Quote Of The Day

Netflix estimates that it uses around 700 microservices to control each of the many parts of what makes up the entire Netflix service: one microservice stores what all shows you watched, one deducts the monthly fee from your credit card, one provides your device with the correct video files that it can play, one takes a look at your watching history and uses algorithms to guess a list of movies that you will like, and one will provide the names and images of these movies to be shown in a list on the main menu. And that’s the tip of the iceberg. Netflix engineers can make changes to any part of the application and can introduce new changes rapidly while ensuring that nothing else in the entire service breaks down.

How netflix works: the hugely simplified complex stuff that happens every time you hit play – Medium

Stay Tuned,
Mr.Frost

HomeKit è ancora un deserto?

Jason Snell, su Macworld, a proposito di HomeKit. Pare ci siano tutti gli ingredienti per una bella confutazione pezzo per pezzo.
Procediamo, dunque.

Si parte dalla notizia dell’assunzione, in quel di Cupertino, di tale Sam Jadallah, ex CEO di una compagnia che produceva serrature smart (Otto), ex dipendente Microsoft, ex “socio” di una compagnia di VC. Non proprio un ragazzino alle prime armi, insomma.

Snell si chiede quali indicazioni si possano trarre da quest’assunzione per ciò che riguarda lo sviluppo e la diffusione di HomeKit: Jadallah avrà solo la funzione di negoziatore, per migliorare ed ampliare la lista di partner terzi che supportano il sistema di domotica Apple, oppure è il segno che l’azienda intende cambiare marcia e ritiene insoddisfacente il modo in cui finora è stata gestita la “divisione” HomeKit?

There is no end to the opportunities for Apple in building more devices for the home. It just has to decide if it wants to compete in that market, or write it all off. I’m increasingly coming to believe that Apple needs to do more, not less, in building home products.

Sebbene trovi anche io abbastanza ristretto il panorama degli accessori HomeKit compatibili, penso che il problema principale non risieda nella “costruzione” da parte di Apple di un numero (o di una varietà) insufficiente degli stessi, bensì nella loro irregolare distribuzione al di fuori degli Stati Uniti.

Togliamoci subito da un fraintendimento piuttosto pericoloso: Apple è una multinazionale, ma non vede il mercato globale in maniera omogenea, soprattutto per importanza.
Cook e soci dividono, a mio avviso, il loro business globale in almeno tre fasce:

1) Gli Stati Uniti, il proprio “cortile di casa”. Massima ed immediata disponibilità di tecnologie, prodotti e servizi, prezzi più aggressivi (sì, c’entra anche il cambio, ma capisco che la versione “Apple brutta e cattiva se ne frega e ci sfrutta” costituisca una narrazione più accattivante).

2) Il resto del mondo anglofono (la Cina fa storia a sè, come sempre e per ogni ambito da anni a questa parte). Seconda fascia, a volte indistinguibile dall’ ”home turf”, a volte massacrata esattamente come tutti i non “stellestrisciati”. La lingua, ovviamente, rende abbastanza facile la diffusione di servizi e funzionalità (anche se chiunque abbia provato a confrontare l’inglese britannico con quello americano, magari aggiungendo quello australiano per farsi due risate, sa che “non si somigliano per niente”). Un’impostazione generale della società e degli stili di vita piuttosto simile riduce ulteriormente l’impegno necessario (penso, ad esempio, ad Apple Pay).

3) Il resto del mondo e basta (noi inclusi): a volte graziati da uno status di “early adopters” quasi inspiegabile, più spesso relegati alla voce “si, vabbè, appena posso lo faccio”1

Confrontando le pagine dedicate all’hardware HomeKit sul sito Apple.com e su quello .it, possiamo trovarci di fronte ad un’alternativa abbastanza netta: meno prodotti esistenti, meno prodotti riportati.
Ciò che però davvero danneggia la diffusione, a mio avviso, è l’informazione di cui dispone il grande pubblico.

Provate a recarvi in un punto vendita di elettronica di consumo “generalista” (sì, Mediaworld, sto guardando te). Banner e scaffale dedicato per i Google Home, AppleTv collegata ad un televisore in un angolo e lontanissima (in termini proporzionali di spazio del punto vendita) dagli accessori di domotica che potrebbero usufruirne come hub. Possibilità di “scoperta accidentale” del legame tra i due mondi da parte del cliente medio, zero.

Aggiungiamo a questo un prezzo mediamente più alto, sebbene parzialmente mitigato dalle offerte continue in cui viviamo immersi da quando esiste Amazon; prezzo motivato da precise scelte di Apple volte a garantire un maggior controllo sull’affidabilità dei devices (ed una conseguente maggior sicurezza per gli utenti), ma la cui ragione è ignota ai suddetti clienti medi, i quali vedono solo il cartellino (e quindi “Apple ruba/è cara perché è da fighetti”).

Jason propone allora di considerare il mercato delle soundbar, poiché i due prodotti Apple che sostengono l’ecosistema HomeKit sono AppleTv e HomePod, entrambi “nativi” del salotto.
Ciò che non mi torna, nel suo ragionamento, è questa parte:

The soundbar world, however, would seem to be a place where Apple could price a product higher than the HomePod and actually make a dent.

Siccome Apple ha problemi ad essere competitiva sul prezzo (tu quoque, Jason?), dovrebbe buttarsi in un ambito in cui Sonos riesce a vendere soundbar anche a 699$ e nessuno trova da ridire.
Ciò che il nostro sembra non considerare, è il fatto che Sonos è un marchio premium, almeno da noi (e qui si torna al concetto di “home turf” come parametro di riferimento).

Qui l’utenza media compra la soundbar Samsung/LG/Sony/Anker/Yamaha-ma-da-non-troppo in offerta nel solito Mediaworld.
In un mercato così, che rientra appieno nell’ambito delle commodities, l’hardware Apple che punti solo al prezzo non ha chances.
Un po’ lo stesso discorso che veniva fatto negli anni scorsi per un’eventuale TV marchiata con la mela.

Anche considerando la proposta reale (e definitiva, in coda all’articolo) di Snell, cioè che Apple crei una propria soundbar (lui dice genericamente “smart speaker”, ma cambia poco) in grado di fondere le funzioni di HomePod e quelle di Apple TV, sembra una proposta in grado – nella migliore delle ipotesi – di riempire l’ennesima “nicchia”, peraltro rosicchiando mercato ai due prodotti attualmente esistenti (non tutti hanno bisogno/sono interessati ad entrambi), senza contribuire ad ampliare il mercato di HomeKit stesso.2

Stay Tuned,
Mr.Frost


    1. Se dobbiamo credere alla versione ufficiale, in qualche caso le barriere linguistiche sono davvero enormi. Vedasi alla voce “Siri su HomePod e relativa disponibilità”. 
  1. Ho volutamente tralasciato la parte “nostalgia canaglia” riguardante Airport. Ho amato molto i router Apple, ma dopo essere passato ad un Orbi (grazie, Max) non posso che confermare la superiorità della concorrenza (virtuale, giacché Apple si è ritirata dal segmento in questione). 

Quote Of The Day

Non è l’app Absher in Arabia a promuovere diseguaglianze e principi inumani ma sono le leggi del Regno.

A chi tocca mettere al bando un’app diffusa dal Governo di uno Stato sovrano che traduce in bit una legge vigente?

A un paio di corporation del web su richiesta dei politici di un altro Stato o allo Stato in questione?

E, soprattutto, perché la comunità internazionale non utilizza gli strumenti della diplomazia internazionale – inclusi quelli più incisivi – per affrontare e provare a risolvere il problema?

L’avvocato del diavolo

Chiaro, conciso, allarmante (come tutto ciò che fa riflettere sui nostri “riflessi condizionati”).

Stay Tuned,
Mr.Frost

Assuefatti alla comodità

Tutto parte da molto più lontano, ma la molla a scrivere queste quattro righe (giuro che cercherò di non essere troppo prolisso. Cercherò.) si riduce a questo post del solito M.G. Siegler.

L’autore descrive la sua prima esperienza con il sistema di Amazon che consente di “servirsi” liberamente in uno degli store appositi della compagnia senza pagare al momento dell’uscita dal negozio, poiché l’importo viene addebitato “online” da Amazon stessa (al momento non ricordo se sul proprio account o su una “derivazione” dello stesso appositamente creata, ma poco importa).

A parte il simpatico aneddoto riguardante la borsa di carta non pagata, Siegler si chiede quanto tempo passerà prima che la stragrande maggioranza dei negozi funzioni con il medesimo meccanismo di “no-checkout”; questo perché, sostiene, è un sistema incredibilmente comodo per l’utente ed una volta abituatisi alla comodità risulta inspiegabile essere costretti a farne a meno.

È un concetto familiare a chiunque si sia trovato ad usufruire di sistemi semiautomatizzati, o comunque “ad attrito ridotto”, nella fruizione di servizi di cui si fa uso frequente: le casse automatiche, il Telepass, lo streaming on demand, la digitalizzazione dei documenti e così via.

Tutti i sistemi che – senza particolari “contro”, almeno in apparenza 1– offrono come principale ed evidente “pro” quello di farci risparmiare tempo che non abbiamo e farcelo usare per cose decisamente più piacevoli del sacrificarlo ad una qualche sorta di semidio burocratico, sono benvenuti. Perché l’unica risorsa non illimitata e sempre più scarsa eccetera eccetera.

La verità è che suona sempre più come un insulto disporre dei sistemi per rendere più semplice la vita e non approfittarne, considerando come non siano accessibili a tutti. Personalmente, mi fa lo stesso effetto di chi rifiuta l’automazione (soprattutto quella semplice, basilare, che richiede pochissimo sforzo mentale ed un investimento in termini di tempo di autoformazione ridicolo) nell’uso del computer; il principio del “ho sempre fatto così” (o peggio ancora, quello del “si è sempre fatto così”, come se l’altrui masochismo dovesse fungere da faro per le nostre scelte) porta un numero incredibile di persone – anche intelligenti ed istruite – a lavorare al posto di una macchina che dovrebbe lavorare per loro.
Il tutto, ovviamente, senza impedire loro di lamentarsi del tempo sprecato davanti al suddetto computer in compiti ripetitivi il cui impatto sarebbe facilmente riducibile a quasi zero.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Lo scrivo qui così la chiudiamo prima ancora d’iniziare. Lo so che gli effetti negativi, di entità variabile, ci sono quasi sempre, altrimenti non parleremmo di disruption. A mio avviso, però, il concentrarsi sui poveri casellanti sostituiti dai Telepass proponendo il ripristino dello status quo invece di esigere che vengano impiegati in compiti che il Telepass non può svolgere (assistenza ai clienti su tutti) peggiora il servizio e spreca risorse in un dibattito sterile. 

Quote Of The Day

This is hard for me. I like my little community on Twitter, but I know it is a hellscape of abuse for many. I use it to promote my work and to talk with my audience, but every time I open my replies, I brace myself for something terrible to be there, waiting for me to see it.

Regardless of all of that, I think it’s clear the leadership at Twitter has no idea what they are doing, and I think the network’s time is ticking away faster than ever.

Stephen Hackett

Stay Tuned,
Mr.Frost

Quote Of The Day

There will be major new products from Apple, someday, when they’re ready. There is no rush for them. If you’re worried about Apple’s near-future success, the key is their execution on their existing products. The Mac, iPhone, iPad, and Watch are all businesses that any company would kill for. Apple has all of them, and none of them are going anywhere. Apple needs to keep them insanely great where they already are, and raise them to insanely great where they aren’t.

John Gruber – Daring Fireball

Stay Tuned,
Mr.Frost

Launch Center Pro – All you can eat, À la carte o Degustazione

All these options add a degree of complexity to purchasing Launch Center Pro, but I like the idea of giving customers more choice when it comes to paying for the experience they want. And in this case there’s a lot of choice. I’ve seen different companies try various approaches for their transitions to freemium, but this is the first time I’ve seen an iOS app switch from a paid upfront model to three different purchase options based around an initial free download. Adding purchase flexibility may be one way to quell criticism of the switch from “paid and simple” to “free with options”, and I’m curious to see how it works out for Contrast.

MacStories

I miei migliori auguri agli sviluppatori di Launch Center Pro. Trovo che la modulazione offerta e la possibilità di pagare in abbonamento, in formula “tutto e subito”, oppure per sbloccare le singole features volute sia una dimostrazione di estrema sensibilità verso il cliente/utente.
Chiunque può stabilire,in base alle proprie esigenze e tipo di “consumo”, come contribuire allo sviluppo dell’app.
Con un business model così, non ci sono più scuse per non supportarne lo sviluppo.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Due pesi, molte misure

Fraser Speirs scrive un interessante post sul suo passaggio dall’accoppiata iPad-MacBook Pro all’uso esclusivo di un Pixelbook.

Un sacco di spunti notevoli, inframezzati da alcune imprecisioni colossali e mezze verità.

Tenendo conto che tutta la discussione nasce dall’assoluta necessità dell’autore di utilizzare la suite di Google, combinata con la volontà (non penso si tratti d’incapacità) di Mountain View di rendere difficilmente utilizzabile la stessa su iPad (delicato eufemismo) procediamo con qualche brandello di analisi in ordine rigorosamente sparso1.

A proposito del fatto che – per utilizzare GSuite – un Pixelbook sia la macchina perfetta, mentre un iPad richiede l’ausilio di un Mac:

Macs can do some things that an iPad can’t do – like access the full GSuite – and an iPad can do some things that a Mac can’t do.

Eccellente sintesi di un concetto che Apple ha chiarito dal primo istante di vita dell’iPad. Ricordate la metafora del camion e della macchina? Meglio tardi che mai.

Assistiamo poi ad una notevole serie di elogi per il Pixelbook in quanto ibrido tra un laptop ed un tablet, che consente di sfruttare “il meglio dei due mondi” senza spendere le cifre esose che Apple richiede per l’acquisto di due terminali (tralasciamo il fatto che, a fronte della suddetta cifra esosa, si hanno per l’appunto due terminali, invece che uno). Peccato che, per ammissione dello stesso Speirs:

Is the Google Pixelbook a genuinely great tablet computer? No, certainly not. It’s a very good laptop that does a passable job of some kinds of tablet tasks.

Quindi, gli serve un laptop. Tant’è vero che:

In tablet mode, it’s great for Netflix, YouTube, casual web browsing and that sort of thing.

Il che, bizzarrìa, è precisamente l’uso orientato al consumo che si rinfaccia ciclicamente ad iPad. Ma se a questo “buonissimo laptop che svolge decentemente alcuni compiti da tablet” si perdona in apparenza quasi tutto, ad iPad lo si rinfaccia come un peccato mortale.

Ad ulteriore conferma di questo doppio metro di giudizio, abbiamo la seguente perla:

Would I put the Pixelbook into tablet mode to go deep on a Google Sheets document? Of course not.

Quindi, un utente professionale ed esperto, che trova impossibile utilizzare l’iPad come unica macchina per usufruire del software non ottimizzato di un concorrente, non si sogna minimamente di utilizzare una macchina prodotta dal concorrente stesso per il medesimo compito.

Having said that, I reflect on how often I used my iPad Pro in pure “tablet mode” too – it wasn’t all that often either.

Verrebbe da dire di nuovo che forse – forse – Mr. Speirs non abbia tutta questa necessità di un tablet.
Ma proseguiamo.

The Pixelbook isn’t a better laptop than a MacBook, and it isn’t a better tablet than an iPad, but this one device satisfies 98% of my computing needs in a single package. It also costs less than half of what I would need to buy from Apple to get the same set of capabilities.

Un terminale che è peggiore di un MacBook nel fare il laptop e peggiore di un iPad nel fare il tablet e non copre nemmeno la totalità delle proprie esigenze è migliore perché costa meno.

Ed oltretutto:

Google, on the other hand, has a numerically successful phone platform that still has some quality challenges and an all-but-abandoned tablet strategy. They have a moderately up-and-coming hybrid laptop/tablet platform in ChromeOS that is seeing significant work and investment and is shipping significant feature updates on a regular basis. (Interestingly, said platform is also adopting mobile APIs/runtimes to fill functionality gaps).

2Siccome però, come sempre, tutto si riduce alle necessità personali, abbiamo un sunto della questione in una sola frase:

Google also have a genuinely wonderful collaboration platform in GSuite that has become the most important software in my life bar none. Clearly, it’s become more important to me than any software that Apple makes.

Da ultimo, una nota a margine sul confronto tra ChromeOS e iOS. Sostiene Speirs che:

One other thing that hurts to say but I believe is true is this: ChromeOS is getting better faster than iOS on iPad.

Tralasciando il fatto che ciò possa essere dovuto alla necessità da parte di Google d’inseguire Apple e recuperare terreno, nonché dalla probabile maggiore facilità di gestione che comporta l’avere un solo OS ibrido tra desktop e mobile, ciò che viene portato come argomento a sostegno della tesi mi pare alquanto traballante:

many people who have dropped laptop money on the 3rd generation iPad Pro are really buying it on more of a hope, even, than a promise that iOS 13 will make it sing.

Molte persone che hanno comprato un iPad Pro l’hanno fatto perché soddisfa le loro esigenze di computing, personali, professionali e miste che siano. Nessuno compra una macchina di alta gamma che fa 10 chilometri al litro sperando che in futuro ne faccia 20.
iPad Pro soddisfa ora le esigenze di una varietà incredibile di persone, le quali evidentemente non si trovano a dover dipendere così pesantemente da GSuite come il nostro autore.
Per costoro, comprare un PixelBook non avrebbe senso, o fornirebbe loro un’esperienza – per dirla nella lingua di Speirs – sub-par.

Se le sue esigenze sono mutate (peraltro abbastanza lentamente nel tempo, visto che per sua stessa citazione la transizione ad iPad è del 2015), bene fa a rivolgersi altrove; ma rimproverare ad una piattaforma che non fa ciò che ci serve mentre d’altro canto lodiamo chi non ci fa nemmeno passare per l’anticamera del cervello di provare a chiedere di più non mi pare molto equo.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Il fatto che non sia d’accordo con la metà di quanto scrive nel post non riduce l’interesse per il contenuto, anzi. 
  2. L’adottare API mobili per colmare le lacune viene citato anche nel caso di MacOS, solo che qui il pacchetto viene presentato come “a legacy desktop platform that’s adopting mobile app APIs to fill functionality gaps.” In ChromeOS, miracolosamente è solo “un aspetto interessante”.