Riflessione interessante come al solito di Om Malik, incentrata sulla possibilità (assai remota) vagheggiata dagli inserzionisti che la pubblicità nella sua forma “classica televisiva” possa traslare pressoché invariata sulle piattaforme di streaming, ed in generale sui “contenuti video online” Link

Questo brano in particolare mi suona familiare:

If Netflix (and the like) continue to grab both mind-share and time-share, the kids that grew up watching such programming are going to be a lot less patient when it comes to sitting through advertising. It will be increasingly foreign to them.

È un concetto che – come ammette lo stesso Malik – non è nuovo, anzi; ricordo distintamente un post di anni fa, in cui l’autore faceva notare come i figli piccoli, in trasferta in casa altrui e con a disposizione solo la tv “live”, guardassero con fastidioso sospetto gli spot che interrompevano la visione del loro cartone preferito.

Ricordo anche di aver pensato che sarei stato felicissimo di “abituare” i miei figli a concepire la pubblicità come un “corpo estraneo” che disturba la visione di ciò che veramente c’interessa.

Non credo di esserci ancora riuscito del tutto, ma sono sulla buona strada.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Non è solo una questione di generazione nativa Netflix: come tutte le cose che migliorano la fruizione di qualcosa che ci interessa, ci si abitua in fretta. Personalmente, sono cresciuto nel momento di massimo splendore degli spot tv (e della loro massima invadenza, temo); tuttavia, trovo fastidiosi i trailer “imposti” (per quanto pochi siano) di Amazon Prime Video.

The first step is to send a spoofed Apple email or SMS message, notifying the victim that their device has been recovered. No doubt desperate to get their device back, the victim then clicks on a link which requires their iCloud account credentials.

These stolen details are then used to access and compromise the iCloud account and re-used to unlock the stolen iPhone — cutting off the potential of remotely tracking the iPhone or bricking it entirely.

How criminals clear your stolen iPhone for resale | ZDNet

Perché, qualunque cosa accada, in certe situazioni non dovreste mai cliccare su un link.

Stay Tuned,
Mr.Frost

One of the thus-far hypothetical questions I ask myself frequently is how I would feel about my own children having the same kind of access to the internet today. And I find the question increasingly difficult to answer. I understand that this is a natural evolution of attitudes which happens with age, and at some point this question might be a lot less hypothetical. I don’t want to be a hypocrite about it. I would want my kids to have the same opportunities to explore and grow and express themselves as I did. I would like them to have that choice. And this belief broadens into attitudes about the role of the internet in public life as whole.

Something is wrong on the internet – James Bridle – Medium

Molti aspetti di Internet assumono una prospettiva inquietante quando li si trasla sui più piccoli.
La sua (vera o presunta) “libertà assoluta” è forse il miglior esempio.
Non sono certo che agli inizi Internet fosse meno insicuro, anzi, sono quasi certo del contrario.
Sono abbastanza sicuro, invece, che per parafrasare Matrix, i nostri genitori vivessero nella benedetta ignoranza del mezzo tecnologico.1

Il problema però sembra risiedere altrove, anche se poco “lontano”; YouTube potrebbe essere solo una spia di un problema più vasto.

L’automazione, che tanto amiamo perché ci fa risparmiare tempo ed evita che la nostra vita (principalmente informatica, ma non solo) venga “ingolfata” da una serie di compiti stupidamente ripetitivi, può essere usata anche per altro.

Come una fabbrica di armi costituisce un problema decisamente maggiore se l’assemblaggio è automatizzato, così l’automazione nella creazione di un certo tipo di video virali2 consente di ampliare a dismisura portata ed entità del “danno”.

In questo caso, al danno teorico che si può infliggere ad un bersaglio va aggiunta la peculiare natura dello stesso: un bambino non dispone né del senso critico necessario a riconoscere una serie di video “fatti con lo stampino”, né, eventualmente, a decidere se valga la pena sprecare comunque il suo tempo a seguirli.

Ecco che l’invasione di video creati in maniera algoritmica (con ciò intendendo completamente automatizzata, o quasi, e tesa a sfruttare il più possibile il “fenomeno del momento”3) assume contorni che travalicano il fastidioso per sconfinare nel sinistro.

Ripeto: il tutto potrebbe essere affrontato in maniera molto più leggera se i bersagli fossero adulti, in qualche modo considerabile come “consenzienti”. In fin dei conti, viviamo in un’epoca di sovraccarico informativo: se da un lato siamo sommersi da stimoli – non necessariamente richiesti – d’altro canto abbiamo come non mai la facoltà di ignorare totalmente ciò che non meritiamo degno della nostra attenzione (scarsa) e del nostro tempo (scarsissimo e perciò più prezioso che mai).

Detto brutalmente: se perdi tempo in sciocchezze, nonostante tutte le alternative disponibili, perdi automaticamente il diritto a lamentartene.

Ecco quindi il cambio di bersaglio, con conseguente “disagio”. Spiacevole sensazione aumentata a dismisura, ovviamente, dal vedere con quanta facilità YouTube venga utilizzato per sostituire nel ruolo di babysitter gratuita la televisione tradizionale, con l’indubbio vantaggio di poter essere sfruttato pressoché ovunque.

Non potendo probabilmente arginare il fenomeno con ragionamenti ed argomenti basati sull’assunto che dovremmo provare ad essere genitori un filino più decenti4, dovremmo almeno tentare di limitare i danni rendendoci coscienti del problema.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Il motivi lo potete scegliere a piacimento tra novità del mezzo, sottovalutazione delle sue potenzialità, scarsa diffusione con conseguenti poche opportunità di “studio”. O qualsiasi combinazione dei tre – o di altri che vi vengano in mente.
    Oggi, venuti a mancare tutti questi motivi , chi – per scelta o pigrizia – non affronta il problema ha un atteggiamento semplicemente criminale. 
  2. Se si utilizza un temine che deriva da virus, non è un caso. 
  3. Creato anch’esso con il medesimo metodo, con la spinta pura del marketing e l’utilizzo di quante più “bocche da fuoco” possibili. 
  4. Mi scuso per la pessima qualità e per il paradosso di utilizzare YouTube, ma se ne avete la possibilità, cercate l’episodio intero. Come in molti altri casi, si dimostra un modo geniale per rendere comprensibili a tutti problemi complessi.