[So] I’m not against ads overall; if they fit with a site, and aren’t just scattershot, or bottom-feeding Google ads, then I don’t mind seeing them. I’d rather not block ads like this to help websites pay for the content they provide. But the Fortune web page is a perfect example of everything that’s wrong about ads.

In any case, I made a list of the many ways I block ads in my life. If you think that blocking ads on websites is wrong, tell me how many of the following actions you take to avoid ads.

The Many Ways I Avoid Ads | Kirkville

Assolutamente geniale, mi trova del tutto d’accordo. Come ho avuto modo di ripetere anche altrove,

Sono due giorni che aggiungo siti che ritengo “meritevoli” alla whitelist. Questo, a mio avviso, è il modo migliore di gestire un adblocker. Toglierlo tout-court perché la grande maggioranza non si sbatte a configurarlo equivale a dare ragione a chi infila pubblicità detestabili a chili ovunque, perché “tanto nessuno si prenderà il disturbo di evitarli”. Equivale, imho, a paragonare lo sforzo di un Gruber ad un The Verge qualsiasi.

Se poi ci fermassimo a considerare, come fa Kirk, quanto “adblocking” più o meno analogico facciamo già normalmente, giungeremmo forse a considerare il grosso delle polemiche degli ultimi giorni come una simpatica botta d’isteria.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Se cento persone ti stanno dando dello stupido puoi stare certo che a minuti ne arriveranno altri cento. È la versione contemporanea del “carro del vincitore”, non ci possiamo fare niente, è imbarazzante ma lo è perché noi commentatori (io per primo, mi è capitato spesso) siamo oggettivamente imbarazzanti.

Una stupida umanità – manteblog

Stay Tuned,
Mr.Frost

Avete presente uno di quegli impianti stereo stratosferici che vedete sulle riviste (cartacee o digitali?).

Appartengono più o meno alla stessa specie di quelle foto di case fighissime che imperversano su Pinterest (e che sono, lo ammetto, uno dei motivi per cui sono iscritto a Pinterest).
Perfette. Che se ci abitaste, no, se io ci abitassi, non uscirei più, nemmeno per controllare se ci sia stata un’invasione aliena.

Ma sinceramente, chi ha tempo, spazio e soldi sufficienti? (a parte quei simpaticoni cui hanno fotografato le case – ma secondo me non se le godono. Troppo tempo passato sullo yacht o sul jet privato in mezzo a supermodels).

Ormai mi sono convertito allo streaming, almeno per ciò che riguarda il 99% dei miei ascolti musicali; questo cambiamento, piuttosto radicale se si confrontano i dubbi di partenza con l’entusiasmo attuale, ha portato con sè diversi cambiamenti “accessori”.

Uno di questi non è altro che farmi intravedere com’è possibile l’evoluzione di ciò che al tempo mi fece innamorare della prima Airport Express: la possibilità – allora – di scablare il mio stereo e fruire comunque della libreria di iTunes, quella – adesso – di affidarmi a casse completamente wireless.

Ho effettuato così lunghe ricerche… … … no.
Tanto lo so che non ci credete, e fate bene.

In realtà, le ricerche che qualsiasi persona normale svolgerebbe prima di effettuare l’acquisto, per quanto mi riguarda sono state “spalmate” su mesi; avrei letto comunque le recensioni, la tecnologia mi affascina, quindi…

La scelta è caduta quindi sul Soundlink Mini della Bose, seconda versione.

Dovete assordare conviventi e vicini? guardate altrove.
Dovete ascoltare musica in una stanza che non sia in scala Versailles? L’animaletto in questione fa per voi.

E poi c’è il suono. Prima che qualcuno cominci ad obiettare, lo ammetto: i bassi della Bose sono eccessivi.
A volte.
Non rimbombano, perché l’hardware e la costruzione sono magnifici (il mostrillo pesa uno sproposito, in proporzione alle dimensioni), ma si fanno sentire.

Quindi, se siete degli audiofili, state alla larga. Se invece siete delle persone che vogliono sentire musica o altro in modo decisamente soddisfacente e far sì che provenga da una cassa così piccola da non costituire alcun ingombro, benvenuti a casa.

Ho detto altro, non a caso.
Guardate i film (anche) sull’iPad? Se la risposta è sì, scommetto che lo fate con le cuffie.
Personalmente ritengo che – come in tanti altri casi – l’iPad permetta una condizione di “intimità tecnologica” ideale per la fruizione solitaria (niente battute 😉 ).

Ma ci sono film che non sono fatti per le cuffie.
Ho appena finito di vedere rivedere Mad Max Fury Road.

Ricordando quanto – la prima volta, al cinema – fosse risultato fondamentale l’audio per la totale immersione in questo capolavoro, ho sperimentato: l’accoppiata di iPad e SoundLink è, al momento, quanto di più vicino ci sia ad un cinema privato portatile (vi lascio immaginare la resa audio di un film del genere con i bassi extra suddetti). La possibilità ulteriore di appaiarlo ad un Mac fa sì che abbiate a disposizione uno schermone gigante e l’audio a volume civile perché a cinque centimetri dalla vostra testa

Poi ci sono i dati tecnici, ma sono noiosi e già presenti in millemila recensioni prima di questa; qui possiamo dire che la connessione bluetooth non ha ancora perso un colpo, anche con un muro in mezzo (e bello spesso); il pairing (che viene mantenuto con due terminali contemporaneamente) è di una facilità di configurazione che rasenta l’idiozia; la voce guida mi ha permesso di non aprire mai il manuale, e l’indicazione della carica residua vocalmente ad ogni accensione è comoda ed inequivocabile.

Cercate una cassa Bluetooth? Smettete di cercare.
Cercate un sostituto per uno stereo? Se venite da un compatto e/o la vostra musica è in formato puramente digitale (files audio o addirittura streaming), vi chiederete cosa abbiate aspettato a fare il cambio.

Promosso a pieni voti.

Stay Tuned,
Mr.Frost

[…] when you have unlimited choices, it does become easy to revert to the same old things you know you’ll love. A few thoughts on this: one, there’s nothing wrong with cultural comfort food. Not being the mood to explore or discover is fine, as long as you don’t find yourself in a total rut. And even if you do, who cares? You’re probably missing some neat things, but it’s not like there’s a pop quiz at the end of each album or TV season that you have to ace in order to keep existing.

Two, you’re never going to get to the end of Netflix or Spotify. And again, that’s fine. There’s no next level you advance to after watching every prestige drama or listening to every album that Pitchfork likes. Not knowing about Vine stars or YouTube sensations is acceptable. What’s not acceptable is romanticizing a world where these people and options don’t exist. There’s no “either/or” in the world of entertainment — because a terrible song exists, it doesn’t cancel out a great song. There is only “and” — and infinite options with something for everyone.

Cortney Harding – Medium via Koolinus

Abbiamo parlato altre volte del rischio di sovraccarico da informazioni: troppe pagine web da visitare, troppi post interessanti da leggere, troppa musica da ascoltare e troppo da vedere.
In realtà, il vero problema sembra più essere l’ansia che tutta quest’abbondanza genera in alcuni.

Il post citato qua sopra ipotizza che non sia poi un male il non vedere la fine del tunnel delle proprie code in Spotify o Netflix. Probabilmente non riusciremo mai a capire se tutto ciò che reputavamo degno del nostro tempo lo fosse veramente, e molti si rifugeranno nell’ascoltare sempre le stesse cose e rivedere i medesimi film o show tv all’infinito: una sorta di chiusura nel proprio guscio che dovrebbe proteggerci dal duplice rischio di sentirci fruitori inadeguati e di scoprire – magari tardi – che abbiamo dedicato il nostro prezioso e scarsissimo tempo libero a delle solenni ciofeche.

Ma nemmeno questo – è la tesi dell’autrice – è del tutto negativo: non solo molte opere degne di essere lette/ascoltate/viste hanno trovato la via del pubblico solo grazie a quest’abbondanza mai registratasi prima, ma ciò ha fatto sì che le vere schifezze, presenti ora come in ogni tempo del passato (da non idealizzare in quanto passato, mai), oggi abbiano più probabilità di passare inosservate, annegate in mezzo a tanto ottimo materiale.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Così, perché non avevo granché da fare (inteso in quei due minuti e mezzo), ho scaricato su iPad un gioco ispirato a The Walking Dead.
Due precisazioni,che poi diventeranno tre: la serie mi piace, anche se lenta e incostante e piena di riempitivi e con un numero di puntate esorbitante dopo la prima stagione; sono rimasto, nonostante ciò, indietrissimo causa scarsità di tempo; il gioco non è quello “figo” di TellTale, bensì una roba su licenza.

La prima impressione? Che palle.

Grafica interessante, disegnata in modo da sembrare un fumetto, animazioni non pervenute, meccaniche di gioco da gestionale, combattimento a turni, la solita roba.
Poi, dopo aver esaurito il tutorial, il quale – forse unico caso nella storia videoludica – fa passare la voglia di giocare, subentra una specie di divertimento composto.
Parliamoci chiaro, non è un gioco che consiglieresti agli amici (il link qui sopra c’è solo per comodità vostra, in caso di masochismo impellente, visto che il tutto è ovviamente gratis), non resisterà nemmeno molto installato, tuttavia si lascia giocare.

Mi ha portato, però, a riflettere su quale sia la dote più importante per un videogioco.
Da vecchiaccio quale sono, sono stato un avido consumatore di TheGamesMachine, ho sbavato su ogni singola pagina di ogni numero (salvo quelli incredibilmente mosci in cui la parte più interessante erano le preview e le pagine della posta, fitte di insulti tra fan delle diverse piattaforme), e mi sono sempre trattenuto dal leggere subito voto e pagella dei giochi, specialmente i top ed i bidoni annunciati.

Quel che mi ricordo meglio, tuttavia, è un valore, nel giudizio, che già allora comprendevo in teoria, ma che ora vedo realizzato appieno: la longevità.

Quella dote irrazionale ma palpabilissima che fa sì che un gioco lo si voglia giocare, finire e rigiocare. Ciò che fa sì che mi sia ricomprato Superfrog per iOS, dopo averlo ripetutamente finito su Amiga500 nel lontano ’93.
Ciò che farà sì che molli TWD a brevissimo, ma che mi impedisce – per senso etico – di disinstallare Monument Valley anche se finito più volte.

Questi sono arte, ma non sono i soli.

Ci sono poi i giochi brutti che però.

Quelli che nonostante difetti nella realizzazione, magari bug, o meccaniche migliorabili oppure trite e ritrite, continuano a tenerci incollati allo schermo.
Non è masochismo, non sempre, almeno.
È che la nostra capacità di trovare qualcosa di buono non ha limiti.
Un caso, per me, esemplare? Oquonie.

Oquonie non è un gioco brutto, tutt’altro.
Non è nemmeno un gioco strano, anzi si potrebbe dire che sia a stento un gioco.
I personaggi dialogano secondo una lingua incomprensibile, che tale resta per tutta la durata del gioco. I livelli hanno meccaniche di sviluppo create appositamente per disorientare il giocatore, e la medesima azione può avere effetti diversissimi se compiuta in momenti diversi, o in condizioni diverse, o addirittura due volte di seguito (tornare sui propri passi raramente comporta il trovarsi dove si era prima).
Eppure, anche se giocato con discontinuità, non l’ho mai disinstallato.
Sfrutta miei punti deboli che pensavo ben protetti: il fascino per la stranezza, la sfida con poche chances di riuscita, la grafica assurda eppure coerente e curatissima ed un certo effetto nostalgia.
Nello specifico, mi rimanda con forza al periodo della mia vita di giocatore in cui carta e penna erano fondamentali anche per i videogiochi.
Senza Internet, o con l’accesso ad essa impraticabile rispetto alla facilità e frequenza odierne, senza walkthrough (spesso anche video su YouTube se proprio si è tanardi) o forum in cui chiedere aiuto come naufraghi, l’unica possibilità per uscire vivi da certi giochi era scriversi la propria soluzione; e allora via con codici elargiti alla sudatissima fine di ogni livello per bypassarlo in caso – praticamente certo – di morte brutta dieci secondi dopo; benvenute mappe artigianali dei livelli o dei dungeons, invidiando le schermate panoramiche pubblicate sulle riviste (screenshot alla pressione di due/tre tasti? Non pervenuti); sotto con le foto allo schermo per studiarsi gli enigmi più complicati, foto che – una volta sviluppate – si rivelavano null’altro che lampi abbaglianti di flash su schermo inintelligibile.

Il tutto per scoprire, magari, che dovevi combinare la carrucola con il pollo di gomma.

Non c’è un unico fattore che determini la longevità di un titolo, e non solo i giochi belli sono in grado di tenerci impegnati a lungo. Finché non si ricade nella frustrazione, anche un gioco difficilissimo e mal programmato può risultare irresistibile.

Adesso vado ad ammazzare un po’ di zombie e qualche sopravvissuto ostile, ma non perché mi piaccia, eh?
Così, giusto per cinque minuti, poi smetto.
Giuro.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Piccola precisazione dovuta ad alcune modifiche portate da Paolo Attivissimo al suo post su Apple.
Voglio precisare che ho avuto con lui un fitto e piacevole scambio di tweet a riguardo di quanto aveva scritto.
Alla fine direi che ognuno è rimasto della propria opinione, ma è sempre piacevole avere a che fare con persone educate e disposte al dialogo; su Internet, poi, è merce (ancor più) rara.

Detto ciò, sotto con la disamina (è un commento di Paolo al suo stesso post, per le modifiche vi rimando al medesimo):

Per tutti quelli che mi stanno dicendo che forse sono diventato complottista, ho aggiunto un po’ di chiarimenti e correzioni al post, ma aggiungo un paio di note qui.

Per chi chiede prove di questa progressione anti-utente:
– La musica sui dispositivi iOS si installa passando solo da iTunes. Perché non la posso semplicemente copiare come negli altri lettori MP3?

Per scelta di design di Apple. Hanno reputato che la semplicità derivante dal lasciare la gestione della libreria (intesa come cartelle, sotto cartelle e metadati) ad iTunes superasse la convenienza del poter usare un lettore mp3 come una chiavetta.

– iPhone, iPad nascono con la batteria sigillata. Poi arrivano gli Air: batteria sigillata, ma è necessario per ridurre gli ingombri. Poi la batteria sigillata arriva sui Macbook Pro. Poi anche Nokia e Samsung iniziano a sigillare le batterie. Messaggio di fondo: disincentivare l’utente a intervenire. A fine vita batteria, conviene comperare un dispositivo nuovo, perché togliere i sigilli costa ed è complicato. E noi (me compreso) accettiamo e compriamo.

Per ciò che riguarda gli smartphone: la batteria non sostituibile dall’utente (ma da un qualsiasi tecnico, anche non Apple sì – e pure dall’utente se ha voglia di sbattersi e guardare un tutorial su Internet) consente di produrre dispositivi più sottili e leggeri, o di ridurre lo spazio tra le componenti interne per montare batterie più capienti o più chip e sensori, e così via. In altri casi, la non rimovibilità della batteria è strumentale a caratteristiche quali l’impermeabilità del dispositivo.
Peso ed ingombro ridotti, e batterie più capienti, sono i motivi che hanno spinto in favore del medesimo processo sui portatili di Cupertino (vedi batteria del MacBook 12").
Ultima nota: cambiare dispositivo non conviene mai di per sè rispetto a cambiare la batteria; diverso discorso va fatto se nel calcolo si inserisce anche l’invecchiamento del terminale stesso in termini di prestazioni e software supportati (Apple però è maestra nel supportare devices molto vecchi a livello di OS).

– iOS, da sempre, accetta solo app approvate da Apple. Se voglio metterci qualcosa di non approvato, devo jailbreakare. Ho ceduto il controllo del mio dispositivo a terzi, e questo a molti sta bene (a me no). Perché Apple non offre l’opzione “installa da sorgenti sconosciute” come fa Android? In nome della sicurezza o in nome del controllo?

Se voglio mettere dei coltelli al posto delle fruste nel mio sbattitore elettrico per farne un’arma segreta ninja (in attesa di brevetto), devo usare del nastro adesivo: perché Moulinex non mi fa fare quello che voglio con il mio sbattitore?
Il paragone, volutamente forzato, serve ad introdurre un concetto che sembra difficile da capire, o facile da dimenticare all’occorrenza: la decisione se supportare o no un produttore che opta per scelte progettuali non gradite spetta sempre all’utente/consumatore. Per dirla all’americana, votiamo con il nostro portafogli, su queste cose. Il peccato mortale si sta diffondendo a tutti i produttori? Succede perché il mercato – noi – dimostriamo di apprezzare più un peso ridotto di una micro SD rimovibile.
Quanto alla dicotomia sicurezza/controllo, occorre a mio avviso notare una differenza: su OSX, l’utente può installare software proveniente da qualsiasi fonte. Questo perché la cultura informatica, e di conseguenza l’attenzione alla sicurezza di un utente di PC viene considerata mediamente più alta di quella di un utilizzatore di smartphone o tablet. Possiamo essere d’accordo o meno con Apple su questo, ma alcuni elementi – per esempio la demografia degli utenti delle due piattaforme – suggerisce che nella maggior parte dei casi possa aver ragione. O vogliamo davvero che nonna/zia/vicinochehaproblemiconilblotòt debba preoccuparsi di untrusted sources sull’unico dispositivo che sa usare – quasi – da sè?

– Questo genere di aspirazione al controllo non è prerogativa di Apple. Ce l’hanno un po’ tutti: Lenovo con app taroccate nel firmware, Samsung con DRM nei media player e bloatware non rimovibile nei cellulari, tutti i produttori che stanno progressivamente abituandoci a usare solo i loro store per il software.

Qui, mi spiace, non ci siamo proprio: Lenovo è il peggiore esempio possibile, ed il perché è evidente a chiunque abbia letto la storia con attenzione; quanto al bloatware, il libero e meraviglioso PC ne è sempre stato la patria (il Mac, stranamente, no. Bizzarro, per chi mira al controllo totale, no?), ed il fatto che, tanto per citare,

[…] Samsung continues to insist on having two browsers, two photo gallery apps and its own app store—not to mention filling the phone with extra widgets and apps.

è significativo di parecchie differenze di base. Quanto all’usare solo gli store proprietari, ritorna la questione della comodità. Comodità talmente legata alla natura e al tipo di utenza media dei dispositivi che lo stesso concetto, portato su Mac, ha molto meno successo ed è già stato dichiarato più e più volte in crisi.

In sintesi, man mano ci stiamo abituando all’idea che i dispositivi che usiamo non siano manutenibili liberamente da noi anche quando potrebbero benissimo esserlo. Ci stiamo abituando all’idea di non avere controllo su quello che facciamo, leggiamo o consumiamo sui nostri dispositivi.

La manutenzione (quanto sia benissimo possibile, e a quale “costo” non lo darei così per assodato) è una cosa. Il “non avere controllo su quello che facciamo, leggiamo o consumiamo sui nostri dispositivi” è tutt’altro. Oltre ad una palese e grossolana confusione tra hardware e software (il fatto che non “possa” – ma non è del tutto vero neppure questo – operare sulla centralina della mia auto non vuol dire che non possa decidere dove andare, o quante persone caricare, o se far fumare qualcuno all’interno dell’abitacolo o meno), questa mi sembra proprio una di quelle affermazioni categoriche cha fanno crollare l’assunto di partenza di ogni post: se mi metto un cartello al collo con scritto “Pentitevi, la Fine è vicina”, non posso pensare di essere trattato come chi avanzi argomenti scientifici a supporto della tesi del riscaldamento globale.

Non sto dicendo che il controllo totale sia realisticamente fattibile e che ci sia un malefico piano per implementarlo: è semplicemente una tendenza, una convergenza d’interessi comuni a danno di noi utenti, che osservo e che francamente vorrei tentare di prevenire.

Ah, no?

temo che l’iPad Pro sia un nuovo passo in avanti nella strategia a lungo termine di Apple per eliminare definitivamente il computer

Circolazione di documenti scottanti? Non sarà più un rischio, se sull’iCoso gireranno soltanto le applicazioni di lettura documenti benedette da Apple (che magari chiameranno Cupertino per informare su chi ha letto cosa e quando e dove l’ha fatto).

Sostituire il computer aperto, dove l’utente installa quello che vuole lui, con un dispositivo digitale chiuso, sul quale si possa esercitare un controllo ferreo

Però per arrivare a proporre il controllo totale senza che ci sia opposizione bisogna prima togliere di mezzo il personal computer, troppo libero, troppo aperto, troppo flessibile e riprogrammabile. Per eliminarlo non servono leggi o sequestri: basta disabituare gli utenti a usarlo. Pian piano e con il sorriso.

Ricordate Cory Doctorow e il suo monito sulla guerra in atto contro il computer universale? Provate a rileggere le sue parole di qualche anno fa e chiedetevi, senza inutili complottismi, se per caso aveva ragione.

Bizzarro. Avrei detto che la tesi fosse proprio quella.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Lucio Bragagnolo ci va giù pesante. Anche se qualcosa mi suona un po’ esagerato, condivido la demoralizzazione…

All the big Apple product releases—the iPod, the iPhone and the iPad—were at events that were almost exclusively dedicated to those devices. The list of “One more things” (which CNET has collected in perhaps the world’s most painfully inscrutable slideshow) includes the original AirPort Base Station, the G4 Cube, aluminum PowerBooks, the iPod shuffle, the iPod touch, and a few others that didn’t ring the “next big thing” bell.

So despite our collective misremembering, “one more thing” is not “the next big thing” at all, it’s just… one more thing.

The Macalope

Stay Tuned,
Mr.Frost

Un piccolo promemoria su cosa sia l’advertising (non tutto, chiaramente, ma sul web la stragrande maggioranza).

Se è vero che un uso degli ad blockers sul genere di quello che ne farà la maggior parte degli utenti (stile:“abilita una volta di default per tutto e dimentica”) rischia di penalizzare anche chi si impegna ad avere all’interno del proprio sito pubblicità “decenti” (sopportabili, rispettose degli utenti, mettela come volete), ritengo che il porsi scrupoli morali assoluti e rinunciare alla possibilità di zittire un The Verge qualsiasi sia un ulteriore danno proprio per questi pochi valorosi, un disconoscerne l’impegno.

Ciò che è certo è che la guerra è solo all’inizio, l’educazione degli utenti richiederà tempo (non si impara in due giorni a riconoscere chi ti usa come una vacca da mungere da chi cerca di tirare avanti) e forse qualcuno che non lo merita rimarrà vittima delle “scosse di assestamento”.
Ma è altrettanto certo che non si torna indietro (almeno complessivamente), e che non si stava meglio quando si stava peggio.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Marco Arment ha ritirato Peace, il suo content blocker, dall’AppStore.

Dice che lo mette a disagio la tecnica “o tutti o nessuno” dell’adblocking consentita dalla sua stessa App.

Pessima mossa nei confronti degli utenti, che hanno riservato a Peace un’accoglienza clamorosamente buona; e non serve a mitigare la scorrettezza il fatto di mettere le mani avanti riguardo alle critiche, o il postare contestualmente un link all’AppStore per ottenere il rimborso.
Personalmente non chiederò nessuna restituzione dei 2,99€, ma non userò nemmeno il programma, almeno per ora, sostituendolo con Silentium di Francesco Zerbinati.

Peccato che Arment non si sia accorto che la soluzione al suo dilemma morale – a posteriori, o vuole davvero farci credere di aver sviluppato Peace interamente nelle 24 ore precedenti il lancio? – fosse nelle preferenze stesse della sua applicazione, in quell’opzioncina in basso che istituisce una whitelist.

Lacrime di coccodrillo.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Il test di iOS9 comincia seriamente ORA, su iPad Air.
Ho aggiornato prima l’iPhone, lo ammetto. Ma credo di averlo fatto per abitudine: per quanto i tempi di utilizzo “serio” (cioè prolungato e focalizzato) probabilmente mi smentiscano, considero ancora l’iPhone come la mia macchina principale. Tanto più con il modello attuale – che attuale formalmente non è più.

In attesa di portare in parità anche OSX con l’installazione di ElCapitan, ho quindi per le mani ciò che è stato definito “lo Snow Leopard di iOS”, con ciò riferendosi – ovviamente – ad una release il cui principale scopo dichiarato è quello di snellire, rifinire e migliorare in affidabilità e prestazioni la versione precedente del sistema operativo.

Questo avrebbe dovuto essere l’incipit di una recensione lowfi – senza alcuna pretesa di completezza o altro – di iOS9; poco più che impressioni sparse, in definitiva.
Ma ho deciso di rendere omaggio (o pagare pegno?) ancora una volta al motto che sovrasta queste pagine virtuali (ed alla citazione del giorno di ieri), dunque:

nessuna recensione di iOS9.

Al suo posto, un annuncio ed un invito.
Il primo è che le mie considerazioni verranno da sé, nel tempo, sparse in tutti quei post che scriverò da ora in poi, almeno fino a iOS10. Sono convinto che sia l’uso reale a farci comprendere ed eventualmente apprezzare una release come questa, piena di cambiamenti fondamentali e di basi gettate per il futuro, camuffate in mezzo a dichiarazioni di anno sabbatico e paragoni con versioni di OSX amatissime ma relativamente poco foriere di innovazioni.

L’invito invece, figlio – anche – di quanto appena scritto, è di andare a leggervi le recensioni di chi con questo sistema ci convive da mesi, attraverso le varie Beta, e da mesi studia ed annota tutto ciò che può risultare utile o interessante; il tutto, tra l’altro, in maniera decisamente più completa ed organica di quanto potrei fare io adesso, a circa due ore dalla fine dell’upgrade.

A voi, quindi, lascio i link alla (da me attesissima) recensione di MacStories e a quella, altrettanto fenomenale, di Rene Ritchie su iMore.

Scegliete la vostra postazione di lettura preferita, mettetevi comodi, e buona – buonissima – lettura.

Stay Tuned,
Mr.Frost