I love beautiful photography and there is a lot of that on IG. Where else can I gawk at the work of some of my favorite photographers. IG is owned by Facebook, and it does all the shifty things it’s parent does — tracking, manipulating, popularity driven algorithms, and lack of empathy. But good lord, there is some beautiful art there too.

I have started a photo blog — where I cross post all photos I share on Instagram. I think it is a matter of time, before it becomes my primary spot for sharing photos.

The Long Goodbye (To Facebook)

Tutto ciò che avrebbe voluto/potuto/dovuto fare Flickr, lo sta facendo Instagram; che non è – ovviamente – esente da difetti, penso inevitabili quando si superano certe dimensioni e la proprietà si chiama Facebook (ancora adesso mi viene un brivido ogni volta che mi propone di lasciargli dare un’occhiata ai miei contatti per trovare nuovi utenti interessanti), ma ha ormai una fama stabile e meritata.

Tutto quello che – ad un certo punto – è parzialmente riuscito a fare G+ (trasformatosi in una specie di “covo per fotografi” più o meno inconsapevolmente), l’ha fatto scientemente Instagram.

Mi chiedo se, nella situazione attuale, la parte più difficile di una qualunque startup “service” su Internet sia quella social.
Forse è sempre stato così, in fin dei conti Apple aveva già un’enorme potenza di fuoco quando provò (ripetutamente) a creare una componente social in iTunes, fallendo (ripetutamente).
È di questi giorni la mia dipartita (disinstallazione dell’app senza una credibile chance di reinstallazione rebus sic stantibus) da Vero social.
Un affascinante esperimento, dotato di ottime idee di partenza (sia quelle di puntare su account “vip” come fa IG, sia di dividere i contatti in “cerchie” simili a quelle di G+), di un’app abbastanza raffinata da non sembrare una beta disperata buttata lì per vedere “se attacca”, naufragata (non perché non la usi io, sia chiaro! Semplicemente perché non conosco nessun utente al di fuori dei due con cui mi sono iscritto, e che ad occhio l’hanno abbandonato prima di me) nel mare magno dell’indifferenza.

La condanna, a ben vedere, si poteva già dare per emessa nel momento in cui la stampa generalista – uso questo termine nel senso più deteriore possibile – non aveva tributato al servizio nemmeno uno squallidissimo articolo preconfezionato stile “la startup che sfida i giganti dei social”. Se non sei degno nemmeno della “colonna gattini” di un quotidiano online, sei morto prima ancora d’iniziare.

Un social network senza utenti non è solo inutile; è inesistente.
Come convincere la gente a condividere le proprie colazioni e le passeggiate col cane sull’ennesimo clone di Twitter o Facebook è il vero nodo da affrontare per chiunque voglia avere anche solo una chance in questo campo.

È interessante, secondo me, notare come il compito si rivelerà sempre più difficile per almeno due motivi, tra di loro apparentemente inconciliabili:

1) Il fatto che (più o meno) ogni “wannabe nuovo Facebook” aggiunga mediamente almeno un aspetto o una funzione interessante e “originale’, non porterà al risultato che chi dovesse riuscire ad implementarle tutte crei il social perfetto; l’unico risultato che otterrà sarà quello di apparire come un insieme di caratteristiche “già viste”o “copiate da altri”.

2) L’emorragia di utenti dai due principali social network nonproduce un’orda di utenti in cerca di una nuova casa, ma solo gente convinta che sui social non valga la pena passare del tempo (e potrebbero avere ragione).

Quindi, come capita per altre cose nel tempo “date per scontate”, il mondo dei social network favorisce gli attori già in campo: che gli equilibri cambino, che qualcuno si estingua magari, non rende più facile per i nuovi arrivati guadagnare massa critica.

Instagram ha il vantaggio di essere qui da molto tempo, e di aver anche apparentemente superato la “botta” dell’acquisizione da parte di Facebook.
Complice il fatto, forse, che fosse già famoso e frequentato prima che Big Blue F ci mettesse sopra le zampe, gli utenti (m’inserisco nel novero) anche più smaliziati e coscienti della promiscua gestione di dati tra le due compagnie (formalmente ancora separate) lo vivono come una succursale remota, in cui l’occhio dei capi arriva di rado, e per la quale l’interesse è secondario, cosa che la mette al sicuro da tentazioni di data mining stile Cambridge Analytica.

Sembra anche che – dopo svariati, pericolosissimi “esperimenti” – IG abbia raggiunto una propria forma stabile, beneficiando dell’incredibile varietà di contenuti che i suoi utenti caricano ed esponendoli attraverso un’interfaccia che (Dark mode e visualizzazione a pieno schermo assenti a parte) condensa un ampio numero di funzioni our mantenendosi sufficientemente chiara e “leggera”, a tutto beneficio del contenuto stesso.

Se questa stabilità si trasformerà in solidità o in stagnazione, determinerà quanto a lungo usufruiremo dei servizi di quello che – al momento – è l’unico vero social network fotografico.

Stay Tuned.
Mr.Frost

Capita, a volte, che le occasioni si presentino in una forma inaspettata. Per esempio, sotto forma di offerta Black Friday di un software che nemmeno sapevi esistesse, nel momento in cui stai cercando un nuovo editor Markdown che abbia almeno le seguenti caratteristiche:

  1. Multitasking Apple (app iOS e MacOS native)
  2. Sincronizzazione iCloud
  3. Formula d’acquisto “una tantum”, quindi senza abbonamento

Ed ecco a voi mWeb, l’ospite inatteso alla festa del rinnovamento possibile di questo blog.

Seguirà recensione approssimativa ed umorale come da prassi.

Pro:

  1. Figo
  2. Personalizzabile
  3. Supporta la pubblicazione su un sacco di servizi differenti (WordPress self-hosted e non, Medium…quanto facilmente, lo vedremo subito)
  4. Il supporto al Markdown è – ad una prima occhiata – impeccabile (non è una cosa così scontata)

Contro:

  1. Non supporta TextExpander (non un peccato mortale, ma chiederò agli sviluppatori notizie a riguardo)
  2. Non supporta l’autenticazione biometrica, che ormai usa anche il tostapane (male, molto male)

Da valutare:

  1. Il sistema di catalogazione e gestione dei files
  2. L’integrazione con altre app (per esempio, la facilità con cui si possono eventualmente creare bozze tramite estensione direttamente da Safari), uno dei punti di forza di Ulysses.

Per ora, quello che vedo mi piace molto. L’uso dirà se è solo apparenza o un valido sostituto per app più blasonate e pubblicizzate.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Leggo un post interessante di un blog che ho iniziato seguire da poco: l’autore sostiene che Apple sia impegnata ad introdurre “features ridicole” come i Memoji che “nessuno ha chiesto”, mentre Samsung con il Note 9 realizza il suo sogno di poter utilizzare un unico terminale come mobile e sostituto del PC.

Continuo a non capire questa smania di unificazione di dispositivi con interfacce, casi d’uso, storie, prospettive di sviluppo, ambiti di utilità e chi più ne ha più ne metta radicalmente diversi (non lasciamoci ingannare dalle parziali sovrapponibilità, i dispositivi sono e resteranno mondi diversi. Se poi i propri bisogni ricadono interamente in uno qualsiasi dei mondi suddetti, il “merito” o la “colpa sono daattribuire esclusivamente alla nostra personale ed irripetibile – o quasi – situazione).

Anche se fosse, comunque, il caso di perseguire tale unificazione, mi viene da pensare che Samsung vi sia costretta, al momento.

Dal punto di vista dell’utente medio, oggi chi sceglie Android al posto di ioS (o viceversa, va da sé) lo fa per una questione quasi esclusivamente di gusto personale. C’è chi si trova meglio con il robottino, per miliardi di motivi diversi, quindi si rivolge ai principali produttori che supportano questo S.O.

Questo utente “felice androidiano per scelta”, qualora dovesse decidere di utilizzare il proprio adorato S.O. in tutte le sue possibili declinazioni hardware, si troverebbe nell’invidiabile situazione che vado qui ad esporre brevemente:

1) Smartphone: moltissimi produttori, qualità variabile da “eccellente” a “caduto da camion e schiacciato da asfaltatrice”. Tra i primi, direi, possiamo tranquillamente inserire Samsung, “Google” (come marchio, non creando ovviamente hardware da sé), Huawei, OnePlus e LG (come minimo – non lo dico io, lo dice AndroidAuthority).

2) Personal computer: un emulatore con annesso tutorial di Aranzulla, oppure un Chromebook (HP, Acer, di nuovo Samsung, Asus, tra gli 11” e i 15”).

3) Tablet: rumore di grilli. Scherzo, ma nemmeno troppo: se la nostra fonte, AndroidAuthority, mette in classifca Samsung (sorpresona, eh?), Huawei e i Fire di Amazon (che però non sono proprio del tutto Android, vero Jeff?), bisogna considerare come nel settore tablet, ormai, Android sembri una città fantasma.

Quindi, potrebbe per caso essere l’attuale situazione dovuta al fatto che Samsung si trovi obbligata a rendere il proprio dispositivo più popolare (definizione ancor meno contestabile se oltre al Note si Aggiunge il Galaxy “liscio”) “multifunzione”, in modo da poter sopperire alle carenze di un S.O. che ha dimostrato difficoltà nell’adattarsi ad hardware che non sia quello degli smartphone?
Perchè spesso e volentieri si osserva la “triade” Mac/iPhone/iPad, ma molto meno spesso Chromebook/Galaxy (Note o meno)/GalaxyTab?

Evitando risposte da fanboy, forse l’argomento merita un po’ più di riflessione di quella operata dal nostro Jonathan.

Stay Tuned
Mr.Frost

Una delle cose migliori di un negozio fisico è il fatto di avere qualcuno con cui confrontarsi, al limite anche solo per fare due chiacchiere — con il mio edicolante succede quasi sempre — se il negoziante non riesce, o non vuole, entrare in sintonia con il cliente, allora è meglio l’impersonalità del negozio online. Sarà pure freddo, solitario, ma almeno si può comprare quando e come si vuole, e si risparmia pure. E se qualcosa non piace o non va bene, la si rimanda indietro e amici come prima

Commercio tradizionale o commercio online? Perché Amazon sta vincendo (parte 3) | Melabit

Link

Microsoft will use Intel’s seventh generation Core i7 chip, just like Apple’s fastest standard iMac introduced in mid-2017. But rather than complaining that Microsoft’s brand new Surface Studio 2 should be using Intel’s latest available processor, Hachman stated, “fortunately, performance isn’t why you’ll buy the Microsoft Surface Studio 2: It’s that amazing, vibrant display.”

That’s right: after decades of chiding Apple for not building a “headless” PC box from the 90s, suddenly the reason “you’ll buy the Microsoft Surface Studio 2” (and don’t worry, you actually won’t) is because it incorporates a nice display. Specifically, as Hachman detailed, a “4500×3000 28-inch RealSense display that puts out even more light than before—over 500 nits!” He added that “it was like falling into a more vibrant, colorful world.”

Apple’s “vibrant” 5K iMac first shipped four years ago.

Alternatively, you might say it’s like walking into the summer of 2017, when Apple released its 5K iMac with 500 nits (!) of brightness. Vibrant color on a vastly high resolution display (5120 × 2880, higher than Surface Studio 2, and in a more media-creative friendly 16:9 aspect ratio) first appeared with the 5K iMac in late 2014 (upgraded to P3 wide color gamut three years ago). To speak of this stuff as being “more than ever before” and a new epoch of computing is just kind of nutty.

Is Microsoft’s Surface Studio 2 the hardware Apple wishes it could ship?

Stay Tuned,
Mr.Frost