il server viene paralizzato in seguito all’intervento del “sistema anti hacking”: vengono effettuati “ripetuti richiami ravvicinati al file xmlrpc.php”, comportamento che il sistema interpreta come anomalo e sintomo di un attacco.
Riferisco agli sviluppatori, ed effettivamente mi viene comunicato che Ulysses effettua parecchie chiamate per recuperare dati ed impostazioni dal server: viene anche suggerito di chiedere a TopHost una “deroga” al sistema per impedire che questo venga letto come un comportamento ostile.

Inutile dire che non è possibile.

Ottengo però un “allentamento” dei suddetti parametri, che portano la tolleranza a 20 richiami in 5 minuti.

Tanto basta.

Ulysses ora funziona regolarmente, dopo qualche post ancora non si sono verificati problemi, e la situazione sembra essersi stabilizzata.

Riassumendo: ci sono innumerevoli variabili invisibili che determinano il funzionamento dei sistemi complessi, soprattutto attraverso le reciproche interagenze.
Internet, anche se un sacco di gente si sforza di convincerci del contrario, è un sistema complesso. Con un sacco di interagenze.
Non sappiamo (non so) perché ByWord non effettui così tante chiamate da irritare il server mentre Ulysses (ed altri, a quanto pare) ne hanno bisogno.
Sappiamo che non è possibile, per uno sviluppatore come per un hosting, effettuare un testing esaustivo delle sostanzialemente infinite combinazioni software che è possibile usare per produrre e distribuire il medesimo contenuto.
Sistemi operativi diversi, applicazioni diverse, connessioni e servizi di host diversi, impostazioni diverse all’interno dei medesimi servizi e software che – combinati tra loro – portano ad esiti non prevedibili (non sempre, non del tutto).

L’unica certezza che abbiamo è che un buon processo di troubleshooting sulla nostra macchina, con un software che conosciamo a menadito (magari ne siamo anche gli autori) ed in un ambiente controllato di cui tutto o quasi ci è noto può essere un affare relativamente semplice. 3

Ma in qualunque altro caso – o per meglio dire combinazione di casi – l’unico metodo valido di troubleshooting è la collaborazione tra le parti interessate.
Fornire ogni dato di cui si è in possesso, farlo circolare, al limite anche formulare ipotesi, tutto contribuisce a chiarire il maggior numero possibile di aspetti del problema.

Perché quando la parte tecnologica fallisce, tutto ciò che resta sono le risorse umane.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Perché sì, la cosa va avanti da Agosto. 
  2. (Da leggersi con la voce di Villaggio quando fa il narratore di Fantozzi) Era quella una peculiare e pericolosissima condizione che lo assaliva ogniqualvolta si trovava di fronte ad un’apparente cazzata, la quale però assumeva un grado di inspiegabilità pari alle linee di Nazca. Consisteva, più o meno, nel maturare una velata e quasi impercettibile ossessione che svaniva solo con la soluzione del problema. Il processo poteva richiedere: attacchi di panico, furia omicida, isolamento dal mondo, visioni mistiche. Non necessariamente in quest’ordine. 
  3. Attenzione: può. Spesso e volentieri, non è semplice neppure in queste condizioni ideali. Per questo il debugging non è una scienza esatta. 

Ok, adesso le cose si fanno strane davvero.
Il post che vedete qui sotto era niente più che un tentativo (senza alcun ottimismo) finalizzato a raccogliere alcuni dati per conto dell’hosting.

Questa volta, però, alla solita apocalisse morbida, si è aggiunto un ito risultava irraggiungibile immediatamente dopo la pubblicazione, come sempre è successo da quando è cominciata questa “caccia al bug”, ma il post è stato effettivamente pubblicato.

Può essere uno spiraglio? Oppure l’universo mi sta crudelmente illudendo?
Nel dubbio, pubblico queste poche righe passando ancora da Ulysses (versione iOS, ché il post del mistero addizionale era stato composto ed inviato da Mac).

Tra poco verificheremo se qualcosa stia davvero cambiando.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Pare che il succo del discorso sia: Ulysses (ed un sacco di altri editor, temo, salvo ByWord) effettua un mucchio di chiamate ravvicinate ad xlmrpc, mandando in palla il sistema di protezione del sito. Ora non resta che capire se si debba (possa?) operare sulla configurazione di WordPress o sull’hosting.

Storia vera di come Facebook sia in grado di suggerire (e nel mondo di FB, “essere in grado” vuol dire “fare”) ai propri iscritti contatti e amicizie con cui i malcapitati hanno rapporti che la grande F non dovrebbe conoscere.

Tutte situazioni del tipo:

  • pazienti di uno psicologo ad altri pazienti del medesimo
  • rapinati ai propri rapinatori e viceversa
  • ex fiamme (o peggio, relazioni extraconiugali) al partner

e via dicendo con questo genere di piacevolezze.

Abbondano le ipotesi e le speculazioni sul come e sul perché, anche se qualcuno (tra i commentatori di Attivissimo) fa notare come il livello di intrusione di Google sia già spaventosamente alto, regolato com’è perdipiù da un algoritmo di cui nulla sappiamo.

Il fatto è che siamo, da tempo ormai, portatori sani di dati quantificabili.

Tablet, smartwatch, fitness band, l’onnipresente smartphone, raccolgono (nella stragrande maggioranza dei casi con il nostro consenso non troppo informato e troppo superficialmente concesso) una miriade di dati su di noi, le nostre abitudini, i nostri spostamenti e simili.

Pur se inquietante, pensando soprattutto ad usi distorti che sarebbe possibile farne, di cui la pubblicità assillante sembra all’improvviso il meno problematico, non posso non considerare il fenomeno affascinante.

Mi vengono in mente svariate opere che aveva – in maniera più o meno “fantascientifica” – ipotizzato uno sviluppo simile. Penso a Matrix, la cui simulazione arriva a sostituire il mondo fisico; a Nemico pubblico, che dimostrava già all’epoca (1998) come potesse essere sfruttata pressoché ogni tecnologia ai fini della sorveglianza.

Ma anche Person Of Interest, Mr.Robot (per quel che ne ho letto), Watchdog (noiosissimo, ma questo era uno dei pilastri).

Non sono convinto che l’uso distopico sia l’unico possibile, ma certamente è uno dei primi a venire sperimentato: come spesso accade per la tecnologia, gli armamenti (in senso anche molto lato) sono insieme motore di sviluppo e test field.

Tuttavia pensate al potenziale di un uso corretto di tali dati e tecnologie: soccorsi e raccolta dati in zone di disastri naturali (Facebook Check), ricerca diffusa su malattie rare o meno (Apple Healtkit), disvelamento di rapporti poco trasparenti tra persone, governi, organizzazioni (WikiLeaks), frodi finanziarie e non (Panama Papers).

Per questo trovo importante, più di ogni altra cosa, che le tecnologie ed il loro funzionamento sia per quanto possibile [1] pubbliche e soprattutto utilizzabili dal più ampio numero di persone; certo non avremo mai l’algoritmo di Google, ma sapere che esista e – a grandi linee – come funziona e come potrebbe essere “pilotato” può servire già a molto.

Magari anche solo a farci decidere di usare un altro motore di ricerca

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Qualche limite sono anche disposto a concepirlo in ottica di semplice “vantaggio competitivo”: senza i soldi degli iPhone difficilmente Apple avrebbe potuto permettersi di sviluppare HealthKit, impegnata a sopravvivere in un mercato altamente competitivo con la tendenza al ribasso estremo dei prezzi.  ↩

He just said the wrong thing. Or, if you prefer, he said the right thing, the wrong way.
Had he said something like “courage of our conviction,” I bet there would not be such outRAGE. It sounds ridiculous, I know. But I really believe that.

CouRAGE

Spesso io e Siegler siamo d’accordo; apprezzo quello che scrive e come lo scrive, il più delle volte, ma questa volta concordo solo su un aspetto: tutta questa polemica sull’uso della parola coraggio da parte di Schiller è ridicola .
Si parte dalla semantica (quelli più fuori di testa arrivano a dissertare in termini filosofici, e giù migliaia di caratteri di rara stupidità su Apple che offende i veri esempi di coraggio) e si finisce a discutere dei massimi sistemi per contestare una singola parola il cui significato era assolutamente palese.

Ed era, lasciatemelo dire, perfettamente corretto.

Tutti quelli che ora dicono che Apple ha esagerato ad utilizzare un termine simile hanno quantomeno la memoria corta.

Nelle settimane passate, nei mesi passati, il tenore dei commenti sull’argomento era il seguente:

What exciting times for phones! We’re so out of ideas that actively making them shittier and more user-hostile is the only innovation left.

Apple is ditching the standard headphone jack to screw consumers and the planet

iPhone 7: 6 motivi per cui togliere il jack audio è una pessima idea

Tutto questo originato da una singola, supposta scelta progettuale, di cui non conoscevamo le ragioni, effettuata su un prodotto commercialmente ancora inesistente.

Tutto questo, diretto a massacrare preventivamente la società hi-tech con maggiore visibilità e riconoscibilità al mondo, colpendo il suo prodotto di punta (quello stesso prodotto che, ricordiamolo, è sotto molti aspetti il maggiore successo commerciale singolo della storia).

Ricordiamo ai medesimi soggetti affetti da amnesie selettive, che – tanto per dire – Microsoft ha creato Windows 10 per stemperare la furia omicida dei propri utenti in seguito alla rimozione del menù Avvio.

Quindi sì, c’è voluto del coraggio.

Coraggio nell’andare incontro alla shitstorm strumentale sviluppatasi grazie a chi deisderava ardentemente vedere il numero delle visite al proprio Blog/sito/account Medium salire vertiginosamente.

Coraggio nel proporre, ancora una volta, una soluzione che adesso sembra stupida, ostile agli utenti ed ingiustificabile, e che improvvisamente sarà “industry standard” quando tra un anno o meno tutti i maggiori produttori l’avranno compiuta (qualcuno ha addirittura anticipato Apple, vero Lenovo? Vero, LeEco?).

Concludo con una considerazione che parte da questo falso problema per affrontarne uno leggermente più serio, a mio avviso: se davvero pensate che l’unico significato accettabile del termine coraggio sia quello di piazzarsi ostinatamente davanti ad un carrarmato, ricordatevi che stiamo parlando solo di telefoni. Perchè avete seri problemi di prospettiva se non riuscite a cogliere la diversa portata delle due cose.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Siegler stesso, purtroppo, *ribadisce*la propria posizione, e la pezza è peggiore del buco:

Removing the headphone jack didn’t require courage, it required Apple doing what Apple always does: pushing forward towards a future they see as inevitable.

In pieno stile armiamoci e partite. Desolante.

P.P.S. Anticipo coloro che si scaglieranno contro il marketing eccessivamente roboante di Apple e mi permetto un paio di considerazioni in merito:
– Apple fa così, da anni, per moltissimi aspetti dei propri prodotti (in senso lato): magical, impossible ed altre iperboli si sprecano, al punto tale da aver dato vita a parecchie parodie divertenti, incluso un account fittizio di Jony Ive su Twitter(@JonyIveParody) che consiglio di seguire. Chi si scandalizza ora avrebbe dovuto contestare quasi ogni singolo passaggio cardine dei Keynote degli ultimi anni.
– Ad un (effettivo) eccesso di autocelebrazione e “marketing buzzword” da parte di Apple, si sta reagendo in maniera scomposta e con un peccato ugualmente grave: uno stucchevole eccesso di retorica; utilizzare Anna Frank per criticare il produttore di un telefono su una scelta progettuale mi sembra davvero fuori luogo.

Interessante post su Medium, ad opera di How We Get To Next, riguardante i migliori BOT attualmente in circolazione.

Alcune considerazioni a margine rendono piuttosto evidente come, già ad uno stato embrionale come quello in cui ci troviamo, i BOT possano essere molto pericolosi (leggete di quello che ha come intento il parodiare Trump e ditemi che le preoccupazioni degli autori non sono anche le vostre, almeno in parte).

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Il titolo del post è ladattamento di quello di uno dei podcast più interessanti per chi mangia pane e fantascienza: Robot Or Not, del circuito di The Incomparable, s’interroga infatti ad ogni puntata sull’applicabilità della definizione di robot a varie “persone artificiali” note o meno.
Per chi mastica l’inglese, un bell’esercizio intellettuale.

P.P.S. Per quelli cui la lingua del Bardo crea qualche problema, posso consigliare un paio almeno di puntate di Digitalia, in cui viene discussa la vera o presunta ascesa dei BOT, come questi dovrebbero essere strutturati e dove potrebbero avere più senso.