Non siamo obbligati ad essere Viticci

Vabbè, il titolo mi piace ad effetto, in questo periodo. È un umore momentaneo, probabilmente, sopportatelo finché dura1.

Il delirio di oggi nasce da uno dei post letti clamorosamente in ritardo che affollano la mia Reading List (croce e delizia della mia metà abbondante di procrastinatore).

Nella fattispecie, un succosissimo post su MacStories, che Instapaper mi segnala come bisognoso di circa 80 minuti per essere letto, pubblicato da Federico il 14 Dicembre scorso (faccio schifo, lo so) e che tratta del suo utilizzo dell’iPad Pro come principale (unico) computer.

Sono peraltro arrivato ad un 20% di lettura del suddetto, il che comporta che possa tornarci sopra per altri deliri, ma una cosa mi ha già colpito2.

La primissima parte tratta di come sia possibile usare alcuni strumenti (su tutti Dropbox, iCloud Drive, Documents e Workflow) in combinazione tra di loro per mitigare il lutto per la perdita del Finder in ambito iOS (lo stesso Finder che – ciclicamente per non dire di continuo – viene accusato di essere una delle parti peggiori di MacOS; bizzarro come apprezziamo certe cose solo nel momento in cui ci vengono tolte).

Proprio su Workflow si concentra la mia riflessione: per me, è uno di quegli strumenti strani, à la Keyboard Maestro.

Esempio pratico che cerca di dissipare la nebbia: io adoro Hazel. Lo uso in continuazione, imposto quanti più flussi possibile, cerco di sfruttarlo al massimo anche a costo di rifinire per ore parametri che scoraggerebbero tanti3.
Intuisco che Keyboard Maestro abbia potenzialità simili se non addirittura superiori, per non parlare della possibile integrazione tra i due. Eppure, pur disponendo di una regolare licenza (di un paio di versioni fa, ma poco importa), non l’ho nemmeno installato.

Ci ho provato, lo giuro.

Almeno tre volte.

Il fatto è che – come, a pensarci bene, mi capita in misura meno drammatica con Alfred – mi sembra di non riuscire nemmeno ad immaginare abbastanza modi per sfruttarlo.

Workflow mi fa lo stesso effetto; al momento ci sono, nel widget Today sul mio iPhone, dodici flussi di lavoro creati con l’applicazione in questione. La maggior parte funziona da scorciatoia per Apple Music, ma posso definirli nel complesso abbastanza vari.
Questo mi renderebbe soddisfatto del mio livello di automazione, e nella maggior parte dei casi lo fa, semplificandomi piccole azioni quotidiane.

Il tutto, finché non mi capita tra le mani un post come quello di Federico, in cui viene magari buttata lì la nota che fa riferimento alla cinquantina di Workflow che usa abitualmente.
Risultato: mascella a cercare il petrolio e via così.

Mi rendo perfettamente conto che la mole di lavoro gestita nel suo caso sia incredibilmente superiore, tuttavia torna quel fastidioso senso di “grattare la superficie” di strumenti potentissimi e nulla più.

Ed è solo quando qualche amico mi guarda smarrito mentre provo a convincerlo a sfruttare Hazel o Drafts (sono un evangelista piuttosto molesto, a volte), chiedendosi e chiedendomi perché dovrebbe spaccarsi il cervello ad automatizzare una cosa che richiede qualche secondo ad attenzione zero per essere realizzata nella solita maniera che realizzo: non a tutti serve lo stesso tipo di automazione, men che meno la stessa dose di automazione.

Ciò non vuol dire che non esista – e di questo sono fermamente convinto – uno scampolo anche minimo nella vita informatica di chiunque in cui l’automazione potrebbe risolvere un problema di cui magari nemmeno ci si accorge, ma che fa perdere un poco di tempo e costringe ad un lavoro più meccanico del dovuto ogni volta che occorre compierlo; è solo che questo scampolo varia per ognuno.

In certi casi è una lenzuolata a patchwork come per Federico, in cui un numero impressionante di servizi, applicazioni, parametri e dati si uniscono per creare in automatico qualcosa che sarebbe incredibilmente noioso e dispendioso – anche in termini di tempo, la risorse più preziosa di cui disponiamo – da fare a mano.

In altri, si tratta magari solo di rinominare e spostare un file secondo i medesimi parametri di sempre, un lavoro abbruttente e che sottrae tempo alle parti che davvero ci piacciono del nostro lavoro (o hobby), peggiorando in questo ambito – ristretto, dice qualcuno, ma me siamo convinti? – la qualità della nostra vita.

L’automazione non è una gara a chi fa meglio o di più, non è un obbligo da assolvere perché altrimenti non si è abbastanza “pro”, non è neppure qualcosa che appare come ovviamente necessario ai nostri stessi occhi; ciò che veramente conta, quando si legge un articolo come questo (o le decine di altri) che Federico dedica a Workflow, Launch Center Pro e simili, è sentirsi stimolati a cercare, nella nostra routine informatica, le pieghe da stirare, per dirla all’americana. 4

È farci arrivare a chiederci in che modo il computer possa lavorare davvero per noi, invece che noi per lui.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Oppure – com’è ovvio – siete liberissimi di mandarmi a quel paese e leggere solo titoli perfettamente didascalici di note d’agenzia. 
  2. È il bello dei post di Federico: richiedono molta dedizione nella lettura, ma lo spunto di riflessione è pressoché garantito. 
  3. Uso anche – in misura di gran lunga minore – Automator, soprattutto per creare servizi raggiungibili dal menù contestale del Mac. 
  4. Per tutto quanto scritto sopra, ascolto sempre con particolare piacere – superiore alla pur alta media – le puntate che definirei app-centriche di Canvas, EasyApple e del SaggioPodcast. Gli usi che altro fanno dei medesimi strumenti a mia disposizione rappresenta la miglior spinta ad utilizzarli di più e meglio.
    Sempre per la stessa ragione, non vedo l’ora di iniziare ad ascoltare AppStories

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