I bring this contrast up because I believe it is what focuses the minds at Apple. For them it’s pretty clear where the puck is going. And not just now. Mobile has been foreseeable as a disruption to computing a decade ago–at least to some of us.

And so what do you with the Mac?

To answer this we have to ask what exactly is the purpose of the Mac in the age of the Mobile device?

Note that this is not the same as asking what is the PC in this world. The PC is not having to share a resource pool with an iPad/iPhone. It does not have to answer for its existence to a phone. PC makers and Microsoft are not fighting with an usurper in their midst. They may see the outsider challenger but it’s not an inside challenger. This makes all the difference.

Even so, it may seem that Apple is pulling punches. The product could have evolved into the full-touch, dual screens, pen input, hybrid model of Windows. But that only makes sense if you don’t have a mobile product that is promising the same and tearing up the world at the same time.

You’ve unleashed a disruptive force and now you’re supposed to retrofit the incumbent with the tools to compete. Why not just let the disruptor grow up unhindered.

The Mac is what it is because it’s not alone. It’s part of a family. It is a parent. It strives to be better but will not take the future from its child.

Wherefore art thou Macintosh? | Asymco

Stay Tuned,
Mr.Frost

Io odio i freemium. Davvero, con tutto il cuore.
Sono d’accordo con quanti dicono che – in parecchi casi – si tratta di un espediente per aggirare la mancanza di demo sullo Store, specialmente lato iOS.
Ma quelle sono situazioni palesi, che riconosci all’istante e con una facilità ridicola.
Quello che detesto sono gli spillasoldi.

Quei giochi che ti accalappiano con un Gratis (sostituito, durante la dittatura degli imbecilli nella quale viviamo da un Ottieni), grazie al quale tu scarichi fiducioso…il primo livello.
Fin qui saremmo nel suddetto caso demo, di quelle che si sono trasferite dalle cassette ai floppy ai CD ai DVD alla rete1.
Il fatto è che lo spillasoldi lo riconosci subito dopo.

Precisamente nel momento in cui, divertito e soddisfatto dalla demo decidi insensatamente di premiare gli sviluppatori acquistando quello che credi sia il resto del gioco.

E lì inizia l’orrore.

I livelli sono una dozzina.
Costano 0,99€ l’uno.
Non c’è  un acquisto unico per tutti (magari scontato).
Le armi supplementari sono disponibili solo come acquisto in App – direttamente o grazie al fatto che per ottenerle ci vogliono migliardi di monete virtuali, per ottenere a loro volta le quali hai di fronte un’alternativa simile a quelle dei film sui campi di prigionia in Vietnam2: o rigiochi per qualcosa come mille anni il dannatissimo primo livello (magari con restrizioni di tempo minimo tra una partita e l’altra), oppure paghi. Tanto.

Qualche giorno fa, con un prevedibile botto di download iniziale, un altrettanto prevedibile incasso da capogiro in IaP e molta fanfara, Nintendo ha rilasciato su App Store Super Mario RUN.

I più attenti tra voi tre avranno notato che dietro al nome del più famoso idraulico italiano (eccezion fatta forse per quelli interpretati da Rocco Siffredi nei porno) non c’è uno dei soliti suffissi che tanto fanno felici noi videogiocatori d’annata.

Niente “Bros.”, niente “World”, nemmeno uno sfigato (si fa per dire) “Kart”.

Perché questo non è propriamente un platform.
È un – rullo di tamburi – endless runner.

Esatto.

Come questo.
Questo.
Oppure questo.

Come questo, persino.

A questo punto, so perfettamente che faccia avete.
La stessa che ho fatto io, alla presentazione e per le tre ore successive.

Se non vengo fulminato istantaneamente dalla pletora di commentatori entusiasti, Viticci in testa, forse posso spiegare meglio il mio pensiero.

Perché, se da un lato è palese che non è tutto oro quel che luccica, d’altra parte questo gioco è bello.
A tratti molto bello.
Ed il suo significato per Nintendo, per Apple, per il gioco mobile e per l’industria in generale è enorme.

Super Mario RUN è – ad oggi – l’endless runner più appetibile nello Store.
È uno di quelli – se non quello in assoluto – con la grafica migliore (escludo volutamente dal confronto gli “esercizi di stile” come il mio adorato Canabalt qui sopra).
Soprattutto, è dannatamente divertente.
Non avvincente, non profondo, non intenso.
Divertente.
E sa il cielo quanto abbiamo bisogno di giochi divertenti.

Super Mario RUN è un gioco per perfezionisti, perché per raccogliere tutte le monete bisogna rigiocare i livelli più e più volte.
Ma non è frustrante, perché se finite il livello avendo raccolto una sola moneta lo passate esattamente come se aveste fatto la miglior partita del mondo.

È breve, relativamente (6 mondi da 4 quadri l’uno), abbastanza da farvi intravedere la fine ed invogliarvi così ad arrivarci.
Ma non è troppo breve, così da non farci rimpiangere i soldi spesi.

Qui torniamo al freemium, perché 10€ dopo 3 quadri possono sembrare tanti.
A mitigare parzialmente il senso di rischio c’è il nome del produttore e quello del personaggio: potrebbe mai seriamente Nintendo bruciarsi IL suo personaggio rappresentativo (fan di Zelda, Pokémon e Metroid state buoni) in un giochino abbozzato?3

Sia chiaro, dunque, che se siete tra coloro che considerano giusto pagare per un gioco, questo li vale.
Tutti.

Cosa significa per Nintendo far uscire un grande gioco per una piattaforma hardware non Nintendo? Cosa per Apple? Cosa per i concorrenti?

Nintendo si apre, riconoscendo definitivamente che il mondo strettamente mobile è un mercato che non si può più ignorare, per dimensioni, remuneratività, diffusione e demografia.
Nel mondo c’è più di un miliardo di dispositivi iOS attivi, un numero che nessun produttore di console può nemmeno sognare di raggiungere.
La maggior parte di questi è in mano ad utenti che, statisticamente, hanno dimostrato più volte una certa tendenza a spendere per le app che utilizzano.

Tuttavia il fattore più importante è quello demografico.

La maggior parte di utenti iOS non è un videogicatore. A stento sa cosa sia Nintendo. Probabilmente non ha mai avuto una console, e se l’ha avuta e se per caso era prodotta da Nintendo era una Wii e si è limitato ad usare Wii Sports e/o Wii Fit.
Ma gioca con l’iPhone, magari anche solo a Ruzzle (qualcuno lo ricorda?). Indovinate un po’ come ha scoperto Ruzzle? Con la pubblicità ed il passaparola.
Può un personaggio come Mario avere un impatto pubblicitario e “sociale” inferiore ad una versione facilitata del Paroliere?

Apple guadagna ciò che per i concorrenti è impensabile: un gioco ufficiale, originale ed in esclusiva di una delle massime icone del gaming, su una non console che non reca nemmeno il marchio del produttore (fosse stata la Apple dei tempi dell’iPod U24, probabilmente sarebbe uscito almeno un iPod touch Mario Edition – e fossi in Apple io lo farei al volo5).
Una dimostrazione di forza, di abilità commerciale e di attrattiva non indifferente, specie quando si considera per contrasto la fatica immane che sta dimostrando nell’unificare e coordinare i servizi di streaming (vedere alla voce “Netflix che resta fuori dall’app TV”).

I concorrenti restano a guardare. Da un lato questa è, come detto sopra, la prova che Apple ha ancora un vantaggio – fosse anche solo commerciale – su qualsiasi rivale.
D’altra parte, dimostra come nessuno sia immune al fascino delle piattaforme mobili; se Google riuscisse ad ottenere lo spostamento verso la fascia premium che prova a dettare ai produttori di terminali Android (almeno ai maggiori tra essi, teminali incendiari a parte), potrebbe proporsi come valida alternativa per altri grandi nomi in attesa di un hardware su cui sviluppare nuove versioni dei propri cavalli di battaglia6).

Insomma, noi ci godiamo un gioco divertente e ben realizzato, la cui longevità è assolutamente maggiore rispetto a quanto ci si aspetterebbe, nonché a quanto sembri ad una prima, frettolosa occhiata.
Nel frattempo, vecchi equilibri che davamo per scontati nel ramo più remunerativo dell’intrattenimento vengono sconvolti, ed un nuovo assetto – l’ennesimo – si profila all’orizzonte.

Ancora una volta, it’s Mario Time.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Una distopia perfetta per spiegare cosa sarebbe Mario RUN se ricadesse nella categoria degli spillasoldi di cui sopra.


  1. Sono abbastanza vecchio da ricordare tutti questo supporti.
    Ma abbastanza giovane da menarvi se ridete di ciò. 
  2. Più o meno testualmente:”Uccidi tuo compagno prigioniero che conosci da vent’anni e dei cui figli sei padrino, oppure noi uccide lui, te, sua famiglia, tua famiglia e questo piccolo cucciolo di Labrador con occhioni”. 
  3. Cattiveria gratuita: molto meglio devastarsi l’immagine con hardware discutibile. 
  4. O di quello marcato HP, o di quello marcato Harry Potter, o di quello Product RED. 
  5. Livrea dedicata, “colonna sonora originale” precaricata, magari un quadro/mondo in esclusiva, anche solo temporanea. Tim, se lo fate e fate i miliardi ti lascio l’IBAN per la mia percentuale. 
  6. Se SEGA fosse ancora quella dei tempi d’oro, potremmo giurare che un Sonic RUN è già in lavorazione. 

Esco dal letargo (a proposito, sono vivo, casomai a qualcuno interessasse) solo per segnalare – in ritardo, va da sè – la disponibilità anche per gli iscritti italiani ad Amazon Prime del servizio Prime Video.

Il panorama dello streaming legale guadagna così un altro peso massimo, e noi guadagniamo un altro chiodo sulla bara della TV generalista (cit. @muccapony), ma soprattutto su quella di servizi che pensano di campare di rendita a tempo indeterminato grazie all’ignoranza/pigrizia/inerzia dei propri clienti (vedi titolo, ma ci torneremo in un prossimo post).

Riassunto ultra stringato, ché tanto ne hanno scritto anche su Chiesa&Vita (cit.): l’applicazione (per iOS) è passabile, con qualche incertezza e qualche spunto interessante (per esempio le info su trama, attori e curiosità inerenti al filmato consultabili mentre lo si guarda e che mutano con il progredire della visione).
La qualità dello streaming è – come dire – beh, oscena. Anche non tirando in ballo il peso massimo Netflix (che vince per distacco in maniera imbarazzante su tutti), davvero il livello per ora è sorprendentemente basso: sulla medesima configurazione hardware e di rete, Netflix mi garantisce il FullHD, Amazon squadretta come un DivX degli anni 90.
La scelta è scarsa, ovviamente, così come lo era all’inizio sull’altro piattaforma di streaming di cui sopra; lo è però molto di più se siete in grado di gestire solo l’audio italiano.
Molti titoli, infatti, dispongono di audio solo in inglese o senza comunque la traccia nella nostra lingua.
Chiaramente la situazione migliorerà, ma al momento possiamo considerare come completamente accessibile solo una parte del catalogo.

Mi rendo conto che messa così suoni non troppo entusiasmante, ma è solo perché mi sono tenuto per ultime le note positive; in rigoroso ordine sparso:

  • The Man In The High Castle, in italiano, tratto da Philip K. Dick, era una delle produzioni la cui fruizione più invidiavo agli spettatori statunitensi. Ho iniziato a vederlo e devi dire che potrebbe valere da solo il – ridicolo – costo del biglietto
  • Il suddetto costo del biglietto, come auspicabile, è del tutto in linea con la politica che ha reso famosa Amazon in Italia. Prime Video è disponibile per tutti gli utenti Prime senza costi aggiuntivi, attestandosi così su un notevolissimo 19,90€/anno. Meglio di così non si sarebbe potuto fare, penso.
  • Amazon ha raccolto le ceneri di Top Gear e ne ha tirato fuori The Grand Tour. Vi piaceva Top Gear? Adorerete questo: è sostanzialmente lo stesso programma, ad occhio con un po’ più di soldi da spendere messi in bella mostra (nel senso che secondo me li avevano anche prima, ma qui l’impostazione “british” è stata annacquata visibilmente). Solito humor piacevolmente acido, buon ritmo, fotografia da “playboy con le ruote”.
  • È tutto scaricabile per la visione offline. Il processo è lento, com’è ovvio, ma questa funzionalità è – a mio avviso – un altro chiodo sulla suddetta bara (e un po’ anche su quella di iTunes, per certi contenuti catalogabili come “non è necessariamente un capolavoro, ma se capita me lo rivedo sempre volentieri” – 4 stelle su 5 nel mio personale ranking). Insomma, se come me vi siete costruiti – o lo state ancora facendo – la vostra videoteca digitale, la disponibilità di titoli sui servizi streaming e la possibilità di scaricarli anche solo temporaneamente riduce di molto il numero di pellicole must have.

Dovevano essere due righe ed ovviamente ho divagato, ma d’altronde il sottotitolo del blog non è cambiato.

Speriamo che partano a razzo con le migliorie, cercando di inseguire Netflix, e speriamo che la grande N (fan Nintendo non bruciatemi casa, è una battuta) allunghi se possibile ancora di più il passo per mantenere l’attuale posizione di leader.
Da questo tipo di competizione, siamo noi che abbiamo tutto da guadagnare.

Stay Tuned,
Mr.Frost

A lot of it boils down to this concept: We demand Apple innovate, but we insist they don’t change anything.

Uno dei post piu lucidi che abbia letto finora sui tanto criticati nuovi MacBookPro.

Sugli orribili adattatori:

My laptop has a power port, an SD card port, 3 Thunderbolt ports and two USB ports. I know that in the four years I’ve owned it, I’ve never used the SD card, I use the Power port, one Thunderbolt port, and occasionally plug a USB cable in. So half the ports in this thing are never used — and yet I paid for them because they were built into the computer.

That’s the issue that defines dongles: Should 100% of buyers pay for a feature when only 5% of the owners will use it? Or 10%? How many users will need a feature before you think it ought to be required for everyone to buy it as part of the device? Where do you draw that line?

Su Apple che non sa cosa voglia la propria clientela (e sul non sentirsi nicchia quando palesemente lo si è):

The fact is, the Mac product line itself is becoming a niche product, because the days of the personal computer have started the shift back to where computers will be a hobby for the nerd and for the mainstream user, devices which use computers to enable tasks are starting to replace them: that includes tablets, but also gaming consoles and whatever it is that will ultimately take ownership of the living room.

This is sad if you’re a computer nerd, but it means these technologies have gone mainstream and we have to remember most people aren’t interested for computers as computers, they are interested in solving problems, and use computers for doing that.

How Apple could have avoided much of the controversy

Stay Tuned,
Mr.Frost