Mantellini sul Post bastona l’AD di Poste, quel Francesco Caio già consulente per l’Agenda Digitale Italiana, nonché estensore del Rapporto che porta il suo nome.

Nonostante sia d’accordo con il 99% di quello che scrive Mante, come spesso accade, mi trovo a considerare la situazione anche da un punto di vista leggermente diverso.

Forse il maggior fastidio (e qui comincia, ovviamente, un lunghissimo ragionamento preceduto dal “secondo me” d’obbligo) nell’annuncio trionfalistico di Caio è dovuto, più che alla sostanza, al tono.

Sarà pur vero che il Wi-Fi gratuito non ci salverà, e con questo diamo per scontati e condivisi tutti i ragionamenti che seguono: il distacco tecnologico dovuto ad un fattore prima di tutto culturale, di forma mentis (oggi Internet sembra essere nella situazione in cui si trovavano i computer negli anni 80; se fai notare che la usi comunemente e ti serve, vieni più o meno etichettato come all’epoca uno che dicesse la stessa cosa dei PC: sei uno che “ci fa i giochini”), che il Wi-Fi ha forse poco peso nello sviluppo di un paese in cui la connessione prevalente è mobile (davvero, e qui sottoscrivo in pieno, chi andrebbe alla Posta – o anche solo lì davanti – per usufruire di una connessione gratuita?), eccetera eccetera.

Eppure.

Eppure ci sono almeno un paio di punti per cui varrebbe la pena plaudire (sommessamente, e qui torniamo al discorso sul “tono” degli annunci) all’iniziativa annunciata da Poste.
Se la cosa dovesse prendere piede, ed in presenza di un management anche solo mediamente alfabetizzato dal punto di vista informatico (non solo il vertice, occorrerebbe che lo fossero almeno tutti i quadri e/o i responsabili di filiale), si potrebbe ipotizzare di affiancare un domani alla connessione Internet gratuita una sorta di “rete locale” wifi, cui accedere con credenziali simili a quelle utilizzabili sul sito delle Poste, per svolgere operazioni di sportello.
Quali sarebbero le differenze tra Poste.it e questa soluzione? Me ne vengono in mente almeno un paio:

  1. la connessione potrebbe costituire parte della “certificazione” se accedo ad una rete locale – anche se wifi – lo posso fare tramite credenziali che certificano a monte la mia identità. Questo consentirebbe di svolgere molte operazioni in autonomia, o quasi. E qui, passiamo al punto
  2. si potrebbe, senza alcun bisogno di utilizzare dongle, chiavette o altri metodi di autenticazione monouso tipo token numerici, autorizzare praticamente qualunque operazione possibile allo sportello. Questo perché la garanzia sull’identità e la conclusiva verifica della stessa sarebbe svolgibili dagli operatori di sportello.

Avete presente quando siete in fila, magari per pagare un bollettino, ed intanto lo compilate? Avete tutti i dati a disposizione, il bollettino stesso, tutto viene fatto in qualche minuto, e…..poi siete in coda. Quelle code tipo “ora serviamo il numero A26”, e voi abbassate lentamente lo sguardo verso il vostro foglietto, scorgendo con orrore la verità: A85.

Ecco, pensate se ogni operazione di sportello, anche la più assurda, si svolgesse al 99% prima che voi raggiungiate persino lo sportello. 60 smartphone presenti? 60 “sportelli” disponibili. E gli sportelli fisici a fungere solo da verifica delle operazioni, ove necessario.
Avete appena ottenuto una riduzione abissale dei tempi di esecuzione, con tutto ciò che ne segue.

Questo sarebbe un progetto. Irrealizzabile, stupido, incompleto. Ma un progetto.
Invece qui abbiamo un proclama.

Architetti dell’Italia digitale.
Leader del processo di avanzamento economico e sociale.
Stiamo lavorando per rendere migliore la vita delle persone – con particolare attenzione alle fasce più deboli.

Questo lo rende insopportabile, non l’idea in sè.
Il fatto – ennesima conferma – che siamo un Paese in cui non si punta a risolvere problemi, piccoli o grandi, non si cercano soluzioni.
Ci si fa belli.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Avete letto articoli riguardanti iTunes, di recente?
E per “di recente”, intendo negli ultimi anni.

Un massacro. Ci si lamenta per tutto, quello che una volta era l’alfiere di Apple nel mondo – in accoppiata inscindibile con qualsiasi versione di iPod ci fosse all’epoca – sembra essersi trasformato nel software che tutti amano odiare.

Eppure, spesso i problemi di iTunes derivano proprio dalla quantità di cose che gli viene richiesto di fare. Una delle soluzioni proposte più di frequente, non a caso, è quella di suddividere le funzioni di iTunes tra diverse applicazioni, in modo da rendere ognuna di queste “parti” più “leggera e pulita”.

Ci sono, però, davvero tante cose che iTunes fa egregiamente, ed alla lista pubblicata da Kirk McElhearn su Macworld vorrei aggiungere qualche considerazione personale.

Se supportato da una rete – wifi e/o cablata che sia – di buon livello e con prestazioni adeguate, il binomio iTunes/Tv ha ancora adesso, per me, qualcosa di magico: veloce, stabile, rende possibile fruire con facilità di librerie di contenuti potenzialmente immense.

Alcune delle funzioni elencate nell’articolo linkato rappresentano la migliore realizzazione possibile – al momento ed in certi casi non solo – del compromesso tra funzioni ed usabilità: Remote, Browsing dei contenuti, Smart Playlists, Gestione dei Tag rendono alla portata di chiunque la gestione di librerie di files multimediali di tipo diversissimo tra loro.

Volendo sfruttarlo al massimo, iTunes gestisce musica, film, serie tv, applicazioni per iOS, libri, suonerie, radio via internet, oltre ad occuparsi fino a poco tempo fa del trasferimento di documenti verso dispositivi iOS per conto di app terze; gestisce almeno tre tipi diversi di “status” potenziali per un brano musicale, e almeno due per un film o serie tv; mantiene e rende utilizzabili letteralmente decine di metadati per ogni singolo file al suo interno; “ricorda”, per ogni file, impostazioni quali punto d’inizio e fine della riproduzione, punto da cui riprendere la riproduzione stessa, settaggi dell’equalizzatore; fornisce un profilo di ogni file multimediale più completo di molte altre app che in sostanza fanno solo quello o poco di più; e così via.

A tutto questo è stata aggiunta da qualche mese tutta la parte relativa alla gestione di Music.

È vero, Apple ha nel tempo sovraccaricato iTunes, e certe scelte sembrano discutibili anche solo in base al buon senso: perchè affidargli la gestione degli ebooks, quando potrebbe essere delegata ad iBooks?
Ma proprio per questo, se ci si ferma a valutare anche solo per poco la quantità di compiti cui iTunes assolve, si passa in tutta onestà dall’irritazione per ciò che non funziona alla meraviglia per tutto ciò che funziona (ed è la maggior parte).

Ciò che spesso si suggerisce, dunque, di fare a pezzi iTunes, costituirebbe certo un rimedio a buona parte dei suoi problemi, tuttavia non risolvendoli davvero ma riducendo l’applicazione ad essere solo un qualunque player musicale [1] (o di files di altro tipo, o gestore di archivi, o che altro).
Per quello, le applicazioni di certo non mancano.

Personalmente, passo mano e mi tengo il moloch iTunes.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Questa paranoia nei confronti di iTunes come player musicale, deriva a mio avviso da un errore alla base, che risale addirittura ai tempi del primo iPod: iTunes è, ed è sempre stato, prima di tutto un database, un programma di gestione della musica. Le sue funzioni? Acquisire musica da fonti diverse (CD Rip, compito da sempre svolto egregiamente, Store interno o altri, files mp3 di qualsiasi provenienza), renderla ordinata, fruibile e sfogliabile, gestire l’hardware interno (riproduzione audio su Mac) ed “esterno” (iPod).
    Le critiche provengono, paradossalmente ma non troppo, da chi vorrebbe che iTunes fosse altro da sé: un nuovo Winamp, o un VLC stile Apple.  ↩

Dopo lo scandalo di HackingTeam, che abbiamo scoperto (ma per piacere…) essere in affari con governi ed entità non proprio raccomandabili, ecco uno dei casi da manuale della pirlaggine informatica.
È stato violato il sito AshelyMadison.com, che si occupa di…tresche extraconiugali.

Esatto, sono dei facilitatori di corna, peraltro con una numerosa ed eterogenea clientela; tra i dati rubati e resi pubblici, ci sono ovviamente nomi utente, password, nomi e cognomi, indirizzo, nonché gli immancabili (sembra parziali) numeri di carta di credito e tanto altro.

Il problema sembra tranquillamente risolvibile con i soliti metodi a posteriori: scegliere una nuova password, migliore magari (e no, 123123123A non è meglio di 123123123), cambiare carta di credito dopo aver bloccato quella registrata e così via.

Tutto questo supponendo che Internet sia altro dalla realtà.

Errore.

Ogni azione – o quasi – che compiamo o non compiamo su Internet ha riflessi sulla nostra vita.
Chi ha usato una mail aziendale per registrarsi a vogliopiantartiintestaduecornachenonpassidalleporte.com è un pirla; se il dominio dell’ “azienda” è .mil, ancora peggio.
Poi, c’è anche chi, come fa notare giustamente Paolo Attivissimo, rischia ben di più: c’è almeno un caso (chiaramente non verificabile ma sinistramente realistico) di utente saudita, che si era affidato al sito durante la propria permanenza negli USA per trovare partner omosessuali, che ora rischia la condanna a morte essendo rientrato nel proprio paese.

Perché, e non lo ripeteremo mai abbastanza, Internet non è (più?) altro dalla vita reale.
Ne è parte, sempre più preponderante fino a diventare a volte fondamentale.
Un’autentica questione di vita o di morte, in qualche caso.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Come sempre in questi casi, se davvero volete capirci qualcosa, chiedete ad ArsTechnica.

Whether I’m evolving existing work or doing something contrary, I’m lost without other people’s ideas. I believe that all of human discovery works this way, not just me. If you live in a bubble, you don’t learn, you don’t change, and you don’t invent. For all of my inability to focus and study, I’m always able to get excited about ideas and discoveries.

Brett Terpstra

Stay Tuned,
Mr.Frost

Ci risiamo.

Siamo in quel periodo dell’anno in cui iPad muore. Ciclicamente. In maniera apparentemente inevitabile.

Sembra che gli “analisti” si siano ormai specializzati nel non capire le differenze tra i vari prodotti.
O meglio, tra qualsiasi prodotto e l’iPhone.

L’iPhone è stato quanto di più vicino possiamo dire di aver osservato ad una singolarità tecnologica.

Dopo lo spartiacque del primo iPhone, tutti si sono (in più o meno tempo) abituati a considerare un touch screen come un elemento fondamentale di un telefono, e non solo. I tablet come li conosciamo ora (non i convertibili urendi che Microsoft tirò fuori anni prima) non esisterebbero senza il concetto base dell’iPhone (lastra di vetro, multitouch come unico input o quasi); probabilmente anche sistemi di controllo come il Magic Trackpad non avrebbero il successo che hanno (e no, il Magic Trackpad non è stato sdoganato dai portatili: quelli esistevano da ere geologiche, in termini di tempo informatico, e nessuno aveva mai chiesto un touchpad per un desktop).

Ancora sconvolti da questa autentica rivoluzione, gli analisti sono passati all’immediato sillogismo: l’iPhone è stato IL successo – commerciale e tecnologico – per antonomasia, ergo qualunque cosa abbia meno successo dell’iPhone è un flop.

È così abbiamo avuto, in sequenza, svariati casi di prodotti che hanno incenerito in termini di vendite la concorrenza , ma che sono destinati ad una fine terribile “perché l’iPhone”.

L’Watch (che, ricordiamolo, secondo stime abbastanza condivise ha venduto in un giorno più di quanto gli altri abbiano venduto in un anno) è l’ultimo esponente di questa categoria – suo malgrado – ma nessuno può competere con l’iPad.

Vi ricordate gli “smartphone” prima dell’iPhone? Nokia, SonyEricsson, Siemens, Palm…
E i tablet prima dell’iPad? No?

Perché in questa forma, semplicemente, non esistevano.
Il “grosso iPod Touch” (che a sua volta era stato definito “l’iPhone che non telefona” – mentre oggi siamo arrivati al punto che le nuove generazioni non distinguono quasi tra questo e l’iPhone) non ha ridefinito un mercato; non lo ha reso popolare; lo ha – in termini commerciali e di pubblico raggiunto- creato.
Ma non è l’iPhone.

Questo ha portato, da quando esiste, ad un ciclo come minimo annuale di dissertazioni infinite sul perché iPad sia condannato all’estinzione, nonché ad altrettante perle di saggezza su cosa si dovrebbe fare per impedirlo (dare consigli ad Apple, si sa, è uno degli sport preferiti del giornalismo tech).

iPad dovrebbe essere più piccolo.
iPad dovrebbe essere più grosso.
iPad dovrebbe montare OSX.
iPad dovrebbe avere uno stilo.
E via delirando.

Ovviamente, spesso si tratta di poco più che sparate a zero, nella speranza nemmeno troppo nascosta che un giorno Apple adotti una di queste soluzioni (ed è successo, con la creazione dell’iPad Mini), abbia piuttosto prevedibilmente successo, e l’esperto di turno possa così prorompere in un tonante “ve l’avevo detto, io”.
Un po’ come Gene Munster con la televisione Made in Cupertino.

Anche quest’anno, quindi, sono partite le celebrazioni del prematuro funerale di un dispositivo che – pur segnando percentuali negative nelle vendite ormai da un po’- continua a vendere qualcosa come 65 milioni circa di unità.
Il tutto nonostante il fatto che – per alcuni utilizzi – un iPad di prima generazione sia ancora perfettamente adatto; non parliamo poi dell’Highlander iPad 2.
O forse – ed è cosa che sempre sfugge ai famosi analisti – le vendite di iPad continuano ad essere imponenti proprio perché il ciclo di aggiornamento può essere così lento: perché nel mondo reale, un investimento viene valutato anche (soprattutto?) in base alle prospettive che offre.
O, per dirlo meglio:

Nel creare iPad, Apple ha dato vita a una categoria di apparecchi estremamente surdimensionata rispetto alla durata nel tempo. Alla faccia dell’obsolescenza programmata.

Lucio Bragagnolo

Stay Tuned,
Mr.Frost

[…] web ad quality and tolerability have plummeted, and annoyance, abuse, misdirection, and track.

The ethics of modern web ad-blocking – Marco.org

Credo che il livello attuale delle pubblicità su Internet – in particolare modo su determinati siti che potremmo definire generalisti e che spesso e volentieri sono ancorati (come cozze) a media più tradizionali quali giornali e radio – sia pari a quello degli spot televisivi.

Ciò che si è scelto di seguire viene bruscamente interrotto od oscurato, senza preavviso, con scarse possibilità di evitare il tutto, e con una comunicazione sempre e comunque urlata, sia essa a volume fastidiosamente più alto del normale o con effetti grafici tendenti allo sparaflash.

Là si cambia canale, il più delle volte, o si fa dell’altro (ormai si fa praticamente sempre dell’altro mentre si guarda la tv); ma c’è anche chi si compra un TiVo. 😉

Stay Tuned,
Mr.Frost

We as a society deemed campaigns such as Gamergate unacceptable and rejected their proponents as harassers who crossed the line. But because we all agree that we dislike Palmer, the campaign against him has so far been deemed acceptable, even funny or laudable.

From Gamergate to Cecil the lion: internet mob justice is out of control – Vox

“Come cambia in fretta, l’umore della folla”, diceva un vecchio, geniale fumetto.
Specialmente di una folla opportunamente “aizzata” dai media.

Parliamoci chiaro: la vera,enorme differenza tra i vari casi di cronaca è determinata per il 90% dalla copertura mediatica di cui possono (o non possono) godere.

Vale per Cecil il leone, per i disordini di Ferguson, per il ragazzo morto durante un TSO.
Questo non fa altro che aumentare una – già imbarazzante – dose di imprevedibilità insita in qualsiasi comportamento della “folla”.

The internet mob just so happened to avenge this particular case of a hunter seemingly illegally killing a rare wild animal, but not other cases. Defenders of the anti-Palmer campaign argue that this is irrelevant: Palmer did something wrong and deserves to be punished regardless of whether other people also did something wrong.
But that misunderstands how justice, mob or formal, is supposed to work.
It treats justice as a sort of random lightning bolt from the sky; one is reminded of the vengeful but arbitrary gods of Greek or Roman lore.

Se solo il caso clamoroso viene punito, ed in un modo che va peraltro ben oltre quanto lecito e prevedibile, l’effetto che si ottiene rischia di essere l’opposto: veicolare il messaggio secondo cui “se non la si combina troppo grossa” si può farla franca.

This gets to one of the root problems with mob justice: It is not primarily about punishing the crime or the criminal, but rather about indulging the outrage of the mob and its thirst for vengeance.

Qui torniamo all’inizio: la stessa indulgenza verso il soddisfacimento della propria “sete di vendetta” è – a ben vedere – parente stretta di una certa morbosa insistenza che i media dimostrano nei confronti di taluni casi, trasformando la cronaca (per quanto nera possa essere) in qualcosa di pericolosamente simile al gossip.
Il rapporto tra i due sfiora poi quasi la simbiosi, se ci si ferma a considerare quanto questo atteggiamento degli “organi d’informazione” alimenti la giustizia sommaria di cui stiamo parlando.

That worries me. And it should worry you. Gamergate has been run out of polite internet society, but the mob campaign against Palmer suggests that the tactics Gamergate employed are not disappearing — they are becoming more mainstream. That should be deeply worrying to us all.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Ormai è da molto tempo che considero l’iPad il mio computer portatile.
Sapete bene come l’iPhone prima e l’iPad poi siano stati per me (e credo per tanti altri) la realizzazione dei sogni di amante della fantascienza: avere la potenza di calcolo e la versatilità di un computer sempre con sé, con ingombro minimo e piacere d’uso assoluto.

È stata una mossa logica, quando il mio computer fisso è defunto, promuovere (retrocedere?) il MacBookPro a macchina esclusivamente da scrivania, facendone di fatto l’unico computer di casa, e tuffarmi nella mobilità estrema. In fin dei conti, ci avevo provato molte altre volte in passato, con vari smartphone (o qualunque cosa all’epoca venisse spacciata per “smart”) e con la mia passione travolgente per i Palm (un Pilot prima ed un Tungsten poi).

Ho sempre pensato che mi servisse una dimensione minima sufficiente di schermo per lavorare comodamente (non uso seriamente perchè ho troppa stima dell’avverbio in questione per usarlo a sproposito con riguardo a questi quattro scarabocchi).

Quando ho acquistato il portatile, ho preferito un 14“ invece di un 12” (iBook), poi un 15“ invece di un 13” (MacBookPro).
Poi è venuto il tempo dell’iPad, ed anche quando c’è stato da scegliere tra Air e Mini, non ho avuto dubbi: era impensabile, per me, confinarmi in 8" scarsi.

Quindi è stato il momento dell’iPhone 6, con il dilemma riproposto in salsa 6Plus; avrei dovuto fiondarmi sul Plus, giusto? Batteria migliore, schermo più grande e con risoluzione maggiore, tutte caratteristiche che una volta avrei non solo gradito, ma addirittura ricercato.
Invece mi sono sorpreso ad avere ben pochi dubbi, e ad optare serenamente per il “piccolo” di casa.

Credo che l’inversione di tendenza sia indice (sempre nel mio caso, lungi da me il propormi come modello statistico, anche perchè sembra che il trend sia invece opposto) di un processo verso la ricerca dell’essenziale.
Smettete di sollevare gli occhi al cielo.
Davvero, vi si vede il bianco. Fa impressione.

Non è un minimalismo fine a se stesso, è più la consapevolezza che due fattori hanno cambiato le regole del gioco drasticamente e per sempre: la Rete (in senso molto lato) e la potenza dei nuovi dispositivi.

La Rete siamo noi, ovvero l’insieme dei nostri dispositivi. Connessi perennemente (almeno in teoria) con una quantità di risorse sterminata, certo, ma connessi soprattutto tra di loro, quindi in grado, finalmente, di collaborare davvero.
Fate mente locale: qualcuno ricorda la procedura per connettere un palmare anni 2000 (pre-iPhone, potremmo dire) ad Internet?
E quella per sincronizzare i dati (che alla fine si riducevano a poco più che calendario e contatti) con un computer?
Confrontatela con l’attuale situazione. Wireless. Integrazione. Procedure guidate (nel 90% dei casi) a prova di pirla.
E dunque la nostra capacità in mobilità non è (più, solo) quella dei dispositivi che abbiamo fisicamente con noi: è invece costituita da tutti i dispositivi che riusciamo a far interagire, spesso operando in remoto.

Questo ha portato alla nascita degli ultrabook (i cloni dell’MacBook Air), al diffondersi dei tablet, dei phablet (il neologismo urendo dell’anno™), di dispositivi che una volta avremmo considerato limitati e che oggi riescono, per proprie doti o dell’ecosistema di cui fanno aprte, a svolgere egregiamente il 99% dei compiti che gli affidiamo.
La potenza dei dispositivi poi è cresciuta anch’essa in maniera incredibile, nel settore mobile ma anche in quello dell’informatica tradizionale: questo ha consentito il successo di campagne come quella promossa da Maurizio Natali di Saggiamente, “+SSD, -GHz”, ed ha permesso a siti di grandi dimensioni ed elevata complessità come MacStories di essere sostanzialmente gestiti in totale mobilità.
Niente più ansia da prestazione, insomma, e per una gamma di utenti e di usi molto più ampia di quanto fosse lecito attendersi in così poco tempo.

Al momento, il mio “ambiente di lavoro informatico” sta tutto in una borsa, abbastanza piccola per di più: un iPad Air, un’Apple Wireless Keyboard, ed un Compass (Filippo avevi ragione, è bellissimo; e comodo, per di più – combinazione rara), il tutto protetto da questi(scoperti per caso, essenziali e robusti).
Più l’iPhone.
“Piccolo”.

Sitamo andando sempre più verso un mondo di schermi onnipresenti? Quasi certamente. Ma a chi si dispera e si strappa le vesti profetizzando distruzione, chiederei di considerare quanto questo ci abbia risparmiato di questo.

Stay Tuned,
Mr.Frost

(…) the Internet of Things becomes a branded end goal rather than a means to a new kind of experience. At the 2015 Consumer Electronics Show the GasWatch display even featured a callout that read, “Part of the Internet of Things” as a selling point. Today, the relevance of any consumer product requires the addition of superfluous computing.

The Internet of Things You Don’t Really Need – The Atlantic

Ok, è un po’ pessimistica, come visione, lo riconosco. Ma non è assolutamente priva di fondamento, temo.
È una tendenza che mi ricorda quella di alcuni giocattoli degli anni 80/90, che pubblicizzavano il loro essere dotati di “luci e suoni”, anche quando questi facevano ribrezzo e poco nulla aggiungevano al divertimento (levandone anzi potenzialmente una gran parte, data la maggiore fragilità degli stessi rispetto ai giochi puramente “meccanici”).

La smania di voler apparire “elettronici” a tutti i costi mi pare si ripeta in questa fase di “connessione a prescindere”.
Se è vero che l’Internet delle cose rappresenta, al suo meglio, la possibilità di automatizzare e rendere controllate da remoto funzioni più o meno basilari dei nostri sistemi (in senso molto lato, dalla climatizzazione, all’automotive, alla domotica in generale) tramite raccolta di dati ed informazioni, il voler rendere tutto controllabile da remoto potrebbe essere un eccesso.

Ho dato un’occhiata ad un controller per condizionatori, citato in una delle ultime puntate di Digitalia. È un prodotto interessante, applicabile su qualunque modello o quasi, mobili compresi, e costituisce un interessante assaggio di domotica. Stessa cosa per i NetAtmo e simili, che diventeranno ancora più interessanti se e quando saranno resi compatibili e quindi raggruppati sotto l’ombrello di HomeKit.

Poi considero un progetto come quello citato nell’articolo dell’Atlantic di cui sopra, ed il mio entusiasmo si trasforma in una domanda: perché? Non stiamo aggiungendo un ulteriore, inutile livello di complessità?
Ma la vera domanda che mi infastidisce, da amante della tecnologia, è: siamo in grado di distinguere la differenza?
Siamo capaci di riconoscere quei casi (sempre più numerosi) in cui “luci e suoni” sono solo un richiamo, un proverbiale specchietto per le allodole, anziché una reale feature?

Despite its claims for efficiency and facility, the Internet of Things might better name the process of enclosing ordinary life within computational casings. One partakes of Internet of Things because they’re told it will make life easier or more convenient. Sometimes it even does! But mostly, the Internet of Things makes life more computational. And even that’s a stretch, since most Internet of Things devices do scarcely little computational work beyond coupling their key functional mechanisms to smartphone- or Internet-driven actuators.

Stay Tuned,
Mr.Frost