Auto-follow-up

Nick Heer (Pixel Envy) scrive, appoggiandosi a Brian Feldman (New York Magazine), che le major dell’intrattenimento starebbero nuovamente commettendo seppuku, cercando di massimizzare i propri profitti e producendo una intollerabile (dal punto di vista “logistico” come da quello “finanziario”, dice il NYMag) frammentazione dell’offerta.

Scrive Feldman:

Now the legal options for media consumption are once again becoming overly burdensome in both a financial and logistical sense. Even paying for a cable subscription won’t fix it. The best centralized place to find media is, once again, through piracy.

Se ne parlava giusto qualche giorno fa, su queste pagine.

La deriva è incontestabile, sotto gli occhi di chiunque utilizzi intensamente i servizi di streaming. Siamo passati dal poter “assaggiare” un po’ dei servizi offerti da ognuno, al dover effettuare una selezione piuttosto rigida. Il mercato, dirà qualcuno, funziona così. Il sistema prende piede, i più forti o i migliori sopravvivono, il panorama dei stabilizza. A parte i dubbi già espressi, una nuovo aspetto va considerato, e Heer lo individua brillantemente:

One more thought that I had after publishing is that the media environment of 2019 is vastly different than that of 2009 in large part because of YouTube. Making videos for YouTube is, far more now than then, a legitimate career choice, with bigger budgets and audiences, and more credibility, than ever before. While people are unlikely to pirate public YouTube shows, channels that operate paid memberships with exclusive videos — whether through YouTube itself or a third-party platform like Patreon — might now be pirated as well.

Chi si preoccuperà di lottare seriamente contro un’eventuale pirateria diffusa di YouTube? La piattaforma, che ha dimostrato finora di muoversi per lo più in modo automatizzato ed auto-cautelativo? Saranno forse i video avere più piccoli ad essere spazzati via per primi?

Stay Tuned,
Mr.Frost

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