Quote Of The Day

Microsoft will use Intel’s seventh generation Core i7 chip, just like Apple’s fastest standard iMac introduced in mid-2017. But rather than complaining that Microsoft’s brand new Surface Studio 2 should be using Intel’s latest available processor, Hachman stated, “fortunately, performance isn’t why you’ll buy the Microsoft Surface Studio 2: It’s that amazing, vibrant display.”

That’s right: after decades of chiding Apple for not building a “headless” PC box from the 90s, suddenly the reason “you’ll buy the Microsoft Surface Studio 2” (and don’t worry, you actually won’t) is because it incorporates a nice display. Specifically, as Hachman detailed, a “4500×3000 28-inch RealSense display that puts out even more light than before—over 500 nits!” He added that “it was like falling into a more vibrant, colorful world.”

Apple’s “vibrant” 5K iMac first shipped four years ago.

Alternatively, you might say it’s like walking into the summer of 2017, when Apple released its 5K iMac with 500 nits (!) of brightness. Vibrant color on a vastly high resolution display (5120 × 2880, higher than Surface Studio 2, and in a more media-creative friendly 16:9 aspect ratio) first appeared with the 5K iMac in late 2014 (upgraded to P3 wide color gamut three years ago). To speak of this stuff as being “more than ever before” and a new epoch of computing is just kind of nutty.

Is Microsoft’s Surface Studio 2 the hardware Apple wishes it could ship?

Stay Tuned,
Mr.Frost

Considering Low Contrast Complications

Brillante. Il fatto che l’interfaccia di WatchOS, già notevolmente funzionale così com’è, si presti a tante riflessioni e proposte (sensate) di miglioramento, testimonia dell’ottima salute della piattaforma e fa ben sperare per il futuro.

Un sistema migliorabile è un sistema vitale e in evoluzione.

Stay Tuned,
Mr.Frost

L’assenza è presenza

A LinkedIn Page is devoid of any personality. At the same time, Twitter profiles have no details. Instagram is just a soft sell. It’s a lot of work to add up the information on someone’s LinkedIn profile and Facebook page, and you will still end up short of a complete view of that person. What if like me, there isn’t any presence on Facebook?

 Social networks & the online reality of identity – On my Om 

Discorso generale condivisibile: ricostruire una parvenza di identità reale, o peggio ancora completa, di qualcuno a partire dagli infiniti brandelli di profilo sparsi nei mille social cui quella persona può essere iscritta, condurrà a parecchia frustrazione (e ad un magro risultato, il più delle volte).

Tuttavia, penso sia giusto sottolineare come anche l’assenza o la scarsità d’informazioni personali, quando voluta, sia in una certa maniera una dichiarazione d’identità.

Che poi sia molto difficile far trasparire questa scelta, rientra secondo me nel gap che caratterizza (inspiegabilmente) quello che dovrebbe essere l’ambito comunicativo per eccellenza (Internet e i social media), che troppo spesso ci consente di esprimere noi stessi in modi incredibilmente limita(n)ti.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Quote Of The Day

(….) la disponibilità di diverse opzioni di lettura e modalità di accesso al testo non è mai stato un impoverimento, ma sempre un arricchimento. In particolare, l’editoria digitale si sta rivelando il più grande alleato dei libri di carta.

La chiave di questa alleanza si chiama POD (Print-on-Demand) ed è un nuovo modo di produrre i libri: in pratica, si sceglie il titolo che si vuole e se ne ordina una copia, che viene stampata e inviata; esiste persino la possibilità di installare stampanti di questo tipo all’interno di librerie o di altri locali. Il lettore del prossimo futuro entrerà in un qualsiasi locale attrezzato con questa tecnologia, vedrà sul suo reader i diversi libri disponibili e, con un clic, potrà farsi stampare immediatamente quelli che preferisce. Il tempo di un caffè ed ecco il libro pronto.

I vantaggi di una soluzione di questo tipo sono molteplici. Oggi, infatti, il libro viene stampato in migliaia di copie (5.000 sono il minimo indispensabile) che vengono inviate alle librerie, dove giacciono pochi mesi e, per la maggior parte (in media l’80 per cento) restano invendute. Lo spreco di carta e i costi di produzione, distribuzione e magazzino sono enormi, con ovvie ripercussioni sul prezzo di copertina e, quindi forti ricadute sulla stessa diffusione della lettura, senza contare l’impatto ambientale. Peggio ancora: visto che i libri cartacei, con questo sistema, devono costare tanto, per evitare che quelli digitali facciano concorrenza alla stampa, anche i prezzi di questi ultimi vengono tenuti artificiosamente elevati.

Insomma, il testo digitale non è un nemico di quello stampato. Anzi, può essere la chiave per leggere di più e meglio anche su carta, con costi minori e grossi vantaggi per l’ambiente.

 Libri di carta e digitali: come sta cambiando il nostro modo di leggere – Semplice come 

Stay Tuned,
Mr.Frost

Quote Of The Day

La morale: forse varrebbe la pena di rivedere una volta per tutte le regole della geopardizzazione del mondo figlie politiche sulla circolazione dei diritti d’autore vecchie di decenni (…)

Guido Scorza – Acquisto o non acquisto? Ecco il dilemma su iTunes Store

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Lo stesso Scorza ammette come il “dilemma” non riguardi solo iTunes Store, facendosi così parzialmente scusare il mezzo clickbaiting del titolo, dovuto comunque al fatto che il caso in esame riguardava la piattaforma Apple.

Due pesi, due misure.

Microsoft doubled down on evolutionary enhancements to the Surface Pro until 2015, when it launched a more conventional Surface Book laptop and rebranded an acquired digital whiteboard as Surface Hub. It then launched Surface Studio (a mini PC attached to a large, pivoting touch screen) and last year an even more mundane Surface Laptop. It most recently launched Surface Go, a mini laptop, to round out its veritable explosion of creative PC innovation on the level of HP.

Adoro il buon sarcasmo.
Specialmente quando si basa sulla verità.

Stay Tuned,
Mr.Frost

L’iPad Pro e la potenza discreta

Ho aggiornato l’iPad, ormai a tutti gli effetti mia principale macchina da anni. Non uso più portatili, l’iMac 5k funziona in pratica da server casalingo (anche se quel meraviglioso schermo mi dà soddisfazione ogni volta che lo uso), l’iPhone attende un refresh (essendo ormai un 6 abbastanza “bollito”).

L’iPad Air di prima generazione che usavo fino a poco tempo fa cominciava a mostrare segni di stanchezza, ma nulla di problematico: almeno fino a quando non è stato annunciato iOS12. Il fatto di non poterlo installare sulla macchina principale (paradossalmente su iPhone 6 invece sì) mi ha dato la spinta decisiva per cambiare hardware.

Che dire, l’iPad non cambia, con gli anni, ma migliora. Sempre, più o meno percettibilmente, ma in maniera costante.

Solo una cosa diventa più evidente ad ogni cambio generazionale. iPad è una macchina elegante. Non (solo) a livello estetico, ma soprattuto a livello concettuale.

È ormai un dispositivo dotato di hardware dalla potenza impressionante, non solo considerato all’interno del campo del mobile, ma in assoluto.
Consente un utilizzo, stante l’esistenza delle app adeguate (e sono pochissimi i casi in cui ciò non si verifica) professionale1 ad altissimo livello.
Dispone di autonomia e capacità di connessione eccellenti, senza penalizzare le prestazioni.

Eppure.

Eppure resta, nella sua essenza, un’interfaccia. Un dispositivo pensato per sparire, lasciando il posto al contenuto (di cui si intende fruire o che si sta creando, poco importa).
In questo risiede la sua vera eleganza, nel farsi da parte; la stessa caratteristica che, secondo me, manda in paranoia chi non ha idee su come utilizzare tanta potenza e versatilità (o pensava di averne, magari di sfavillanti, ma alla prova dei fatti si scontra con la dura realtà) e incolpa il mezzo per la pochezza del risultato.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Non intendo ricominciare la querelle su cosa sia professionale e cosa non lo sia. Chiunque legga queste righe sa come la penso, non credo se ne uscirà mai davvero se non rinunciamo a definire come Pro solo ciò che serve a noi. 

Lo streaming come biblioteca, non come edicola.

It’s very well written and very well acted. But it’s just not your typical movie theater fare in 2018. Instead, I have to believe Michael Clayton would still exist, but it would likely exist on Netflix or Amazon Prime, or the like.

 ‘Michael Clayton’ in the Age of Netflix 

Mi spingerò un po’ più in là nel ragionamento rispetto al buon Siegler: io apprezzerei infinitamente una versione di Netflix (Prime Video o quel che vi pare) che affiancasse alle offerte “acchiappa clienti” (non necessari:amente ciofeca e, sia chiaro) una corposa sezione “classici”.

Vorrei tanto un Internet Archive con la potenza d fuoco e la cura di Netflix (iTunes o quel che vi pare)..

Temo, però che tutto ciò richieda un livello di coscienza culturale troppo elevato rispetto a quello che dimostriamo continuamente in quest’epoca.

Stay Tuned,
Mr.Frost

TrustNo1

First, how in the world did this sketchy app get so popular? Was it actually doing anything useful, protecting users from actual harm? It just seems crazy to me that this was the fourth most popular paid app in the store. But that’s what makes this story interesting — the app was popular. There are an awful lot of Mac users whose web browsing histories are now in the hands of some developers in China.

John Gruber

Gruber si stupisce del fatto che un’app come Adware Doctor fosse estremamente popolare, peraltro essendo a pagamento.

Io mi chiedo come possa ancora non essere chiaro che la “popolarità” (potrei dire “viralità” in senso più ampio) di un contenuto/prodotto/servizio su Internet, ad oggi, non può e non deve essere considerata un parametro valido per giudicare alcunché.

Un algoritmo spara tra i Trending Topic di Twitter qualsiasi cosa gli si dia in pasto nel giro di qualche ora, le recensioni su un qualsivoglia sito di e-commerce possono essere (e sono in effetti, in un numero straordinariamente alto di casi) manipolate acquistando “bot umani” in qualche paese dell’Est Europa o dell’Estremo Oriente che scrivano entusiastiche recensioni a cottimo (“giochino” ancor più banale se il sito suddetto è in lingua inglese).

Perché dovremmo stupirci se la reputazione, magari artatamente falsata1, di un software produce un effetto a catena per cui chi cerca su AppStore (nel caso specifico) “malware”, “adware” o chiavi ugualmente generiche finisce col fidarsi della combo “600 recensioni/4,5 stelle”?

Siamo animali sociali e ciò significa che – nonostante il nostro sempre più diffuso e frequente atteggiarci a cinici – il “parere del branco” conta ancora moltissimo, specialmente in campi nei quali non abbiamo una conoscenza diretta (non tutti fanno colazione leggendo blog tech).

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Tra l’altro, questo è il caso. Le recensioni erano, ovviamente, in grandissima parte farlocche. Gruber pone, a riguardo, due domande: la prima, cui riconosce egli stesso una base di follia che la rende impraticabile, è che Apple controlli le recensioni fasulle. Una pratica che non è – evidentemente – realizzabile con personale umano, e sulla cui fattibilità (mantenendo una discreta efficacia) ho dei dubbi anche qualora si ricorresse ad algoritmi e automazione spinta.
    La seconda, molto più interessante, riguarda l’opportunità per Apple di utilizzare il “kill switch” da remoto, di fatto disinstallando l’app dalle macchine di chiunque non abbia avuto notizia della frode. Ottima domanda cui pare non abbia ancora ricevuto risposta. 

Il difficile equilibrio tra servizi e privacy

(…) in quest’epoca in cui pure il fornaio ha una AI per decidere che tipo di pane fare e in che quantità in base al giorno, avendo studiato il trend delle vendite grazie ad un rivoluzionario sistema di machine learning, mi chiedo se non si possa fare qualcosa per rendere queste benedette notifiche meno invadenti.

Io oooodio le notifiche • SaggiaMente

Come non concordare con Saggiamente? Eppure, non posso fare a meno di domandarmi se esista una via all’intelligenza artificiale che rispetti la privacy dell’utente1.
Apple dice di sì, ma deve ancora dimostrare che i risultati siano all’altezza dei concorrenti; Google sembra non volersi porre troppo seriamente il problema (sono generoso), mentre Amazon addirittura ha la propria ragion d’essere nella profilazione dei propri utenti (posizione legittima, per carità, ma fa sempre bene ricordare che tutto ciò che Amazon fa al di fuori del vendere, esiste solo come attività collaterale funzionale al vendere).

Al di là degli sviluppi futuri, imprevedibili a mio avviso non solo per noi utenti ma anche per gli stessi partecipanti al gioco, l’unica possibilità che abbiamo è provare ad indirizzare le scelte dei colossi di cui sopra, votando col nostro portafogli e il nostro utilizzo quale aspetto debba avere la priorità.

Scegliamo in maniera saggia.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Una piccola integrazione, grazie al Post e ad AP, che esemplifica bene come l’atteggiamento di alcuni attori sia quantomeno “opaco” in materia: Google traccia la nostra posizione anche quando cerchiamo di impedirglielo.

P.P.S. Anche Rene Ritchie spiega bene una parte importante del problema.


  1. Naturalmente, si sta parlando di chi a questa privacy è interessato: conosco personalmente – tutti conosciamo personalmente – una quantità imbarazzante di persone cui apparentemente non frega nulla di farsi profilare come nemmeno la propria mamma sarebbe in grado di fare.