Ho appena finito INSIDE, di Playdead.
La software house danese, fondata nel 2006, ha all’attivo solo due titoli ma il primo è stato LIMBO (qui la versione per iPad, qui quella per MacOS), ovvero uno dei migliori titoli cui mi sia capitato di giocare da anni.

INSIDE parte, dunque, con un carico di aspettative enormi da soddisfare.

TL;DR Non solo ci riesce, a tratti quasi annulla il suo illustre predecessore.

Se LIMBO iniziava ex abrupto, INSIDE fa di più. Non solo non vi spiega nulla (come e più di LIMBO), non solo vi mette nei panni di un avatar debole ed indifeso, un bambino (di nuovo; eppure, di nuovo, si rivelerà pieno di risorse); vi piazza in un mondo da incubo, decisamente peggiore di quanto potreste immaginare.
Niente mostri a n zampe, o chissà quale creatura fantastica, sia chiaro; l’angoscia e l’orrore di INSIDE hanno origine dal peggior nemico che potreste trovarvi ad affrontare: i vostri simili, adulti.
Non sapete granché del mondo che vi circonda (e tutto lascia intendere che nemmeno il vostro alter ego ne sappia molto di più), ma ciò che dovete fare è chiaro fin da subito: fuggire, scappare lontano da tutto quell’orrore.

Lontano dai cani, dalle guardie armate che v’inseguono; lontano da tutti quei corpi, che sembrano in vita ma non lo sono, non possono esserlo.

Con i vostri (limitati, si direbbe) mezzi fisici, tutto ciò che potete fare è nascondervi, sgattaiolare, passare dove nessuno possa vedervi. Arrivare persino (e qui l’angoscia raggiungerà uno dei suoi apici) a mimetizzarvi tra quegli stessi zombie, pur di riuscire a fuggire.
Non guardare, non parlare, non muoverti se non si muovono gli altri.
Invisibile.
Camuffato.
Spaventato.
Solo.

Perché state scappando? Semplice capirlo: oltre alla costante sensazione di minaccia, cui contribuisce una palette quasi esclusivamente composta da neri e grigi (con l’unica, costante eccezione della vostra felpa rossa, più un simbolo che un capo d’abbigliamento), vi basterà fare una volta un passo falso. Ciò che vi succederà, in qualunque momento o posto lo commettiate, qualsiasi sia la natura del vostro errore, basterà a farvi desiderare di non commetterne mai più.

Da cosa e chi scappate? Perché quella gente vi vuole (apparentemente vivo o morto, il che – considerando come vengono ridotti quelli su cui mettono le mani – non sembra fare molta differenza)?
Non lo sapete. Il mondo intorno a voi mischia angosce che provengono direttamente da 1984, dai campi di concentramento nazisti, da tutta una lunga genìa di film dell’orrore di serie B, quelli in cui gli alieni schiavizzano e riducono gli umani ad automi senza volontà, persino da Matrix.

Tutto è ostile, o nel migliore dei casi indifferente. La solitudine, insieme alla paura, vi diventano familiari molto presto. Imparate a diffidare di ogni stanza, per quanto vuota ed insignificante possa apparire.

INSIDE non è un gioco per tutti. Ma è un gioco che tutti dovrebbero giocare, per capire fino a che punto possa spingersi la capacità dell’uomo di creare mondi, di scavare nelle paure dei propri simili, ma anche di provare empatia. Di lottare per non farsi ridurre a nulla, per sopravvivere, per credere che ci sia ancora qualcosa oltre: oltre la prossima angoscia, oltre il prossimo rischio mortale, oltre la prossima sfida apparentemente insormontabile.

Ed ogni volta che riuscirete a scamparla, non potrete fare a meno di sperare. Nonostante tutto intorno a voi sia troppo: troppo grande, troppo orribile, troppo opprimente.

Solo un altro gioco, recentemente, mi aveva trasmesso sensazioni simili:This War Of Mine (qui la versione iPad, qui quella per Mac).
Le differenze, però, sono evidenti: dove quello aveva scelto il realismo più esasperato (e doveva a ciò la sua capacità di ridurvi in brandelli cuore ed anima), qui Playdead può giocare con il verosimile, che – come c’insegnano tra gli altri i capolavori citati sopra – sa essere a volte molto più terrificante, attingendo a paure che nulla hanno di realistico o razionale.
Questo stesso campo di gioco, però, lascia quel minimo barlume di speranza di cui parlavamo poco fa: quanto questo somigli ad una torcia enorme vista in lontananza e quanto ad un minuscolo fiammifero osservato da un millimetro, spetta a voi deciderlo una volta arrivati in fondo.

Stay Tuned,
Mr.Frost

L’altro ieri, mi sono trovato ad usare le mie fidate Jabra Revo mentre le AirPods erano in carica (uno dei rarissimi casi in cui la mia voglia d’usarle ed il loro stato di batteria quasi a zero hanno coinciso).

Sempre ottime, con un suono potente ed una copertura notevole, hanno persino i controlli fisici per la riproduzione (i classici Play/Pausa, Volume Up e Down) sul padiglione sinistro , in una posizione comoda ed intuitiva da raggiungere.
Ad un certo punto, durante l’ascolto di una lunghissima playlist, ho avuto voglia di saltare il brano corrente.

Ed ho, istintivamente ed in maniera assolutamente automatica, effettuato un doppio tap sul padiglione destro.

Ovviamente, senza risultato.

Ora, ho letto per mesi recensioni entusiastiche delle AirPods; ci ho metaforicamente sbavato sopra come non mi succedeva per un prodotto Apple da anni.
Ho letto di come la qualità audio, la portata, la stabilità di connessione fossero incredibili. Di come l’ingombro e soprattutto il peso ridotto ne facessero un’interfaccia totalmente naturale e prossima a scomparire, con l’unico effetto di veicolare la colonna sonora della nostra vita direttamente nelle nostre orecchie.

Quello che non ho letto (l’avranno scritto, per carità, ma devo averlo “bucato”) è come le AirPods modifichino drasticamente non solo le aspettative nei confronti delle cuffie (auricolari o meno, wireless o meno, Apple o no), ma addirittura le abitudini d’uso.

Ciò che mi è successo l’altro giorno ne è forse l’esempio più lampante.
Ho sentito spesso criticare la scarsità di controlli touch consentiti dalle AirPods; sarebbe bello avere un controllo del volume, anche solo minimamente progressivo; sarebbe bello avere la possibilità d’impostare un comando diverso per ogni auricolare, per ogni tap, doppio tap, triplo tap, swipe e chissà cos’altro.
Forse è vero: forse i comandi impartiti tramite AirPods sono davvero pochi, insufficienti a garantire un’interazione completa e priva di intoppi.
Ma le possibilità offerte sono, come spesso accade ad Apple, talmente ben gestite e messe a disposizione dell’utente con un’attenzione così marcata all’esperienza d’uso, che diventano parte del nostro modo naturale d’utilizzo.

Questa rimane una delle differenze più marcate tra Cupertino ed i concorrenti: ove i secondi pensano (apparentemente, ma mi sento di poterlo affermare con una certa sicurezza) ad inserire quante più funzioni possibile nei propri prodotti, per una sorta di “sindrome da check-list”, Apple pare concentrata soprattutto sul come implementare le caratteristiche che ritiene funzionali.
E pare funzionare.

Stay Tuned,
Mr.Frost