This one might seem obvious, but…. Bulgarian state railway company BDZ is urging players of Pokemon GO to keep off the railway tracks.

You know what—if you’re that stupid, go ahead and play on the railroad tracks, it’ll be fine.

The Loop

Jim l’ha detto che meglio non si potrebbe.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Google, nonostante la penetrazione nella cultura popolare, non è pop.

È un covo di nerd che sembrano avere fondamentalmente due obiettivi: [1]

  1. Far vedere a tutti (specialmente agli altri nerd) quanto siano bravi.
  2. Sembrare a tutti costi meno nerd (tranne che agli altri nerd).

Quello però che difetta ai nerd, soprattutto a quelli non (auto)reclusi in uno sgabuzzino, è una reale coscienza dei danni che possono arrecare a chi abbia normali interazioni sociali.

Tra nerd è (può essere) figo inserire in una mail – anche di lavoro – una gif con un Minion sprezzante; in fondo, è il motivo per cui esistono i Bot in Slack (che è forse al momento uno degli strumenti più usati sul lavoro) e gli stickers in Telegram.

Ma al di fuori dell’ambiente tech (a mio avviso anche all’interno, ma vabbè) l’unico reazione possibile è un misto tra “questo è un idiota” e “eh?”.

Chiaramente, tutto questo non ha creato alcun problema, perchè nel 2016 la posta elettronica non viene usata per comunicazioni ufficiali e…oh, al diavolo.

Il bel risultato è stato di allegare Re Bob a mail che servivano per esempio ad ottenere colloqui di lavoro, culminando addirittura – pare – con una intrusione in una mail di risposta inviata da un’agenzia di pompe funebri (e non era pubblicità, si dice…).

Aggiungete a tutto il disastro il fatto che “Mic drop” fosse attivato da un pulsante posizionato al posto di Invia e Archivia (una delle funzioni più usate di GMail).

Le polemiche seguite alle innumerevoli lamentele degli utenti hanno costretto Big G a ritirare in fretta e furia lo scherzo, con tanto di scuse ufficiali.

Quello che rimane, a noi risparmiati dal flagello “Mic Drop”, è una sgradevole [2] sensazione di *scollamento*: lo scollamento dalla realtà di quel motore di ricerca che in molti casi aiuta a definirla, ma pare abbia serissime difficoltà a capire quando uno scherzo è semplicemente inopportuno.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Ora che Google pare volersi convertire in una compagnia “machine learning first”, mi viene spontaneo domandarmi se questo genere di “inciampi” aumenteranno o diminuiranno durante la naturale ed invita bile fase di assestamento. Meglio un pessimo senso dell’umorismo (umano) o nessun senso dell’umorismo (automatico)?


  1. Strategie finanziarie a parte, qui ci limitiamo a parlare degli ingegneri.  ↩

  2. Resa ancor più sgradevole dal fatto che la scena è una delle – poche – davvero divertenti del film.  ↩

Alla fine, la curiosità ha avuto il sopravvento, ed ho installato Snapchat. Tutti a descriverlo (tentare di) come il nuovo fenomeno sociale del web, a paragonarlo (tentare di) a fenomeni epocali quali l’instant messaging in sé, tutti a definirlo (tentare di) ammettendo però da subito che se non ci sei dentro, non puoi capirlo (e a me venivano in mente i club finto esclusivi e le sette che poi muoiono tutti bruciati vivi).

Che poi qua si aprirebbe un’infinita parentesi sulle recensioni che non recensiscono, ma vabbè.

Questa non è una recensione. Non pretende in esserlo, e non riuscirebbe ad esserlo nemmeno volendo, principalmente per due motivi: l’ho tenuto installato per un paio d’ore – usandolo per i dieci minuti di cui sopra – e non ci ho capito granchè.

Ho avuto qualche impressione sparsa, che qui proverò a trascrivere in bit altrettanto sparsi.

Snapchat è molto popolare tra i giovani (lasciate perdere i media che se ne stanno impadronendo (tentando di), tipo MTV, o il National Geographic, o le grandi news corp americane ed inglesi: cercano solo un ulteriore canale di comunicazione per la stessa roba).
Posso capire piuttosto facilmente il perchè: Snapchat è veloce (molto, forse pure troppo, ma ci torneremo), colorato, divertente, eccessivo, visuale più che testuale. Un’orgia di Emoji che nemmeno gli stickers di Telegram (che personalmente trovo divertentissimi), stabilmente oscillanti tra il kawaii e il cinismo a basso realismo di un Adventure Time.
Potrebbe tranquillamente sostituire il 99% dei selfie da chat ( e probabilmente mira anche a quello, e probabilmente ci riesce pure – almeno per il suo bacino d’utenza privilegiato); adesivi di animaletti a cartoon con frasi fatte buone per tutte le occasioni, appiccicate sui propri autoscatti usati per decidere dove si va quando si esce: la macchina da guerra definitiva.

Considerazioni pseudo tecniche a latere: pur essendo un sistema di messaggistica (ed in questo nemmeno troppo raffinato perchè volutamente vago come modalità d’uso – ma torneremo anche su questo), Snapchat implementa alcune funzioni che vorrei vedere ovunque, indipendentemente dalla piattaforma.
Una velocità di inserimento dei messaggi imbarazzante (guarda caso, la cosa più lenta da fare è scrivere: mandare una foto o un filmato con gli arcobaleni è infinitamente più veloce); una realizzazione tecnica con i fiocchi (il sistema appare stabile nonostante sia un misto di audio, video, foto, GIF, Emoji, testo e via dicendo); la funzione di autocancellazione dei messaggi inviati e letti è semplicemente geniale, finalizzata com’è ad abbattere del tutto ogni inibizione (sotto questo punto di vista Snapchat è la più clamorosa eccezione che io conosca al detto – per il resto sacrosanto – secondo cui “Internet non dimentica” [1]) ed imporre una certa leggerezza di fondo a qualsiasi conversazione (il tutto con un lato oscuro non da poco, ma – indovinate un po’? – anche di questo ne parliamo tra poco).

Meltin’ pot di tutti i mezzi di chat a disposizione (o almeno questa è l’impressione che dà), Snapchat è un blob indefinito che prende la forma che vuole dargli il suo utente, o coloro che quell’utente seguono, determinandone così la popolarità.

Restano i lati oscuri, che potrebbero essere in alternativa solo preoccupazioni da matusa che non ha capito appieno la grandiosità del mezzo. Ma tant’è.

Sulla velocità di Snapchat incombe una pesantissima cappa di frenesia – e quel che è peggio è che sono quasi certo che questa impressione sia voluta da progetto.
Le chat indicano, di solito, se un messaggio è stato inviato, consegnato, letto, al massimo quando è stato inviato. Questo già genera in molti una discreta ansia da notifica (ricordiamoci del delirio seguito all’introduzione della “doppia spunta blu” in WhatsApp, o dei numerosi post di gente che si dichiarava esaurita dall’idea di dover rispondere immediatamente o quasi ad ogni messaggio ricevuto, pena la sanzione sociale di essere considerato un cafone).
Snapchat visualizza gli “snap” (i messaggi) così:

ANSIA
ANSIA

Quanto tempo fa è stato consegnato. Ergo, quanto tempo ci stai mettendo a rispondere.
Perchè non hai ancora risposto? Cosa aspetti? Hai qualcosa da nascondere? Lo so che ti è arrivato. Precisamente 2 minuti fa.
Ansia, amica mia.

Ricordo un post piuttosto impressionante di Ben Rosen che partiva dall’idea che per comprendere davvero Snapchat e l’uso che ne fanno i teenager non ci fosse metodo migliore che farselo spiegare da un’esperta: sua sorella tredicenne.
Il risultato è molto interessante, approfondito ed agghiacciante allo stesso tempo.
Un passaggio in particolare mi aveva colpito, e mi è tornato immediatamente alla memoria appena ho cominciato a “giocare” in prima persona:

ME: How long have you had Snapchat?
BROOKE: My new account? About a month and a half.
ME: New account?
BROOKE: Yeah, I didn’t like my old name, so I made a new account.
ME: So you lost all your friends…?
BROOKE: Not really. I used to have about 215 and now I’m at around 180 or 190.
ME: In a month and a half??
BROOKE: Yeah, my score is already over 103,000.

For those of you who don’t know (I didn’t), your Snapchat score can be found beneath your barcode on your account page. The score is determined by how many snaps you send and receive as well as how often you post and watch Stories.
For context on how big Brooke’s number is, here is my score after about a year of moderate usage. (1729, NdR)
I told Brooke what my score was.

BROOKE: That’s it?? OMG that was like my first day.

Snapchat non è uno strumento per il tempo libero, non per il suo utilizzatore “pro”. Snapchat è IL tempo – libero o no. Sempre dallo stesso post:

ME: How often are you on Snapchat?
BROOKE: On a day without school? There’s not a time when I’m not on it. (enfasi mia, NdR) I do it while I watch Netflix, I do it at dinner, and I do it when people around me are being awkward. That app is my life.

Immagino quale stress possa causare a livello di rapporti “sociali”, specie in ambienti non proprio amichevoli come le scuole americane (ricordiamoci che Brooke ha 13 anni).
Questo porta con sè un altro problema: Snapchat rischia di essere, nelle “giuste” condizioni, lo strumento perfetto per il tipico sistema a caste della scuola americana.
Popular o Loser, vedrai confermata e scolpita nella pietra digitale – per pochissimo tempo, ma ripetuta in continuazione – la tua condizione: ad ulteriore celebrazione dei primi e rovina dei secondi.

ELSBITCH: Don’t reply to weird people. You could reply once, but definitely don’t get a streak.

Ecco, appunto.

La stessa volontà (ferrea e palese, ma magari è un’impressione) di Snapchat di risultare fluido e – oserei dire – amorfo, mischiando in maniera apparentemente caotica ed indiscriminata tutti i mezzi di comunicazione personale di cui ci serviamo di solito, rivela il suo ultimo (?), forse più clamoroso, lato oscuro: l’app mira ad essere onnipresente.

Come e più dei vari WhatsApp simili, Snapchat mira a mio avviso a raggiungere lo status di “app di default” di cui gode WeChat in estremo oriente (sull’argomento esiste una letteratura vastissima è molto interessante, come questo post).

Per quanto l’obiettivo possa sembrare ambizioso, e il suo raggiungimento verificabile solo in maniera empirica con il tempo, bisogna notare due cose:

  • Quasi tutti abbiamo alzato il sopracciglio di default dello scetticismo quando Facebook era in crescita vertiginosa, pensando che prima o poi sarebbe arrivato un nuovo Facebook a far fare a loro la medesima fine di MySpace e affini. Almeno per ora, sembra che ci siamo sbagliati di grosso, e [2] forse potremmo/dovremmo considerare l’ipotesi che Facebook abbia raggiunto una massa critica che ne renderà molto lento e difficoltoso il superamento.
  • Questo successo, per ora innegabile, nel porsi come default (Facebook è per vecchi, Twitter sta morendo, Slack è per team e via dicendo) non fa altro che esacerbare il rischio di settarismo di cui sopra; non sono sicuro sia un bene rispecchiare così fedelmente su internet le dinamiche di altri microcosmi (high school, anyone?), se queste già ci inquietano nella loro incarnazione originale.

Tutto questo, ovviamente, parte dal presupposto che Snapchat sia diretto a chiunque, ma forse proprio qui sta l’errore e il problema: Snapchat non è Facebook. Snapchat vuole i propri utenti, che si autoselezionano, e non sono nemmeno lontanamente la maggioranza di qualunque classe demoscopica (le classiche Alfa istruzione, bassa istruzione, alto reddito, basso reddito, democratici, repubblicani, religiosi, atei, eccetera), tranne una.

Sono giovani.

Crescono con Snapchat, si abituano a considerarlo il mezzo di comunicazione e relazione sociale e forse così facendo accetteranno di buon grado (o con indifferenza) qualunque modifica (qual è il primo esempio che vi viene in mente?) il sistema decida di apportare a se stesso (dopotutto, qualcuno di noi si è accorto di quanta pubblicità ci fosse propinata durante i cartoni all’epoca in cui li guardavamo?).

Sono poi, ovviamente, i consumatori (non di domani, ma di oggi) cui tutti vorrebbero arrivare: quelli che, nei casi in cui non abbiano capacità significativa di spesa propria, orientano comunque in maniera palese e profonda le scelte delle proprie famiglie.

Ma forse, tutto questo è solo sovrastruttura da matusa, che non ha capito che mandare agli amici un selfie che vomita arcobaleni è solo una gran figata.

Postata 3 minuti fa, e nessuno ancora ha risposto.

Dannazione.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Lo so che adesso si deve scrivere minuscolo perchè è stato finalmente risonosciuto come nome comune, ma qui ci va la maiuscola. Fa più sentenza definitiva.  ↩

  2. Stante l’ovvia ma necessaria considerazione che nulla è eterno, tanto più quando si parla di tecnologia.  ↩

It’s old news that people are bastard coated bastards with bastard filling. It’s old news that this is how the internet works. It doesn’t have to be that way though. We’re better than this

Yin and Yang — Liss is More

La stupidità è qualcosa con cui bisogna fare i conti, specialmente su internet. [1]
Quanto all’assuefazione, è triste constatare come essa sia “necessaria”, una sorta di corazza.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. No, non è come dice Umberto Eco, cioè che internet abbia moltiplicato gli imbecilli.
    Li ha solo resi molto più visibili; e (proprio per questo?) un bel po’ più molesti e pericolosi.  ↩

I know a lot of people switched to Macs around that same time period because there was an allure there to Macs. We were tired of borking our systems because we dared to plugin a new peripheral without first installing software and rebooting our machines a couple times. We were fed up with registry issues, with reformatting every 6 months — and so much more. The Mac offered a simplified life — a ‘just works’ mantra. And truthfully, back then, stuff either did just work, or it wouldn’t work at all — rarely any in between.

Why iOS is Compelling — The Brooks Review

So far, the best reason I’ve come up with for Apple to remove the headphone jack is this: Removing one jack cuts the number of plugs on the iPhone in half. Apple’s quest for simplification is legendary, and offering devices with an array of jacks of different shapes and sizes and compatibilities has always been an issue. Apple seems to always prefer fewer ports, and of fewer types. The MacBook takes the same approach.

I can’t argue the point that it’s simple. The problem is, some users require complexity—which is why people end up doing things like buying USB-C hubs or docking stations to attach to their MacBooks. Carrying around adapters and hubs adds complexity for the user who needs extra features—but Apple’s philosophy argues that most users don’t need that complexity, so it’s to simplify the core product and let users who want more to add it on later.

Searching for a good reason to remove the headphone jack – Six Colors

Pezzo come al solito molto lucido di Jason Snell, che però mi trova in totale disaccordo con quest’unico punto. Poiché condivido con Apple l’idea che la maggior parte degli utenti desideri ardentemente la maggiore semplicità possibile, sono d’accordo con tutto ciò che può aiutare a raggiungere quest’obiettivo; evviva la porta Lightning reversibile così non devi guardare per inserirla, benvenuta USB-C che offre la stessa comodità (e supporta il segnale della Thunderbolt, unendo due porte: tre usb e due Thunderbolt sull’iMac? Eccoti cinque porte che possono fungere da entrambi: usa ciò che ti serve e cambia pure idea senza trovarti porte inutilizzate). Santo subito il Wi-Fi, che sostituisce senza colpo ferire il cavo Ethernet nel 99% dei casi d’uso, ed abilita l’uovo di Colombo di AirPlay e AirPrint: basta tirar cavi Ethernet quando ristrutturi – compri casse e stampanti e le piazzi dove ti pare, anche a posteriori.

Anche se è vero che gli utenti MacBook vivranno (in che percentuale poco lo verificheremo con il tempo) con un bel dock da millemila porte sulle loro scrivanie, sono pronto a scommettere che nell’uso da portatile la necessità di connessioni fisiche tenderà a zero nei prossimi anni (per qualcuno già è così: ed una maggiore consapevolezza- potremmo dire alfabetizzazione sugli strumenti esistenti che consentono di prescindere dai cavi non guasterebbe).

Figuriamoci su un terminale (una classe di terminali, in realtà: o pensate che il jack audio su iPad non sia un candidato all’estinzione a stretto giro?) che non a caso in inglese si chiama mobile.

Quello che però mi lascia davvero perplesso, nel ragionamento di Snell, è che già adesso ci sono intere classi di utenti per cui una decina di porte non è abbastanza; indovinate quale computer usano? Sono forse povere anime in pena, condannate dalla crudeltà minimalista di Apple a vivere le loro misere esistenze professionali su un MacBook monoporta?

Non proprio, direi.

Dunque, almeno finché Apple non farà confluire ogni sua linea di computer esistente in un MacBook monoporta, mi pare che l’errore stia nel voler ricondurre ogni tipo di uso di un Mac ad un solo tipo di uso.

E se invece ammettiamo che un computer possa essere usato in una *moltitudine*di modi radicalmente differenti tra loro, perché voler rendere omogenee ad ogni costo le esigenze di chi usa un iPhone?

Dopotutto, non andiamo ripetendo da anni e fino allo sfinimento (soprattutto altrui, scommetterei) che l’iPhone è un computer?

Stay Tuned,
Mr.Frost

If just for one thing: You take more photos with less hesitance using a traditional camera over the iPhone. Maybe it’s the form factor of the phone, maybe your subject’s fear of ending up on YouTube that let people behave differently in front of the iPhone than in front of a traditional camera.

Daydreaming of an iPad-only future — the minimal (grassetto mio)

Ricordate come, solo qualche anno fa, sottolineavamo la minore inibizione che causava nei soggetti (soprattutto in ambito documentaristico e di street photography) l’uso di un iPhone al posto di una normale macchina fotografica?

I tempi cambiano, suppongo.

Stay Tuned,
Mr.Frost