There’s an App for that

Il primo iPhone non aveva applicazioni di terze parti native. Solo webapps, definibili in sostanza come siti web racchiusi dentro un’apparenza di applicazioni (se voleste un esempio brillante del concetto, basterebbe andare a cercare Fluid per OSX).

Fu molto criticato, all’epoca, anche per questo, il che stava a dimostrare quanto poco fosse stata compresa la rivoluzione che proponeva: nessuno, basandosi su ciò che il mercato aveva da offrire in quel momento, avrebbe potuto immaginare che dipendere da internet potesse essere così facile, a tratti persino bello.

Non passò molto prima che Apple introducesse le apps native, aprendo così davvero la strada al fenomeno iPhone, e coniando il famoso slogan che fa da titolo a questa parte di delirio.

Sono passati anni da allora, e ormai abbiamo raggiunto una condizione in cui le app native sono pressoché universalmente considerate superiori alle corrispondenti webapp.

Pressoché.

Non ti serve (per forza) un’app…

…specialmente se non stai usando un iPhone [1]. Il problema (ma siamo davvero amanti della discussione se lo chiamiamo così) è che l’attitudine a cercare un’App per qualunque cosa è debordata. Ha preso piede poco tempo fa una discussione [2] su quanto poco in effetti guadagnassero gli sviluppatori delle applicazioni “Top Paid” del Mac App Store.

Conclusione – immediata – è stata che il Mac App Store è morto. Così, d’emblée.

Ora, anche a me dispiace non avere determinate applicazioni su Mac, le stesse che mi consentono di scrivere comodamente questo post su un iPad (Drafts, principalmente. Davvero. Voi datemi Drafts su Mac e nessuno si farà male.).

Ma davvero serve sempre e comunque un’app?

Le web application, come facilmente intuibile, vivono nel browser; per limiti hardware, il browser di un iPad è nel 90% dei casi meno performante del gemello su Mac, specialmente in presenza di svariate schede aperte.
Ma un Mac non ha questo tipo di problemi: persino sul mio baracchissimo MacBook Pro del 2008, Safari non va in affanno almeno finché non si tratta di maneggiare una quindicina di schede contemporaneamente; [troll mode on] tanto per intenderci, è più facile che abbia il fiatone la connessione di Fastweb [troll mode off].

Mi capita quindi sempre più spesso di non pormi nemmeno il problema dell’esistenza dell’applicazione per OSX corrispondente (a parte Drafts. Davvero. Non mi pare di chiedere poi molto, no? In cambio, vi rilascio tutti questi ostaggi, qua…), ma semplicemente di sperare ci sia una webapp.
Certo, aiuta molto il fatto che nella totalità dei casi si tratti di applicazioni che richiedono una connessione internet per funzionare in ogni caso.
Ma il livello è molto buono, almeno nel mio caso, e questo la dice lunga sul fatto che forse, potremmo ricominciare ad alleggerire un po’ i nostri harddisk (o SSD), non installando apps il cui uso è limitato o inesistente offline.

TuneIn Radio (recentemente preferita a Radium, la cui app per iPad è letteralmente inesistente, nel senso che non viene – ancora? – sviluppata), BuyMeAPie (la migliore app per le liste della spesa – per le liste e basta Clear è ancora inarrivabile), Pocket [3], Overcast (che ha – ancora misteriosamente persino per me – spodestato PocketCast, anche lui comunque dotato di un’interfaccia web, superiore rispetto al concorrente, per di più), persino Twitter [4], hanno guadagnato un posto stabile nella barra dei preferiti.

Non hanno preso definitivamente il posto di applicazioni locali, anche perchè so già – conoscendo le mie debolezze e curiosità poichè spesso coincidono – che il giorno in cui dovesse davvero uscire la nuova versione di Tweetbot per OSX sarò in prima fila per testarla; tuttavia hanno posto una seria questione riguardo alla necessità dell’elaborazione locale.
Non credo che questo porti alla vecchia utopia di un mondo dell’informatica personale fatto di terminali stupidi arricchiti dalla semplice connessione ultralarga ad Internet.
Ma mettete assieme per un attimo questa rinnovata qualità ed usabilità delle web app con la tendenza a creare hardware “depotenziato” (Watch, anyone?), e forse si intravede una tendenza [5].

Questo certamente favorirà una prograssiva transizione verso un’onnipresenza della rete, resa pealtro quasi inevitabile dal processo di rendere smart qualsiasi cosa (anche quelle che proprio non ne avrebbero bisogno), ed una parallela perdita di importanza delle app native (o residenti in locale).

Se funzionerà, ci ritroveremo ad usare molto di più i nostri computer (dando al termine il senso più lato che riusciamo ad immaginare), accorgendocene sempre meno.

Tenetemi un posto.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Da un certo punto in avanti, il discorso della superiorità delle App si applica anche ad iPad, va da sé.  ↩
  2. Chiamarla polemica mi pare francamente eccessivo, anche perché il tono era più quello della rassegnata contemplazione dell’orrore.  ↩
  3. Ok, capisco che questa possa sembrare strana, visto che la lettura offline è una delle ragioni d’essere dell’applicazione; ma l’ho sempre considerata come un deposito di roba da leggere dopo, non necessariamente sconnesso dalla Rete. A questo, aggiungete che la nuova versione responsive del sito è a mio avviso bellissima e molto usabile.  ↩
  4. Qui sta giocando un ruolo fondamentale – la transizione non è ancora completata – anche lo stato pietoso dei client su OSX. Tweetbot langue, a voler essere generosi, Twitterrific è angosciante, il client ufficiale tollerabile; chiaramente, tollerabile è uno status che non è nemmeno lontanamente sufficiente per farmelo preferire al sito.  ↩
  5. Ottimo esempio, a proposito, l’articolo sul continuous computing di Ben Thompson, che peraltro ipotizza un’evoluzione degli strumenti in direzione di una sempre maggiore pervasività, associata però ad una progressiva invisibilità dovuta alla stessa. Nota a latere, sono invidiosissimo dell’espressione che ha coniato, e gliela ruberò ogni volta che potrò.  ↩

With each type of device, we sacrifice a little more of the world immediately around us in exchange for the virtual one. Desktop computers are things of total immersion, where we’re almost piloting a machine. Laptops let us enter that machine from a wider variety of starting locations, and perhaps let us climb out more easily. Then we have mobile devices, which superimpose the digital world as a semi-transparent overlay on every part of our lives.

We’ve been trained by these objects. We’re presented with stimuli, and we display conditioned behaviour. Notifications and interruptions permeate the membrane between actual life, and our electronic existence – and our devices are the conduits.

The problem with notifications is that they occupy the junction of several unhealthy human characteristics: social pressure of timely response, a need for diversion, and our constant thirst for novelty. Mobile devices exacerbate that issue by letting us succumb to all of those at any moment.

Distractions – Matt Gemmell

Splendido post, da uno che non la pensava proprio così all’inizio (per sua stessa ammissione, il che rende tutto ancor più notevole).

Stay Tuned,
Mr.Frost

But in a brief period of questionable judgment yesterday, I impulse-bought the new MacBook, which I call the MacBook One.1 My theory was that I could use it for roles in which I’ve failed to use iPads because they don’t work for me: writing and email around the house or in bed, and bringing on most trips that wouldn’t involve Xcode. It would be my iPad Pro. I’ve been waffling for years about finding a cheap 11-inch MacBook Air to serve this role, but I didn’t want a non-Retina machine.

I knew the MacBook One was slow, I knew the keyboard was weird, and I knew it only had one port. I also knew that it was really small and light and had a Retina screen. So I went into it with low expectations and acceptance of its limits.

Marco Arment

Questo è lo stesso Marco Arment accusato di autocensurarsi per non perdere lo satus di blogger nel grazie di Apple.

Ecco, giusto per capirci sul livello di ridicolo che abbiamo raggiunto.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Certo, non l’ho provato a lungo (neppure a medio), ma a me questo coso strano ad una porta continua a piacere.
P.P.S. Se qualcuno si fosse lasciato trarre in inganno dal titolo e pensasse che l’incauto l’ho effettuato io… mi spiace sia rimasto deluso. Ma se voleste rimediare a spese vostre a quest’ingiustizia cosmica…

Very few notice the thing on the wrist. That makes me happy. But some do see it. Once they see it they say, Oh is that the thing? And I say, Yes it is the thing. And they ask, Has it changed your life? And I shrug. And they are so disappointed. They want me to say, Yes. Yes it has changed my life. The wrist thing. It’s made me a better man, a stronger man, a more thoughtful man. But, no. This is what I say: I say, Look, it shows maps. And they Ooooo. And I show them the remote camera and they Ahhhhh. And I say, look — my heartbeat. And they say, Wow, you have a high resting heart rate. And I sigh and say, I know. Oh, how I know.

Craig Mod – Upon This Wrist

Probabilmente la migliore non-recensione di Watch che abbia letto finora.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Il MIT aveva compilato, qualche tempo fa, una lista delle più innovative tecnologie attualmente in fase di sviluppo avanzato o già disponibili: dieci “gemme tecnologiche” che, già sotto forma di prodotti utilizzabili dal pubblico o come precursori ad altre tecniche ed usi, stanno cambiando o stanno per cambiare a breve la nostra vita.

Tra la Biopsia liquida, la Desalinizzazione su vasta scala e la Fotosintesi agli steoridi , troviamo – indovinate un po’? – Apple Pay.

Esatto, il sistema che Android ce l’ha da anni, quello che Google Wallet è più diffuso perché gira su più telefoni, quello contro cui si è costituito un consorzio che – nato con l’unico scopo di proseguire la “gloriosa” tradizione della raccolta indiscriminata di dati a scopo proliferazione clienti – sta già perdendo pezzi.

Il motivo di questa inclusione? Semplice quanto una frase:

None of the individual technologies is novel, but Apple turned them into a service that is demonstrably easier than any other.

La tecnologia è poco (niente?), l’usabilità e la conseguente adozione sono tutto.
Perché davvero, a volte, l’albero che cade in mezzo alla foresta non fa alcun rumore, se nessuno è lì ad ascoltarlo.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Your Apple Watch becomes the most discrete way to stay connected when at fancy events, or anywhere really. My wife and I no longer need to check if the babysitter is trying to reach us — our Apple Watch will tap us if she is. There’s essentially no reason to use our iPhones, and no anxiety felt for fear of missing something “important”.

Ben Brooks – The Discreet Watch

Ben Brooks mette in luce un altro punto a favore dell’Watch, ma è in realtà un punto a favore di qualsiasi buona tecnologia: funziona senza essere invadente.

Abbiamo più volte detto quanto la buona tecnologia, i buoni gadget, come i buoni strumenti, sappiano essere trasparenti: fondersi talmente bene nel nostro quotidiano da diventare naturali ed invisibili.
Per questo speso diamo per scontati i gadget che ci rendono la vita più facile: perché gran parte di quel rendercela più facile è dovuto al fatto che non ce ne accorgiamo.

Discreti, per l’appunto.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Ormai mi appare chiaro quanto le aspettative, che già normalmente influiscono sul giudizio che abbiamo di un gadget elettronico, abbiamo un peso enorme sulla valutazione di questo oggetto. A tal proposito:

I am starting to wonder if we are already more than connected enough that a smart watch, in its current iteration, does not offer enough to make people switch. When they can truly do practical things that are beneficial, maybe the market will grow exponentially and even start to take the place of a phone.

Shaun McGill

The watch will quickly just fit into your life. It was a lot of fun playing with watch faces and apps the first day but by the second day, the Apple Watch was just part of my routine. I communicated with it. I told time with it. I kept track of my activity with it. When I wasn’t doing one of those things, I wasn’t thinking about it. The iPad and iPhone both turned my life upside down for weeks after I first got them. The watch did not have the same effect. Once I sorted it out, I just started using it. I think that is a good thing.

Two Days With the Apple Watch — MacSparky

Stay Tuned,
Mr.Frost

The overwhelming majority of Android devices suffer from too high audio latency, preventing developers from building apps that would satisfy consumer demand on Android.

As such, Google and Android app developers are leaving billions of dollars on the table for Apple and iOS developers because of Android’s 10 Millisecond Problem.

For the purposes of this explainer, roundtrip audio latency is simply the difference in time between when an audio input is introduced into a mobile device, undergo some sort of needed processing, and exits the same device. As any musician will tell you, we as humans are most comfortable with latencies of ~10 milliseconds. Anything significantly higher tends to disturb us.

Most Android apps have more than 100 ms of audio output latency, and more than 200 ms of round-trip (audio input to audio output) latency. To give you a quick example from the Oscar winning film Whiplash, it’s like the drummer is dragging by a half beat behind the band!

Some specific examples on how audio related applications suffer from roundtrip audio latency greater than ~10 ms:

  • Music instruments apps, audio effect apps: musicians cannot play together on stage, as the performer using an Android device will be half beat behind the others. It’s not even usable for practicing.

  • DJs can not perform beat-matching, as their pre-listening signal in their headphones is far behind the master signal playing for the audience. Applying effects like a loop roll or echo is very hard too.

  • Games: sound effects, such as explosions or gun sounds lag behind by a few frames. Game audio is then “detached” from visuals, making for poor user-experience, preventing immersive gaming experiences.

  • VOIP apps, such as Skype: if both users are using a high latency Android phone, the overall audio latency is higher than the network latency. In other words, it takes more time for audio to “flow” through Android, than data packets to be transferred between continents.

  • Virtual reality (VR): when the viewer turns his head, the audio “follows” too late, destroying the 3D audio experience. Check the Paul McCartney Google Cardboard app for an example. Google is on the verge of leaving billions in revenue in VR opportunities for Apple.

Android’s 10 Millisecond Problem: The Android Audio Path Latency Explainer

Tecnico, almeno per una lettura “media”, ma molto interessante.
Educativo, persino, direi, non fosse altro che per provare a comprendere come dettagli apparentemente insignificanti e su una scala piccolissima possano avere conseguenze enormi ed economicamente devastanti.

Stay Tuned,
Mr.Frost