A me Massimo Mantellini piace. Mi piace come scrive, spesso anche quello che scrive.
Ecco, ho fatto coming out.

Si sa che ognuno ha il proprio tallone d’Achille, quando scrive (se gli va bene, io ne ho tanti da rifornire un reggimento di fanteria).
Questa ne è la rappresentazione plastica.

L’altroieri, il nostro ha pubblicato un post sul suo blog personale, dal titolo: “L’estetica Apple e la mia Scenic”.
Titolo accattivante, da bravo scrittore, argomento a me congeniale. Aria di provocazione, quindi mi tuffo nella lettura.

Ahi.

Perché sono un po’ arrabbiato con Apple? Provo a spiegarvelo con un esempio.

(Foto di iMac – Morandi domina NdR)

Questo è iMac, il migliore (senza discussioni) computer desktop disponibile sul mercato da molti anni. Per la sua semplicità, per la sua praticità e per mille altre ragioni iMac è stato ed è un punto di riferimento in un mercato in graduale declino. Soprattutto è un oggetto bellissimo: in genere i computer desktop sono sempre stati storicamente orribili accrocchi. Anche quella una delle molte ragioni del loro fallimento.

Ottimo. Come iniziare un articolo dal titolo apparentemente provocatorio? Con una captatio benevolentiae nei confronti di coloro (gli utenti Apple soddisfatti) che poi si sentiranno più bastonati in seguito.

Bene: iMac è stato aggiornato esteticamente l’ultima volta il 23 ottobre 2012. Quasi 5 anni fa. Da allora è stato più volte potenziato nelle sue caratteristiche tecniche (l’ultima volta poche settimane fa) ma ha mantenuto identica estetica. Un po’ come se la Renault in questi anni avesse migliorato la Scenic (uso l’esempio dell’auto che posseggo, abbiate pazienza) nelle sue parti meccaniche, ne avesse potenziato il motore, i freni e migliorato i consumi, lasciando identica la carrozzeria.

Ti volti un attimo, ed è subito reductio ad absurdum. Perché è evidente  come l’estetica abbia lo stesso impatto nelle vendite del mercato automobilistico ed in quello informatico.
Certo, come no.
I pc desktop sono – per citare – tutt’ora “orribili accrocchi” nel 90% dei casi. Il 10% restante copia l’iMac. Chissà perché se una casa automobilistica fa per dieci anni solo lievi variazioni allo “scudo frontale” delle proprie vetture parliamo di “family feeling”, mentre qui ci lamentiamo delle mancate innovazioni.

Cosa penso io, fedele e ammirato cliente Apple, quando Apple mi propone l’ultimo imperdibile iMac 5K con la carrozzeria della mia Scenic di 10 anni fa? Io penso – semplicemente – che ad Apple il suo nuovo iMac non interessi più tanto, che abbia altre idee per la testa.

Apple ormai pensa solo ad iPod. Pardon, ad iPhone. Sapete com’è , quando un “argomento” viene usato da quasi quindici anni.
Capita che poi uno si confonda.

Un discorso analogo si potrebbe fare per i macbook: anche i computer portatili di Apple hanno subito in questi anni un percorso simile di sostanziale sottovalutazione prima di tutto estetica. La linea Air è ormai abbandonata, i Pro sono stati aggiornati con scarsa convinzione, all’inizio addirittura con un solo modello. Non va dimenticato che l’estetica condiziona tutto il ciclo produttivo di simili macchine, costringe ad un lavoro di ripensamento complessivo ben diverso dalla sostituzione di una cpu o di uno schermo. Se guardiamo all’innovazione estetica dei macbook (se si eccettua il macbook retina del 2015 interamente ridisegnato) in questi ultimi anni dovremo constatare che anche su quel versante Apple ha deciso di non voler investire enormi energie.

Quindi Apple abbandona i portatili, ma ridisegna interamente il MacBook nel 2015, aggiorna la linea professionale “con scarsa convinzione” (qualsiasi cosa voglia dire) e abbandona una linea che essa stessa aveva creato e che…è stata di fatto sostituita dal “ridisegnato” di cui sopra.

Cosa può essere successo a Apple in questi ultimi anni, all’azienda che una volta si chiamava Apple Computers e ora si chiama Apple Inc.? Una di queste tre cose o più probabilmente un sapiente mix di tutte e tre.

Aria di grandi rivelazioni.

1) Apple ha perso il tocco magico. Dopo la morte di Jobs molte cose sono indubbiamente cambiate. Se ci concentriamo sul solo versante estetico ci accorgeremo che anche iPhone, il prodotto di maggior successo, quella che rende da anni Cupertino ricchissima, ha subito modesti aggiustamenti. E anche iPhone 8 che è stato sapientemente raccontato nell’ultimo anno come il prodotto della svolta, dalle piccole indiscrezioni che girano non sembrerebbe troppo diverso dai suoi ultimi precedessori. Ma sto speculando sul futuro e qui mi fermo.

La Apple non è più quella di Steve Jobs. Un classico immortale. E, come previsto poco sopra, se si analizza il clamoroso declino della società con maggiore capitalizzazione al mondo (diventata tale, se si vuol credere ai teorici dei cambi istantanei, per esclusivo merito di Tim Cook, stante la coincidenza temporale con la sua gestione), si scopre che l’araldo di questa sciagura è il prodotto di maggior successo della storia del commercio e della produzione industriale.
Proprio quell’iPhone che, come sintetizza efficacemente Ryan Christoffel su Macstories:

… is the one device that most people wouldn’t want to be without. For many, it has replaced their need for a traditional computer altogether. The iPhone excels as a tool for communication of any sort – whether iMessages, email, social networking, Slack, or phone calls. It can manage online banking and shopping, replace your credit card with Apple Pay, take incredible photos, handle 4K video editing, and do anything else that there’s an app for. Despite its limited screen size, the iPhone has even become great at web browsing thanks to an increasingly mobile-first web.

Ma continuiamo.

2) Apple, come farebbe qualsiasi azienda, ha semplicemente tolto risorse da vecchi prodotti (iMac e Macbook) per dedicarle ad altro. A iPhone, magari, o ad altre idee che non sappiano (è di questi giorni per esempio l’ammissione di Tim Cook di un interesse dell’azienda per le auto a guida autonoma).

Quindi – come ogni manager assennato farebbe – Tim Cook distrae fondi dai prodotti che rappresentano un’entrata sicura e continua per l’azienda fino al punto da pregiudicarne l’esistenza, per distrarli su ricerca e sviluppo di… boh.
Dimenticavo: alla vostra sinistra potete ammirare, una capriola a 360 gradi: l’iPhone negletto poche righe più su, qui diventa il colpevole del disastro attuale.

3) Apple semplicemente dà per scontato (come tutti) che i computer diventeranno sempre meno importanti. Curiosamente per farlo investe molto sull’iPad Pro trasformandolo passo dopo passo in una specie di macbook (aggiungendo tastiera fisica, annunciando per iOS 11 funzioni di copia incolla e file system) e rallenta su desktop e notebook. Mentre lo fa sposta ogni volta di un passettino il baricento dei suoi sistemi operativi dall’apertura di MacOS verso la claustrofobia di iOS.

iPad Pro trasformato in un computer. Con questa abbiamo visto tutto. IPad (Pro o meno, ma con il Pro è solo più evidente) è un computer. La tastiera fisica (non integrata) è un’evoluzione del fatto che le tastiere bluetooth siano state abbinabili sin dal…2010. Esatto, dall’introduzione dell’iPad. Prima versione.
Tralasciamo per decenza qualsiasi commento sull’introduzione delle “funzioni di copia e incolla” (cavolo, ho iOS 11 installato da anni e non lo sapevo!).
Invitiamo il nostro a controllare – alla voce “file system” – un’app chiamata Readdle Documents. E magari ad approfondire la differenza tra “affinare” ed “introdurre”.

Segue digressione filosofica su quant’era bella la Apple dei tempi andati.

Mi permetto di esprimere un parere: Apple ha avuto alti e bassi durante tutta la sua storia. È spesso stata criticata per le sue scelte, sia quando si sono poi effettivamente rivelate della tavanate galattiche, sia quando con il senno di poi hanno anticipato i tempi in maniera innaturale e ridefinito interi mercati.
Al momento attuale, tra le critiche più fondate che possono esserle rivolte ci sono quelle che riguardano il ritmo glaciale degli aggiornamenti del MacPro.
Dal nostro punto di vista, soprattutto italiano, abbiamo anche il problema di una gestione del cambio $/€ indecente, che trasforma prodotti di fascia alta consumer in gioielli.

Utilizzare come testa d’ariete – e cito – “il migliore (senza discussioni) computer desktop disponibile sul mercato da molti anni” resta una scelta poco comprensibile.
Il tutto, tra l’altro, a valle di uno delle migliori WWDC degli ultimi anni.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Dal primo giugno non sono più cliente SKY. È stata una decisione ponderata, pianificata per mesi, poco o nulla “sofferta”.

L’offerta in termini qualitativi e quantitativi di SKY, soprattutto per ciò che riguarda le serie TV, è assolutamente all’altezza del panorama attuale italiano1.

Quello che mi ha (sempre) infastidito, al punto da convincermi a fare il passo dopo anni di abbonamento, è stata la combinazione letale tra il pochissimo tempo a disposizione per fruire della televisione in maniera “classica” (i.e. davanti al televisore) e la pessima gestione dell’online da parte di SKY.
Limitazioni assurde, pagamenti aggiuntivi richiesti per funzioni che dovrebbero nel 2017 essere standard (HD, visione su terminali multipli), gestione del contenuto disponibile all’utente che fa supporre che SKY abbia a disposizione dei datacenter con dischi da 20GB l’uno (e risposte del Servizio Clienti che, pur gentilissime, considerano ogni politica aziendale come la norma).

La richiesta di disdetta, prevedibilmente, va inviata tramite raccomandata ad una casella di posta; si tratta solo di compilare un modulo striminzito con dati semplicissimi (sostanzialmente anagrafica del cliente e numero dell’abbonamento), ma rimane bizzarro come – prassi comune a tanti fornitori dei servizi più vari – la stipula di un contratto possa essere fatta anche in sogno, ma per la disdetta si piombi nel secolo scorso .

Temevo di essere tempestato di richieste ed offerte per annullare la disdetta, come peraltro mi era stato riferito accadere spesso da più persone. Piacevolmente sorpreso constatavo invece come l’unica chiamata ricevuta fosse stata riassumibile con un sobrio:”Conferma che vuole disdire l’abbonamento? Potremmo sapere per cortesia il perché?”.

Ingenuo.

A partire da pochi giorni dopo la fatidica telefonata, è cominciato un vero e proprio martellamento.

Alla fine ho contato:
almeno sei chiamate da operatori diversi, tutti proponenti la medesima offerta (declinata quindi per sei volte);

sette sms che in vario modo riproponevano….la medesima offerta commerciale contenuta nelle telefonate di cui sopra;

una sola – meravigliosa – lettera palesemente precompilata in cui mi si richiedeva di chiamare un numero verde per “importanti comunicazioni riguardanti il mio abbonamento”2 .

Allora ho cominciato a riflettere.
In un’epoca in cui le fonti d’intrattenimento – anche più di quelle d’informazione – sono decisamente sovrabbondanti rispetto al tempo di cui disponiamo per usufruirne, ciò che davvero conta è la facilità d’accesso.
Ma la facilità d’accesso è anche facilità di disconnessione .3

L’ultima cosa che un cliente – spesso insoddisfatto, o non ti lascerebbe – vuole sentirsi dire ripetutamente è quanto sia figo il tuo servizio e quanto sarebbe bello che rimanesse con te.

In questi casi la concisione è una dote impagabile: se la prima chiamata ricevuta fosse stata l’unica (una delle due, siamo buoni, concedendone un’altra puramente commerciale), avrei almeno conservato un buon ricordo del servizio clienti.
Così non è stato.4

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Ovviamente la farsa ha toccato una nuova vetta con l’invio – automatico – di una lettera cartacea che mi ricordava (“Gentile Cliente”) di restituire il materiale in comodato d’uso, per non incorrere nell’applicazione delle penali contrattualmente previste. Lettera inviata cinque giorni dopo la prima data utile per la restituzione (e venticinque prima del termine ultimo) e per di più nel medesimo giorno in cui ho effettuato la restituzione. L’universo ha un gran senso dell’umorismo.


  1. Mi rendo conto che questo possa risultare assai poco lusinghiero, ma credetemi: rispetto anche a solo un paio di anni fa, stiamo andando alla grande. 
  2. Ovviamente, nel mezzo di una procedura di disdetta sostanzialmente silent – lo scambio è stato grossomodo: “vorrei disdire – davvero? – sì – ok, dal primo giugno non sarai più nostro cliente” – ho telefonato quanto prima, certo che fossero necessarie precisazioni o dati ulteriori da parte mia. Una bambolina brutta a chi indovina la natura delle importantissime comunicazioni. Ecco. Bravi. 
  3. In molti casi, questo “anche” sta diventando un “soprattutto”: durate minime contrattuali assurde o “clausole rescissorie” medievali mi hanno spesso trattenuto dal provare servizi che pure mi parevano interessanti. 
  4. La mia esperienza come cliente SKY non finisce qui, un po’ per masochismo e un po’ per razionalità, ma di questo parleremo prossimamente.