Streaming legale: una fiducia mal riposta?

Mentre svuotavo la solita coda di lettura (in effetti era Gladys) (iOS e Mac), mi sono ritrovato davanti ad un ritaglio di Settembre scorso, proveniente da Sandvine, una compagnia che si occupa di analisi dei fenomeni sulla rete1.

Tra i fenomeni analizzati e misurati, particolare interesse riveste per noi pirat…ehm, utenti consapevoli, la diffusione del file sharing come metodo per usufruire di contenuti audiovisivi protetti da diritto d’autore.

Nel primo rapporto della serie “Global Internet Phenomena”, datato 2011, il file sharing la faceva da padrone, soprattutto sul lato desktop (ovviamente). Percentuali di traffico BitTorrent in upload tra il 50% e il 60% erano un dato standard in America ed Europa.
Questo dato era crollato già nel 2015, con – rispettivamente – il 26,83% e il 21,08% per America e Vecchio Continente.

Nell’ultimo anno, abbiamo però assistito ad una nuova inversione di rotta:

Le cause ipotizzate da Sandvine sono principalmente tre:

  • C’è una percentuale più alta che mai di produzioni “esclusive”, disponibili quindi su un solo servizio di streaming legale (gli esempi portati sono tutti lampanti e comprensibili anche da questo lato dell’Oceano: Il Trono di Spade, House of Cards, The Handmaid’s Tale e Jack Ryan2). Questo comporta un esborso consistente per un utente che voglia usufruire delle principali megaproduzioni (la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente, dal punto di vista prettamente economico, con il prossimo arrivo dei servizi in streaming di Disney ed Apple).

  • Molte delle esclusive di cui sopra sono produzioni statunitensi, che non godono di un’efficiente distribuzione al di fuori degli USA; di conseguenza, molti utenti non dispongono di metodi (legali, comodi o addirittura di alcun tipo) per accedere ai suddetti contenuti.

  • Il Trono di Spade fa storia a sé (chi l’avrebbe mai detto…): con l’esclusione dei paesi in cui viene reso disponibile contemporaneamente alla prima visione americana, gli utenti lo scaricheranno appena diventa disponibile, anche da canali illeciti, pur di non aspettare.

Su queste pagine siamo stati tiepidi sostenitori (inizalmente) dello streaming musicale, ma entusiasti nell’abbracciare quello video, anche come unico efficace antidoto alla pirateria, secondo il mantra:”Rendilo facilmente e (quasi) economicamente accessibile, e loro verranno”.

Tuttavia, mentre il mercato dello streaming audio legale si divide sostanzialmente tra due enormi attori (Spotify ed Apple Music), quello video ha conosciuto da subito una palese e notevole frammentazione. Un fenomeno dovuto ad una gestione dei diritti di distribuzione infinitamente più complessa (che deve, per esempio, fare i conti con il tempo “riservato” alla proiezione in sala, non sempre in contemporanea – effettiva o almeno sostanziale – tra i principali mercati). Un supporto, quello audiovisivo, che deve attendere i tempi dei multipli doppiaggi, un limite con cui l’ultimo album dei Foo Fighters non si scontrerà mai.

Un problema, però, anche artificialmente ingigantito dal fatto che la torta dello streaming video è incredibilmente ricca, nonché destinata a crescere per volume e ricavi (specialmente se – come previsto da alcuni – dovesse diventare de facto il mezzo di fruizione); tutti dunque ne vogliono una fetta, e i giocatori in campo sono di dimensioni notevolmente maggiori rispetto a qualsivoglia etichetta discografica (in molti casi, ognuno di essi possiede multiple etichette discografiche3).

Se volessimo essere ottimisti, potremmo sostenere che alla fine il mercato si autoregolerà, tramite accordi tra player e/o ulteriori acquisizioni e fusioni. Oppure, semplicemente, i clienti decideranno a chi destinare il proprio budget, costringendo de facto gli “ultimi” a ridimensionare le proprie richieste o a sparire, passando magari allo status di “studios interni” a soggetti più grossi4.

I dubbi restano, però: di quanto tempo avremo bisogno perchè la polvere si posi ed emerga un panorama stabile? Quante vittime si lascerà dietro questa guerra (nemmeno troppo) sotterranea in arrivo? Visto che il lasso di tempo tra una “rivoluzione” e l’altra, da quando è seriamente in ballo il digitale, si è drasticamente ridotto (e la tendenza sembra inarrestabile), riuscirà questo modello ad avere una sua età dell’oro prima di venire soppiantato dal prossimo modello di fruizione superfigo?

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Detta così sembra una supercazzola di marketing puro, magari lo sarà anche, ma l’analisi in questione merita tutti i suoi cinque minuti. 
  2. Noi abbiamo anche difficoltà aggiuntive, ad essere onesti; di questi quattro, solo uno viene offerto dallo stesso servizio su entrambe le sponde dell’Atlantico, Jack Ryan su Prime Video. Netflix non ha i diritti per distribuire il suo House of Cards da noi, grazie a Sky, che detiene anche l’esclusiva sul Trono di Spade (ed HBO è assente come provider a sé stante). Handmaid’s Tale, poi, è confinato su TIMVision (un servizio che tutti noi amiamo odiare). 
  3. Un altro aspetto che indica come chiaramente il mondo dello streaming audio e quello del video siano diversi è quello del “traffico incluso”; abbiamo assistito a – disprezzabili – pratiche di incentivo all’utilizzo di taluni servizi da parte delle TelCo, tramite il “non conteggio” del traffico sviluppato dalle app nel raggiungimento del tetto mensile. Ma si è sempre trattato di servizi di messaggistica, navigazione o – appunto – di streaming audio:

    Il video non compare non (solo) perché sia più esoso dal punto di vista del traffico sviluppato (in un’offerta con 60GB a 15€/mese, la congestione è evidentemente un fattore tenuto assai poco in considerazione), bensì perché scegliere uno – o al massimo due – provider taglierebbe fuori comunque una larga fetta di utenza potenziale, riducendo così drasticamente l’appeal della promozione. 

  4. Microsoft > Bungie, anyone? 

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