Due pesi, due misure.

Microsoft doubled down on evolutionary enhancements to the Surface Pro until 2015, when it launched a more conventional Surface Book laptop and rebranded an acquired digital whiteboard as Surface Hub. It then launched Surface Studio (a mini PC attached to a large, pivoting touch screen) and last year an even more mundane Surface Laptop. It most recently launched Surface Go, a mini laptop, to round out its veritable explosion of creative PC innovation on the level of HP.

Adoro il buon sarcasmo.
Specialmente quando si basa sulla verità.

Stay Tuned,
Mr.Frost

L’iPad Pro e la potenza discreta

Ho aggiornato l’iPad, ormai a tutti gli effetti mia principale macchina da anni. Non uso più portatili, l’iMac 5k funziona in pratica da server casalingo (anche se quel meraviglioso schermo mi dà soddisfazione ogni volta che lo uso), l’iPhone attende un refresh (essendo ormai un 6 abbastanza “bollito”).

L’iPad Air di prima generazione che usavo fino a poco tempo fa cominciava a mostrare segni di stanchezza, ma nulla di problematico: almeno fino a quando non è stato annunciato iOS12. Il fatto di non poterlo installare sulla macchina principale (paradossalmente su iPhone 6 invece sì) mi ha dato la spinta decisiva per cambiare hardware.

Che dire, l’iPad non cambia, con gli anni, ma migliora. Sempre, più o meno percettibilmente, ma in maniera costante.

Solo una cosa diventa più evidente ad ogni cambio generazionale. iPad è una macchina elegante. Non (solo) a livello estetico, ma soprattuto a livello concettuale.

È ormai un dispositivo dotato di hardware dalla potenza impressionante, non solo considerato all’interno del campo del mobile, ma in assoluto.
Consente un utilizzo, stante l’esistenza delle app adeguate (e sono pochissimi i casi in cui ciò non si verifica) professionale1 ad altissimo livello.
Dispone di autonomia e capacità di connessione eccellenti, senza penalizzare le prestazioni.

Eppure.

Eppure resta, nella sua essenza, un’interfaccia. Un dispositivo pensato per sparire, lasciando il posto al contenuto (di cui si intende fruire o che si sta creando, poco importa).
In questo risiede la sua vera eleganza, nel farsi da parte; la stessa caratteristica che, secondo me, manda in paranoia chi non ha idee su come utilizzare tanta potenza e versatilità (o pensava di averne, magari di sfavillanti, ma alla prova dei fatti si scontra con la dura realtà) e incolpa il mezzo per la pochezza del risultato.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Non intendo ricominciare la querelle su cosa sia professionale e cosa non lo sia. Chiunque legga queste righe sa come la penso, non credo se ne uscirà mai davvero se non rinunciamo a definire come Pro solo ciò che serve a noi. 

Lo streaming come biblioteca, non come edicola.

It’s very well written and very well acted. But it’s just not your typical movie theater fare in 2018. Instead, I have to believe Michael Clayton would still exist, but it would likely exist on Netflix or Amazon Prime, or the like.

 ‘Michael Clayton’ in the Age of Netflix 

Mi spingerò un po’ più in là nel ragionamento rispetto al buon Siegler: io apprezzerei infinitamente una versione di Netflix (Prime Video o quel che vi pare) che affiancasse alle offerte “acchiappa clienti” (non necessari:amente ciofeca e, sia chiaro) una corposa sezione “classici”.

Vorrei tanto un Internet Archive con la potenza d fuoco e la cura di Netflix (iTunes o quel che vi pare)..

Temo, però che tutto ciò richieda un livello di coscienza culturale troppo elevato rispetto a quello che dimostriamo continuamente in quest’epoca.

Stay Tuned,
Mr.Frost

TrustNo1

First, how in the world did this sketchy app get so popular? Was it actually doing anything useful, protecting users from actual harm? It just seems crazy to me that this was the fourth most popular paid app in the store. But that’s what makes this story interesting — the app was popular. There are an awful lot of Mac users whose web browsing histories are now in the hands of some developers in China.

John Gruber

Gruber si stupisce del fatto che un’app come Adware Doctor fosse estremamente popolare, peraltro essendo a pagamento.

Io mi chiedo come possa ancora non essere chiaro che la “popolarità” (potrei dire “viralità” in senso più ampio) di un contenuto/prodotto/servizio su Internet, ad oggi, non può e non deve essere considerata un parametro valido per giudicare alcunché.

Un algoritmo spara tra i Trending Topic di Twitter qualsiasi cosa gli si dia in pasto nel giro di qualche ora, le recensioni su un qualsivoglia sito di e-commerce possono essere (e sono in effetti, in un numero straordinariamente alto di casi) manipolate acquistando “bot umani” in qualche paese dell’Est Europa o dell’Estremo Oriente che scrivano entusiastiche recensioni a cottimo (“giochino” ancor più banale se il sito suddetto è in lingua inglese).

Perché dovremmo stupirci se la reputazione, magari artatamente falsata1, di un software produce un effetto a catena per cui chi cerca su AppStore (nel caso specifico) “malware”, “adware” o chiavi ugualmente generiche finisce col fidarsi della combo “600 recensioni/4,5 stelle”?

Siamo animali sociali e ciò significa che – nonostante il nostro sempre più diffuso e frequente atteggiarci a cinici – il “parere del branco” conta ancora moltissimo, specialmente in campi nei quali non abbiamo una conoscenza diretta (non tutti fanno colazione leggendo blog tech).

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Tra l’altro, questo è il caso. Le recensioni erano, ovviamente, in grandissima parte farlocche. Gruber pone, a riguardo, due domande: la prima, cui riconosce egli stesso una base di follia che la rende impraticabile, è che Apple controlli le recensioni fasulle. Una pratica che non è – evidentemente – realizzabile con personale umano, e sulla cui fattibilità (mantenendo una discreta efficacia) ho dei dubbi anche qualora si ricorresse ad algoritmi e automazione spinta.
    La seconda, molto più interessante, riguarda l’opportunità per Apple di utilizzare il “kill switch” da remoto, di fatto disinstallando l’app dalle macchine di chiunque non abbia avuto notizia della frode. Ottima domanda cui pare non abbia ancora ricevuto risposta. 

Il difficile equilibrio tra servizi e privacy

(…) in quest’epoca in cui pure il fornaio ha una AI per decidere che tipo di pane fare e in che quantità in base al giorno, avendo studiato il trend delle vendite grazie ad un rivoluzionario sistema di machine learning, mi chiedo se non si possa fare qualcosa per rendere queste benedette notifiche meno invadenti.

Io oooodio le notifiche • SaggiaMente

Come non concordare con Saggiamente? Eppure, non posso fare a meno di domandarmi se esista una via all’intelligenza artificiale che rispetti la privacy dell’utente1.
Apple dice di sì, ma deve ancora dimostrare che i risultati siano all’altezza dei concorrenti; Google sembra non volersi porre troppo seriamente il problema (sono generoso), mentre Amazon addirittura ha la propria ragion d’essere nella profilazione dei propri utenti (posizione legittima, per carità, ma fa sempre bene ricordare che tutto ciò che Amazon fa al di fuori del vendere, esiste solo come attività collaterale funzionale al vendere).

Al di là degli sviluppi futuri, imprevedibili a mio avviso non solo per noi utenti ma anche per gli stessi partecipanti al gioco, l’unica possibilità che abbiamo è provare ad indirizzare le scelte dei colossi di cui sopra, votando col nostro portafogli e il nostro utilizzo quale aspetto debba avere la priorità.

Scegliamo in maniera saggia.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Una piccola integrazione, grazie al Post e ad AP, che esemplifica bene come l’atteggiamento di alcuni attori sia quantomeno “opaco” in materia: Google traccia la nostra posizione anche quando cerchiamo di impedirglielo.

P.P.S. Anche Rene Ritchie spiega bene una parte importante del problema.


  1. Naturalmente, si sta parlando di chi a questa privacy è interessato: conosco personalmente – tutti conosciamo personalmente – una quantità imbarazzante di persone cui apparentemente non frega nulla di farsi profilare come nemmeno la propria mamma sarebbe in grado di fare. 

INSIDE, la meraviglia di un mondo senz’anima

Ho appena finito INSIDE, di Playdead.
La software house danese, fondata nel 2006, ha all’attivo solo due titoli ma il primo è stato LIMBO (qui la versione per iPad, qui quella per MacOS), ovvero uno dei migliori titoli cui mi sia capitato di giocare da anni.

INSIDE parte, dunque, con un carico di aspettative enormi da soddisfare.

TL;DR Non solo ci riesce, a tratti quasi annulla il suo illustre predecessore.

Se LIMBO iniziava ex abrupto, INSIDE fa di più. Non solo non vi spiega nulla (come e più di LIMBO), non solo vi mette nei panni di un avatar debole ed indifeso, un bambino (di nuovo; eppure, di nuovo, si rivelerà pieno di risorse); vi piazza in un mondo da incubo, decisamente peggiore di quanto potreste immaginare.
Niente mostri a n zampe, o chissà quale creatura fantastica, sia chiaro; l’angoscia e l’orrore di INSIDE hanno origine dal peggior nemico che potreste trovarvi ad affrontare: i vostri simili, adulti.
Non sapete granché del mondo che vi circonda (e tutto lascia intendere che nemmeno il vostro alter ego ne sappia molto di più), ma ciò che dovete fare è chiaro fin da subito: fuggire, scappare lontano da tutto quell’orrore.

Lontano dai cani, dalle guardie armate che v’inseguono; lontano da tutti quei corpi, che sembrano in vita ma non lo sono, non possono esserlo.

Con i vostri (limitati, si direbbe) mezzi fisici, tutto ciò che potete fare è nascondervi, sgattaiolare, passare dove nessuno possa vedervi. Arrivare persino (e qui l’angoscia raggiungerà uno dei suoi apici) a mimetizzarvi tra quegli stessi zombie, pur di riuscire a fuggire.
Non guardare, non parlare, non muoverti se non si muovono gli altri.
Invisibile.
Camuffato.
Spaventato.
Solo.

Perché state scappando? Semplice capirlo: oltre alla costante sensazione di minaccia, cui contribuisce una palette quasi esclusivamente composta da neri e grigi (con l’unica, costante eccezione della vostra felpa rossa, più un simbolo che un capo d’abbigliamento), vi basterà fare una volta un passo falso. Ciò che vi succederà, in qualunque momento o posto lo commettiate, qualsiasi sia la natura del vostro errore, basterà a farvi desiderare di non commetterne mai più.

Da cosa e chi scappate? Perché quella gente vi vuole (apparentemente vivo o morto, il che – considerando come vengono ridotti quelli su cui mettono le mani – non sembra fare molta differenza)?
Non lo sapete. Il mondo intorno a voi mischia angosce che provengono direttamente da 1984, dai campi di concentramento nazisti, da tutta una lunga genìa di film dell’orrore di serie B, quelli in cui gli alieni schiavizzano e riducono gli umani ad automi senza volontà, persino da Matrix.

Tutto è ostile, o nel migliore dei casi indifferente. La solitudine, insieme alla paura, vi diventano familiari molto presto. Imparate a diffidare di ogni stanza, per quanto vuota ed insignificante possa apparire.

INSIDE non è un gioco per tutti. Ma è un gioco che tutti dovrebbero giocare, per capire fino a che punto possa spingersi la capacità dell’uomo di creare mondi, di scavare nelle paure dei propri simili, ma anche di provare empatia. Di lottare per non farsi ridurre a nulla, per sopravvivere, per credere che ci sia ancora qualcosa oltre: oltre la prossima angoscia, oltre il prossimo rischio mortale, oltre la prossima sfida apparentemente insormontabile.

Ed ogni volta che riuscirete a scamparla, non potrete fare a meno di sperare. Nonostante tutto intorno a voi sia troppo: troppo grande, troppo orribile, troppo opprimente.

Solo un altro gioco, recentemente, mi aveva trasmesso sensazioni simili:This War Of Mine (qui la versione iPad, qui quella per Mac).
Le differenze, però, sono evidenti: dove quello aveva scelto il realismo più esasperato (e doveva a ciò la sua capacità di ridurvi in brandelli cuore ed anima), qui Playdead può giocare con il verosimile, che – come c’insegnano tra gli altri i capolavori citati sopra – sa essere a volte molto più terrificante, attingendo a paure che nulla hanno di realistico o razionale.
Questo stesso campo di gioco, però, lascia quel minimo barlume di speranza di cui parlavamo poco fa: quanto questo somigli ad una torcia enorme vista in lontananza e quanto ad un minuscolo fiammifero osservato da un millimetro, spetta a voi deciderlo una volta arrivati in fondo.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Nuove abitudini consolidate

L’altro ieri, mi sono trovato ad usare le mie fidate Jabra Revo mentre le AirPods erano in carica (uno dei rarissimi casi in cui la mia voglia d’usarle ed il loro stato di batteria quasi a zero hanno coinciso).

Sempre ottime, con un suono potente ed una copertura notevole, hanno persino i controlli fisici per la riproduzione (i classici Play/Pausa, Volume Up e Down) sul padiglione sinistro , in una posizione comoda ed intuitiva da raggiungere.
Ad un certo punto, durante l’ascolto di una lunghissima playlist, ho avuto voglia di saltare il brano corrente.

Ed ho, istintivamente ed in maniera assolutamente automatica, effettuato un doppio tap sul padiglione destro.

Ovviamente, senza risultato.

Ora, ho letto per mesi recensioni entusiastiche delle AirPods; ci ho metaforicamente sbavato sopra come non mi succedeva per un prodotto Apple da anni.
Ho letto di come la qualità audio, la portata, la stabilità di connessione fossero incredibili. Di come l’ingombro e soprattutto il peso ridotto ne facessero un’interfaccia totalmente naturale e prossima a scomparire, con l’unico effetto di veicolare la colonna sonora della nostra vita direttamente nelle nostre orecchie.

Quello che non ho letto (l’avranno scritto, per carità, ma devo averlo “bucato”) è come le AirPods modifichino drasticamente non solo le aspettative nei confronti delle cuffie (auricolari o meno, wireless o meno, Apple o no), ma addirittura le abitudini d’uso.

Ciò che mi è successo l’altro giorno ne è forse l’esempio più lampante.
Ho sentito spesso criticare la scarsità di controlli touch consentiti dalle AirPods; sarebbe bello avere un controllo del volume, anche solo minimamente progressivo; sarebbe bello avere la possibilità d’impostare un comando diverso per ogni auricolare, per ogni tap, doppio tap, triplo tap, swipe e chissà cos’altro.
Forse è vero: forse i comandi impartiti tramite AirPods sono davvero pochi, insufficienti a garantire un’interazione completa e priva di intoppi.
Ma le possibilità offerte sono, come spesso accade ad Apple, talmente ben gestite e messe a disposizione dell’utente con un’attenzione così marcata all’esperienza d’uso, che diventano parte del nostro modo naturale d’utilizzo.

Questa rimane una delle differenze più marcate tra Cupertino ed i concorrenti: ove i secondi pensano (apparentemente, ma mi sento di poterlo affermare con una certa sicurezza) ad inserire quante più funzioni possibile nei propri prodotti, per una sorta di “sindrome da check-list”, Apple pare concentrata soprattutto sul come implementare le caratteristiche che ritiene funzionali.
E pare funzionare.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Il futuro di Pocket Casts

Pocket Casts è stato acquisito da un consorzio formato principalmente da radio pubbliche americane.

Due commenti riassumono perfettamente la reazione ambivalente di chi, come me, ritiene Pocket Casts il più versatile software per la riproduzione di podcast attualmente in circolazione.

Il primo è dell’immancabile Viticci, che pare condividere una certa preoccupazione di fondo, anche se sulla carta l’affare è più che buono:

According to Ivanovic, Pocket Casts will remain a standalone, open, and premium podcast client in the short term. I’m curious to see how Pocket Casts will change over the next several months though. Large radio stations and podcast companies seem to have a certain affinity for locked-in ecosystems and proprietary listening features at the expense of the open nature of podcasting. I won’t be surprised if Pocket Casts eventually prioritizes programming by the companies that own the app. However, I also hope that the folks at Shifty Jelly will be able to continue making the open, elegant, and powerful podcast app I’ve used over the years.

Macstories

L’altro, forse leggermente più ottimista, è di quelli di The Verge:

For those of us who’ve used and enjoyed Pocket Casts, this should be good news and points to a promising future. Some might have pause over content from Pocket Cast’s new owners potentially getting preferential treatment and visibility over other podcasts. But that scenario seems unlikely to me.

The Verge

Certo, resta un’ombra su tutta l’operazione, ben esplicitata da quello “should”. Tuttavia, per non devastare completamente un gran pezzo di software, è sufficiente a mio avviso non toccare la formula d’acquisto (questa cosa degli abbonamenti ci sta sfuggendo di mano, prima o poi ci tornerò…devo ancora mettere a fuoco) e non istituire corsie preferenziali troppo “sfacciate”.

(Quasi) tutto il resto sarà benvenuto.

If ain’t broken, don’t fix it.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Quote of the Day

The latest Facebook and Cambridge Analytica fiasco gave Cook the opportunity to rightly point out how much more strict Apple is about privacy and security than most other big tech companies. Swisher asked him what he would do if he was in Mark Zuckerberg’s shoes, to which he replied, “I wouldn’t be in this situation.”

He said Apple’s business model simply doesn’t require it to collect and monetize user data.

“The truth is, we could make a ton of money if we monetized our customer—if our customer was our product,” he said. “We’ve elected not to do that. We’re not going to traffic in your personal life. Privacy to us is a human right, a civil liberty.”

Cook spoke about the potential need for regulation to protect users in an increasingly connected world, even though he’s not a fan of government regulation in general.

“I’m personally not a big fan of regulation because sometimes regulation can have unexpected consequences to it,” he said. “However I think this situation is so dire, and has become so large, that perhaps some well-crafted regulation is necessary.”

Tim Cook on MSNBC

Stay Tuned,
Mr.Frost

L’alba degli RSS viventi.

Non è una novità, anzi pare essere un fenomeno ciclico, quello che auspica/prevede/constata un ritorno di fiamma per gli RSS.

Ne parla anche Wired, in un articolo che parte dal livello niubbo totale appena affacciatosi al mondo, per arrivare poi ad una discreta (per essere su una testata ormai “generalista”, stante l’involuzione che ha subito Wired1) analisi di alcune tra le alternative offerte dal panorama dei servizi/software RSS.

Un mondo che – sopravvissuto all’apocalisse della chiusura di GoogleReader (altro che YouTube) – sta riacquistando fascino ed attrattiva, soprattutto in questi tempi di cyber warfare su Twitter e di crisi totale di credibilità di Facebook2.

I vantaggi – sempre da un punto di vista personale – sono relativamente pochi, ma chiarissimi ed enormi:

  • totale controllo sulle fonti delle informazioni (bisogna iscriversi ad ogni singolo feed), con annessa possibilità di eliminare quasi del tutto il “rumore di fondo”.
  • scarsissima possibilità di leggere la medesima notizia semplicemente linkata millemila volte3.
  • varietà notevolmente più ampia di client, a loro volta differenti per stile, interfaccia, addirittura approccio filosofico al concetto di RSS; non ci credete? Provate ad utilizzare Reeder (ora e da sempre il mio preferito, suiOScome su Mac) e Unread, poi ditemi se sembrano anche solo lontanamente parenti.
  • atmosfera di lettura decisamente più rilassata; probabilmente qui tocchiamo la vetta dell’argomentazione personale, ma io navigo nell’aneddotica, come sapete, quindi vi sorbite anche questa. Per quanto il numero di feed cui sono iscritto sia alto, per quanto il badge indichi articoli non letti nell’ordine delle tre cifre (è capitato raramente, ma è capitato), mai gli RSS mi hanno trasmesso neppure l’ombra di quella sottile angoscia da “flusso ininterrotto” che invece talora su Twitter fa la sua comparsa. Potrei definirla una specie di variante in tono minore di ciò che gli americani definiscono come Fear Of Missing Out (http://www.lmgtfy.com/?q=Fear+of+missing+out). Considerando la quantità di stress da cui siamo circondati anche senza andarsene a cercare altro, è impagabile.

Un ottimo modo, dunque, per tentare di districarsi tra le infinite fonti d’informazione attualmente reperibili sulla Rete, ottenendo magari nel contempo il piacevole effetto collaterale di renderci un po’ più snob quando si tratta di decidere con quali autori dividere il nostro risicato e perciò preziosissimo tempo libero.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Simile a quella che ha colpito, tempo fa, Rolling Stones, rapidamente trasformatosi in un atro Vanity Fair che se la tira troppo
  2. Ok, mettiamo le cose in chiaro velocemente qui, ché noi ho intenzione di scriverci un intero post: solo con l’intero assortimento della Salumeria Beretta sugli occhi – e sulle orecchie, e su qualsiasi altro apparato percettivo umano – si sarebbe potuti rimanere sorpresi del fatto che Facebook facesse la crana vendendo a chiunque i dati profilabili dei propri iscritti. Ciononostante, la portata dell’affaire è davvero ampia, la sistematicità e normalità della cosa sono irritanti, ed il tutto è stato giustificato con argomentazioni che spaziano dall’empatia zero ad una spocchia che ha dell’ultraterreno. Quindi, bacchettate sulle mani per ciò che ci aspettavamo, ma coppini a più non posso per come è stata gestita la crisi
  3. Può sembrare una differenza trascurabile, più attinente alla forma che alla sostanza, ma l’effetto è incredibilmente meno frustrante. Invece di una marea di tweet sostanzialmente identici con gli stessi due/tre link e quasi null’altro, abbiamo nella maggior parte dei casi almeno uno straccio di commento, anche quando si limita alle proverbiali – in questo caso letterali – due righe