PUBLIC SERVICE ANNOUNCEMENT: Questo è un post lungo. Con un sacco di link, note e affini. Preparatevi qualcosa da bere.

Vi ricordate di quando non c’era lo streaming?
Ci lamentavamo della scarsa offerta, della necessità (autentica, non come scusa) di ricorrere al contenuto piratato, dei costi da monopolio imposti dai pochissimi operatori in campo.

Adesso la situazione è migliorata. Parecchio.
Direi che ci avviamo ad avere quasi il problema opposto.1

Al momento, in Italia, sono disponibili parecchi servizi di streaming legale (l’asterisco ci va sempre messo, perché il sistema di fruizione on demand è stato – ovviamente – abbracciato con entusiasmo anche dalla parte illegale del mercato).
Come scegliere di quale (o quali) servirsi, a chi corrispondere una cifra più o meno variabile del nostro gruzzolo dedicato all’intrattenimento?

Al netto del desiderio di poter fruire di uno dei contenuti in esclusiva (e sono parecchi2), la scelta verte sostanzialmente su pochi parametri validi per tutti, cui vanno aggiunti un altro paio di considerazioni per quelli che potremmo definire come “utenti pro”3.

Proverò quindi a schematizzare il più possibile le caratteristiche, i punti di forza e di debolezza di ognuno dei principali attori del mercato.

Cominciamo presentando i contendenti:

  • Netflix
  • Amazon Prime VIdeo
  • NowTv
  • Infinity
  • TimVision

cui aggiungeremo l’outsider VVVVID4.

I criteri fondamentali secondo cui verranno valutati sono questi:

  • Interfaccia
  • Funzioni
  • Qualità dello streaming (stabilità, velocità, prestazioni sotto differenti tipi di rete)
  • Qualità audio/video
  • Piattaforme supportate
  • Offerta contenuti
  • Prezzi (intesi soprattutto come varietà di tariffe e presenza o meno di promozioni)

Le piattaforme su cui sono stati testati i servizi (compatibilità permettendo) sono:

  • AppleTv (terza generazione e 4k)
  • Roku (limitatamente a NowTV)
  • Amazon FireTv
  • Chromecast

Cominciamo col leader del settore. Signore e signori,

Netflix

Netflix lo conoscono praticamente tutti, anche quelli che non l’hanno mai usato. Un sacco di soldi e idee piuttosto chiare su come spenderli hanno portato alla realizzazione di un servizio che può vantare un’interfaccia chiara, veloce e piuttosto coerente pur se fruita tramite piattaforme differenti.
Le uniche eccezioni a quest’ultimo punto sono rappresentate da casi come quello dell’AppleTV, dove le linee guida prevalgono quasi sempre sui “tic” degli sviluppatori 5.

Netflix ha quasi tutto ciò che un servizio di streaming contemporaneo dovrebbe avere: utenti multipli (testato fino a 4 utenti più il profilo Kids, preesistente), un menù a sandwich (pregasi i guru del design delle UI di astenersi dal mostrare ribrezzo) che contiene tutte le opzioni che non hanno immediata attinenza con la fruizione del contenuto, possibilità di scaricare e vedere offline i contenuti offerti (non tutti, perché liberarsi dalle perverse politiche che limitano le licenze non è mica così semplice) e di decidere la qualità dei contenuti, espressa in termini di GB da utilizzare quando in streaming e spazio da occupare sul dispositivo quando si scarica. Abbiamo poi le notifiche sull’inserimento di nuovi contenuti, secondo un algoritmo che decide quanto un contenuto potrebbe interessarci (e spesso ci azzecca).

Ovviamente, un servizio di streaming deve disporre di un catalogo di contenuti ampio e di buon livello: quale importanza può avere disporre della migliore app del mondo, del servizio più reattivo e meno esigente in termini di risorse e banda impegnata6, se poi non c’è nulla da vedere?
Netflix si rivela eccellente per le serie tv e molto buono per i film: ovviamente, né questo né altri servizi può davvero essere “omnicomprensivo”, ma il catalogo copre produzioni – recenti e meno – di qualità alta, con alcuni “classici” ed ottime produzioni “interne”7. Anche il comparto tecnico si difende bene, con una qualità video che raggiunge il 4K e audio digitale fino a 192kb in Dolby Digital+.

Quanto dovete sborsare per godervi lo spettacolo? Al momento, 7,99€ al mese vi garantiscono la visione di contenuti in SD su un solo schermo, 10,99€ raddoppiano il numero dei dispositivi utilizzabili contemporaneamente e alzano la qualità video fino al FullHD, mentre l’ultimo “step” – 13,99€ – consentiranno di bearsi (rete permettendo) del 4K su ben quattro dispositivi contemporaneamente8.

Quindi, Netflix per tutti? Costi ragionevoli, prestazioni eccellenti, catalogo che – con un minimo di curiosità ed onestà intellettuale – è in grado d’intrattenerci per mesi (che diventano anni se avete una vita al di fuori dello streaming), chi può sfidare i pesi massimi?
Semplicemente, altri pesi massimi: entra sul ring,

Amazon Prime Video

Amazon. Sinonimo, piaccia o no, nel nostro paese di acquisti online. L’azienda che – fuori dai nostri ristretti confini nazionali, vanta l’assistente vocale più diffuso (Alexa), il lettore eBook più famoso (Kindle), la proprietà di un quotidiano (il Washington Post), uno delle dirigenze più affascinanti e controverse al momento in circolazione (Jeff Bezos) e molto altro: se si parla di pesi massimi, Netflix lo è nel suo ambito. Amazon lo è in assoluto.
Come si comporta un gigante del genere in un campo come lo streaming? Può la celebrata potenza di fuoco dei server Amazon (gli stessi che consentono di fornire servizi come AWS e Glacier) dare un vantaggio competitivo su chi dello streaming fa la sua  raison d’être? (ho appena finito di vedere Ergo Proxy, abbiate pazienza)

Amazon si presenta con la stessa app su praticamente qualunque piattaforma si usi. Al diavolo le particolarità, i desiderata dei produttori hardware, i punti di forza di ogni dispositivo e le sue debolezze: l’elefante si muove come gli pare nella proverbiale cristalleria e tocca ai calici buoni della nonna spostarsi velocemente per non trasformarsi in costosa sabbietta.
Di per sé l’app non è brutta. Certo, l’eleganza è un’altra cosa, l’interfaccia è spartana ma funzionale, nulla è concesso allo “stile”; manca il menù sandwich di Netflix (e altri), quindi la navigazione si svolge in teoria tutta in “prima pagina”. In pratica, gli elenchi crescono a dismisura e le categorie bislacche9non aiutano. I sottomenù la fanno da padrone.

Un’interfaccia migliorabile non riesce però a penalizzare caratteristiche che lo tengono al passo con i migliori: download, visione offline, indicazione – di massima – di spazio/quantità fin dati utilizzati, tutti presenti all’appello.

Dove la differenza viene a galla è in due caratteristiche, la cui importanza può variare molto da utente a utente; APV non consente utenti multipli10 e, pur con un livello di reattività ai cedimenti della rete paragonabile a Netflix, risulta decisamente più “ingordo” in termini di uso di banda.
Se questo non costituisce un grosso problema sotto rete Wi-Fi, dove le prestazioni restano eccellenti, in caso di fruizione via rete cellulare l’esperienza non si rivela altrettanto esente da problemi. C’è da dire, tuttavia, come la situazione fosse ben più disastrata subito dopo l’attivazione del servizio in Italia, quindi il miglioramento potrebbe continuare fino a raggiungere l’eccellenza.

Il comparto tecnico marca tutte le caselline giuste con diligenza, 4K (con HDR) e audio fino a 5.1 Dolby – pur se con un’apparente limitazione – contribuiscono all’immersione11 in un catalogo che mostra tutti i “muscoli” finanziari di Bezos: The Grand Tour (sostanzialmente, Top Gear con un altro nome), The Man In The High Castle (da Philip K. Dick), American Gods (da Neil Gaiman), Crisis In Six Scenes (da Woody Allen). I soldi ci sono, l’ambizione anche, il tutto lascia ben sperare.

Dove le casse di Amazon assestano però la vera zampata è sul fronte del prezzo: Prime Video è incluso nell’abbonamento Prime, che da noi costa 19,99€ all’anno. Non è detto che non aumenti, ma nel frattempo è praticamente regalato.

Riprendetevi dalla sbornia, perché non è tutto rose e fiori nello streaming italiano; adesso scendiamo leggermente di categoria, anche se a conti fatti, non di molto.

Ecco a voi il big trasformato in underdog:

NowTV

NowTV è Sky. Nel bene e nel male. O, se preferite questa dicitura, nel “tante serie fighe in esclusiva per l’Italia” e nel “non avranno mai più un euro da me” (semi-cit.).

L’interfaccia è utilizzabile, anche se reattività ed innovazione stanno di casa altrove. “Tanta” grafica (qualcuno deve pensare che siano ancora gli anni di MSN), navigazione abbastanza macchinosa (sezioni create e cancellate in base all’offerta del momento – due esempi tipici sono Masterchef ed X-Factor).

Anche qui mancano gli utenti multipli (vista la politica commerciale di Sky, dove tutto richiede un sovrapprezzo, ma ne riparleremo, mi sarei quasi aspettata una soluzione simile), niente “watchlist”, solo un’alquanto inutile possibilità d’indicare i singoli episodi (ma non le serie intere) come ”preferiti”. 12
Niente download – figuriamoci – e niente visione offline. Evidentemente, il modello di riferimento è ancora quello di SkyGo.

Capitolo prestazioni: anche se in miglioramento negli ultimi mesi, permangono in una sorta di limbo che potrebbe farle definire come “indecifrabili”; a volte eccellenti, con un bel FullHD (non aspettatevi il 4k nemmeno ipotecando la nonna) pieno e soddisfacente, altre volte degradate fino ad un assurdo ed umiliante “Solo Audio” 13. Il tutto in maniera apparentemente arbitraria, sia sotto LTE che sotto Wi-Fi.
Audio che, peraltro, direi non vada oltre lo stereo.

I prezzi sono la versione quasi civile di Sky: 9,99€ al mese per ciascuno dei ticket (Cinema, Serie TV, Intrattenimento, il secondo che acquistate costa la metà), “a partire da 6,99€” per lo Sport.
Dove sta il ”quasi”? Lo schema attuale dei prezzi per lo Sport è questo:

Tutto lo sport – 24 ore – 6,99€, ma solo se hai già un altro Ticket attivo.

Tutto lo sport – 7 giorni – 10.99€

Tutto lo sport – 1 mese – 29,99€

Vi odio.

Tutto uno schifo, sembrerebbe, giusto? Allora perché ho detto “scendiamo di categoria , anche se non di molto”? Perché la situazione migliora velocemente (almeno secondo gli standard di Sky Italia). Tanto per farvi capire quanto velocemente, la situazione un paio (scarso) di anni fa era questa.
Insomma, fiducia condizionatissima, ma c’è assai di peggio. (O perché c’è assai… ecc. ecc.?)

Preparatevi per scendere davvero di categoria.

Infinity

Infinity, ovvero cosa succede quando il principale gruppo televisivo privato italiano “in chiaro” decide di farsi pagare per fornire il servizio? Come facilmente immaginabile, luci ed ombre.

L’interfaccia potrebbe essere definita come “quella di Sky, ma venuta meglio”.
Unica del lotto a “prevalenza bianca”, che dicono gli esperti non si sposi bene con la visione “professionale” 14, categorizzazione dei contenuti granulare come solo Netflix sa fare, possibilità di creare, tramite l’aggiunta ai “preferiti”, una sorta di lista di visione. 15
Download e offline presenti all’appello, così come – evviva – gli utenti multipli (fino a cinque), ognuno dei quali impostabile singolarmente come soggetto o meno a controlli parentali; gran bel colpo.

Dove sta la fregatura? In parte nelle prestazioni, simili in un certo senso a quelle di NowTV pur senza raggiungere gli abissi del “Solo Audio”. Questa scelta, sulla carta condivisibile, deve però essere accompagnata da una capacità del flusso di “scalare” fino a livello del display del Nokia3310, per evitare la rapida discesa verso l’inferno della visione “a singhiozzo”. Neanche a dirlo, Infinity in quest’inferno ci sguazza (soprattutto ci fa sguazzare gli utenti). Molto male. Peccato, perché il comparto audio è onesto, ma il video può raggiungere il 4K; certo che, facendo “fatica” a gestire un FullHD, non oso immaginare quanto sprema una connessione in fibra, per vedere poi Le Iene (non Tarantino, gli pseudo giornalisti).16

L’altra parte che non convince è costituita dall’offerta di contenuti “extra”: oltre ad avere una parte consistente del catalogo – generalmente le anteprime dei film – a pagamento supplementare (legittimo, magari, ma contrario all’impostazione propria dei servizi di streaming, che sono l’all you can eat del multimedia…), ciò che viene offerto in termini di “programmi televisivi” è in sostanza il palinsesto di Mediaset.17
Amici, l’Isola dei famosi, C’è posta per te, Le Iene, tutte le fiction “autoprodotte”…livello basso o bassissimo, in assoluto, anche se c’è da dire che questo è l’unico modo “piacevole” per fruirne al di fuori della diretta. Se quindi cercate questo, potete accomodarvi fuori da questo blog. Scherzo (no), ma va considerato che state pagando per una bella fetta di roba che mai tocchereste nemmeno con un bastone.

Dove la situazione si risolleva – a mio avviso – e si fa particolarmente interessante è nel comparto “prezzi”.
Infinity ha probabilmente i prezzi – effettivi – più variabili del mercato: questo perché prevede un’opzione totalmente prepagata, Infinity Pass, il cui prezzo viene spesso ridotto (fino ad essere dimezzato) su siti come Amazon ed anche dai rivenditori fisici. Ciò consente di acquistare l’accesso ad un anno del servizio al prezzo di 5€ al mese, dimenticandosi anche di disdirlo in forza dell’auto disattivazione alla fine del pass.

Ma non c’è nemmeno un servizio che non meriti un’occhiata? Un qualcosa di talmente osceno, irritante e mal progettato da suscitare orrore alla sola idea di provarlo?

Eccome se c’è. Il suo nome è…

TimVision

Di costoro abbiamo già parlato qui, mi limiterò quindi a riportare brevi stralci di sdegno. Il lato tecnico sarebbe anche nella media, ma l’app è talmente mal concepita – e peggio realizzata – che passa tutto in secondo piano. Non importa la pur buona selezione di film (specialmente italiani, anche se altri stanno riducendo velocemente il gap), né le serie in esclusiva (poche, ma come scritto altrove Handmaid’s Tale era stato un colpaccio che aveva fatto bene sperare circa la serietà di intenzioni. Speranza delusa.).

Lenta, farraginosa, tutto ciò che già avevamo cordialmente disprezzato permane.
A questo aggiungo un “carico” non indifferente: let me DuckDuck this for you…

Insomma, lasciate perdere. Davvero.

Resta l’outsider:

VVVVID.

VVVVID è gratuito. Si sostiene con la pubblicità. Non molta, e difficilmente in mezzo alla visione.

Ha un palinsesto stranissimo, ma se amate gli anime, sarete al settimo cielo.

Ghost In The Shell, Cowboy Bebop, Attack On Titan, Fate/Stay Night, Owari No Seraph, Tokyo Ghoul, One Punch Man, Bleach, Death Parade, Soul Eater…e decine di altri di cui nemmeno conoscevate l’esistenza.

Un parco giochi.

Per I film, si punta sul basso costo dei diritti. Il che vuol dire che, in mezzo a tonnellate di b-movies (alcuni dei quali veri e propri capolavori del trash, pezzi di storia di questo genere come Bad Taste), film di Bollywood che mai hanno visto ( o quasi) una proiezione più a ovest di Karachi e opere prime (uniche?) di autori (di)sconosciuti anche (d)alle proprie famiglie, troverete David Lynch, George Romero, Danny Boyle, Takeshi Kitano, Emir Kusturica, Krzysztof Kieślowski, Fritz Lang, Alejandro Jodorowsky, John Carpenter, John Ford… Altro giro, altro regalo.

Le serie sono il punto debole, soprattutto come numero, ma troviamo comunque i classici Little Britain e The Office (oltre all’irrinunciabile Italian Spiderman).

Stesso mix apparentemente sconclusionato per la sezione Kids, ma basta esplorare qualche minuto per trovare gemme come “Siamo fatti così” (e non fate quella faccia, lo so che l’avete consumato avidamente anche voi…), Panda, Go Panda! (Una delle prime opere di un certo Hayao Miyazaki), Daitarn 3, Mobile Suit Gundam 0079, Tekkaman, Kyashan, TriderG7 e Hurricane Polimar.

Non siete ancora volati ad iscrivervi? Eccovi il “colpo di grazia”: Noi siamo le colonne, I figli del deserto, I fanciulli del west e I diavoli volanti. Non si discute con Stanlio e Ollio.

Unica nota stonata, l’app esiste per iPad (solo iPad) ed Android. Punto.18

Riassumendo

Il panorama dello streaming legale italiano è ricco, variegato e la situazione può migliorare ulteriormente. Lo sbarco della corazzata Amazon, includendo Prime Video nell’abbonamento Prime a costo zero, ha contribuito a “sfondare” presso un’enorme fascia di utenti che mai si sarebbe svegliata una mattina con l’insopprimibile esigenza di sottoscrivere un servizio di streaming video a pagamento.

Netflix è ormai quasi diventato argomento di conversazione comune, sta imponendo la propria presenza e (spesso con merito) le proprie produzioni originali nell’immaginario pop collettivo e potrà solo ampliare la propria “sfera d’influenza”.

Sky, bene o male un’istituzione in Italia per gli appassionati di serialità televisiva, sembra ormai aver capito che la sola parabola le garantirà esclusivamente una morte lenta e dolorosa, e si è messa d’impegno – pur come risultati alterni – a lavorare in prospettiva futura.

Mediaset e Rai (qui non citata perché non mi sento ancora di definirla dotata di un servizio di “streaming” di natura equiparabile agli altri, pur se con notevolissimi miglioramenti nel recente passato) non si limitano più a “resistere” ma sono ormai partiti all’inseguimento, consci della futura irrilevanza di chi dovesse trovarsi sprovvisto di una servizio di questo tipo da qui a qualche anno.

Poi c’è VVVVID, che dimostra in maniera lampante, se mai ce ne fosse bisogno, come le nicchie di questo mercato siano potenzialmente quasi infinite. Personalmente gli auguro la miglior fortuna.

Restano amplissime zone d’ombra, la pirateria rimane ancora un formidabile canale d’approvvigionamento, soprattutto se si considera l’intervallo temporale minimo tra la disponibilità del blockbuster del momento nelle sale e quella sui siti “caduto da camion”. L’acquisto (oggetto, mi sento di prevedere, di un prossimo showdown) fa storia a sé, ed è l’ambito dove – in Italia, adesso – i buchi nella disponibilità di contenuti si fanno voragini.

Tutto quanto appena scritto però non deve scoraggiare. In fin dei conti, se dopo solo dieci anni anch’io sono prossimo a trovarmi connesso in fibra ottica, e la cosa viene percepita finalmente come quasi ovvia e normale, siamo sulla buona strada.

Non sarà breve, non sarà priva d’intoppi, spesso torneremo a lamentarci come fatto in passato.
Ma la percorreremo, nonostante tutto.

Magari tutta insieme, da bravi binge watchers.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S.. Tutte le indicazioni sulle prestazioni sono empiriche, pur se derivanti da prove multiple effettuate con hardware e connessioni le più varie possibili. La situazione è ovviamente in evoluzione continua, si spera – ma di solito è così – per il meglio.
P.P.S. Ovviamente, sono più che benvenuti i consigli su altri servizi da provare. Non si sa mai da dove possa venire la prossima magnifica sorpresa, o il perfetto soggetto di un rant spietato.


  1. Non è che mi piaccia lamentarmi a prescindere. Ok, un pochino, a volte, sì, ma conosco casi ben peggiori. Il fatto è che queste sono cose che vanno tarate con il tempo. Si rischia, altrimenti, di passare dall’anoressia alla bulimia, scambiando un aspetto del problema con il suo opposto, senza vantaggio reale alcuno. 
  2. Sì, è fastidioso. Parecchio. Come per il mercato delle console, in un ambito che si avvia sempre più verso la standardizzazione di prezzi e qualità dell’offerta – attenzione, sia avvia, ché le differenze ci sono e le vedremo tutte – le esclusive fanno la differenza. Potremmo dire che rimangono, al momento, l’unica vera carta a disposizione dei gestori dei servizi per sottrarsi clienti l’un l’altro. 
  3. Una categoria, quella dei “fruitori professionali” (specialmente di serie tv) che sembra essere letteralmente esplosa negli ultimi anni. Certo, le produzioni – negli ultimi due decenni almeno ed in qualche illuminato caso anche prima – si sono trasformate da blob che puntavano sull’affezione data dalla serialità e familiarità dei personaggi per conquistare e mantenere un pubblico a veri e propri “film diluiti”, con ciò intendendo un più alto livello di scrittura, tecnica, varietà di argomenti trattati e di registri narrativi e parallelamente un aumento considerevole del budget a disposizione per la produzione. Questo cambiamento radicale offre terreno fertile per un nuovo e più approfondito livello di analisi (in fin dei conti, anche da fan trovo difficile immaginare di scrivere la stessa marea di commenti che ha accompagnato Breaking Bad su un A-Team qualsiasi). Mi rimane tuttavia il dubbio che una parte consistente dell’attuale passione per la serialità dipenda dalla stessa sorta d’esibizionismo che spinge a fotografare la propria colazione e postarla su Instagram. 
  4. VVVID non gareggia. Non è nemmeno nella stessa categoria, non ha e non può avere il medesimo peso specifico e non offre che la minima parte – perdipiù iperspecializzata – di ciò che i suoi concorrenti propongono. Ma costituisce un’interessante “visione alternativa” sullo streaming legale, nonché a mio avviso uno squarcio su ciò che ci attende in futuro, proprio in virtù della sua offerta volontariamente “di nicchia”. Non è il solo ad essere impostato così, ma è quello che ho avuto modo di frequentare più assiduamente. Si accettano suggerimenti su altri esperimenti simili. 
  5. https://daringfireball.net/linked/2017/12/06/amazon-prime-apple-tv 
  6. Diciamolo chiaro: in termini di qualità dello streaming, Netflix è indiscutibilmente il migliore del lotto; il servizio è reatttivo, anche sotto rete LTE, l’attesa per l’inizio della visione minima, il livello di “adattamento” se la connessione degrada altissimo. Quest’ultimo punto potrebbe sembrare non del tutto positivo: non è piacevole assistere a “spixellamenti” mentre ci si sta godendo Age Of Ultron in 4k su 65” (sì, ci piacciono i film impegnati 😀 ). In realtà, bastano 5 minuti di visione di qualcuno dei concorrenti per supplicare di avere i suddetti spixellamenti in luogo d’interruzioni continue, o peggio
  7. Stranger Things, Narcos, 13, solo per citare tre delle più note al pubblico “generalista”. 
  8. Sempre per ricordare uno dei punti critici delle politiche “anti-pirateria”, che troppo spesso si rivelavano “anti-utente”, Netflix consente – in maniera pericolosamente vicina all’ufficialità – la condivisione dell’account. Personalmente, trovo che oltre ad essere un gran colpo di marketing (non sottovalutiamo certo l’aura di “buoni” che ha immediatamente avvolto l’azienda dopo questa dichiarazione), la cosa abbia perfettamente senso. Le tariffe prevedono un certo numero di dispositivi connessi: ciò vuol dire che – indipendente da chi siano i fruitori dei contenuti da essi visualizzati – i contenuti sono “pagati” a Netflix al momento della sottoscrizione. Insomma, la società non va in perdita, guadagnando per di più parecchia “street credibility” per il solo fatto di non giocare eccessivamente a guardie e ladri.

    Questa teoria viene per altro rinforzata dalla guerra senza quartiere che la società ha invece intrapreso da tempo contro le VPN (le quali consentono di “sbloccare” contenuti non disponibili simulando una connessione da paesi differenti): siccome lì ci va di mezzo tutto il sistema, perché la violazione degli accordi di distribuzione metterebbe in difficoltà Netflix con le case di produzione, volano schiaffoni perfettamente condivisibili. 

  9. C’è chi fa peggio, ma le nasconde talmente bene che si possono considerare quasi “easter eggs”. Qui invece la categorizzazione che lascia perplessi, talvolta, è quella “in bella vista”. Abbiamo così categorie ripetute in punti diversi dell’interfaccia, con contenuti in apparenza poco coerenti tra loro, dalla disposizione variabile. Il tutto senza contare la categoria “Bollywood” ben in vista in fondo alla schermata; qual è il problema? Per quanto si possa essere curiosi di affondare i denti in quello che è il prodotto della maggiore (o seconda maggiore, dipende dai parametri) industria cinematografica al mondo, il fatto che tutti i film siano in lingua originale fa sorgere dubbi sull’utilità dell’operazione, almeno finché non si considera il peso di Amazon su quel mercato; in quel preciso momento, l’inclusione di film tipo questo assume i contorni della pura pigrizia 🙂 ). 
  10. A mio avviso molto male, visto che il risultato è quello d’ingarbugliare immediatamente la lista dei contenuti visti e la “watchlist”. Inoltre, abbiamo una categoria “Kids” ma non un profilo “segregato” come quello offerto da Netflix: credetemi, non c’è PIN per il Parental Control altrettanto efficace. 
  11. Una delle funzionalità più sfiziose, la cosiddetta “X-Ray”, che forniva a richiesta dati quali attori presenti (e relativo, sintetico curriculum/biografia) in quel preciso momento a schermo ed identificazione dei brani della colonna sonora, è stata inspiegabilmente mutilata togliendo spessissimo quest’ultima informazione. Sarà una cosa da nerd melomani, ma io la piango ancora adesso. 
  12. “Mamma, guarda, faccio Facebook!” Così com’è, la funzione è inutile: non “abilita” suggerimenti o profilazione, peraltro direi non previsti ab origine. Un comportamento inspiegabile, da tv generalista che “ti sbatte in faccia” tutto ciò che ha, lasciandoti l’onere di orientarti (o il privilegio di farlo fare ad altri). Like, preferiti, stelline: a cosa servono, se non li utilizzi per indirizzare la tua offerta? 
  13. Va bene sposare la filosofia del “quick and dirty”, degradando la qualità in attesa di un miglioramento della connessione, ma se volessi solo l’audio penso potrei disporre di varie altre opzioni
  14. Sì, se si hanno velleità da home cinema il bianco “sparato” disturba parecchio. Ma lasciatemi considerare che, se si cerca l’home cinema, probabilmente non ci si rivolge allo streaming. 
  15. Qui servono, capito NowTv? Poi ci sono le stelline e l’insopportabile bottone di Facebook (unica opzione di condivisione social, si badi bene, il che la dice lunga), ma qui almeno si può pianificare un minimo di visioni future – o almeno raggiungere ciò che si desidera vedere o si sta vedendo senza impazzire tra i sottomenù. 
  16. Altra nota dolente, la scarsa efficienza nel gestire la “ripresa” della visione interrotta. Problema, nemmeno a dirlo, parzialmente in comune con Sky. 
  17. Il che, sotto altri punti di vista, ha qualche aspetto positivo: uno di questi è che molte delle serie – senza valutazione sulla qualità, che è sempre in gran parte soggettiva – sono in esclusiva. E se di “I delitti della Salina” magari possiamo farne a meno, “The Big Bang Theory” – ed ora lo spinoff “Young Sheldon” – costituiscono delle sirene difficilmente ignorabili dal grande pubblico. 
  18. Certo, resta la visione tramite browsAHAHAHAHAH! No, a parte gli scherzi. Il browser. Come gli animali. 

Outside of cloud storage management, background privileges for apps could enable a host of helpful utilities and automation. Clipboard management, for example, should be just as easy on the iPad Pro as it is on a Mac, where an app like Copied can instantly, invisibly log everything you copy across the system. Wouldn’t it be great if an app like Workflow could become more Hazel-like, triggering workflows automatically in the background based on pre-set rules?

 What I Wish the iPad Would Gain from the Mac – MacStories 

Stay Tuned,
Mr.Frost

Next, what if Netflix convinces top-tier content to think outside the format? The Avengers movies are great, but given the sheer number of characters now involved, they’re getting too elaborate and convoluted for the two-hour film format. What if instead, they were five, 90 minute-long episodes? Who wouldn’t want to watch that? Who wouldn’t pay to watch that? Who wouldn’t pay a small premium on top of what we already pay Netflix to watch such content? No one. And Netflix has to know that. The data is already there in the form of box office receipts.

The point is, it’s a combination of great content (or even less-than-great content), mixed with Netflix’s willingness to experiment with new formats and methods of distribution that is truly changing Hollywood’s game.

 Netflix Now 

Stay Tuned,
Mr.Frost

Next, you know how Apple bought the iOS app “Workflow”? How about we stop messing around and ship Hazel as a built-in part of the Mac. It already fits right in, running invisibly in the background and acting on rules set in the preference pane. Of course, if Apple bought it we could put rules for everything in Hazel. We could have Hazel triggering rules not just for files and folders, but for Mail, Calendar, Reminders… are you getting it?

Jonathan Buys – A New MacOS 

Stay Tuned,
Mr.Frost

There are no download queues to manage, no auto-deletion behaviors to configure, no inboxes to triage. You tap an episode and it plays. It requires an internet connection, yes, but so do video streaming apps. My use case for podcast listening mirrors how I binge watch pleasantly-shitty Netflix shows about crusty-but-benign police lieutenants and ex-Supreme Court justices and managing editors.

Questo potrebbe esser il primo caso in cui mi trovo ad usare il nuovo sistema di preordini dell’App Store.
Dubito che riuscirà a soppiantare PocketCast, visto che la mia fruizione di podcast non inizia e finisce con iOS, ma la ratio dietro la particolarissima gestione promessa da ’sodes mi attira parecchio (spesso mi sono trovato ad “iscrivermi” ad un podcast per sentire un singolo episodio e cancellarmi subito dopo).

Stay Tuned,
Mr.Frost