Modern Family’s New Episode Takes Place on the Screen of a MacBook Pro

Qui facciamo ancora fatica a distinguere tra product placement e aderenza alla realtà, infatti ci troviamo con comuni umbri in cui sembra che tutti i 32.000 abitanti abbiano una Mazda (non proprio la marca più diffusa in Italia), ma inspiegabilmente non si vede un iPhone, tranne quelli con interfaccia anni Novanta stile 3210 e suoneria Nokia (!!!).

Sono differenze culturali, nella misura in cui da una parte, pur con la coscienza e l’evidenza del product placement più spinto, si fotografa la realtà; dall’altra (qui), ossessionati dal non farsi cogliere in fallo (ché la polemica è sempre dietro l’angolo, specialmente quando infondata [0] ), si crea una realtà fittiziamente neutra che spesso non si limita a sfiorare il ridicolo, ma gli mette pesantemente le mani addosso.

Per poi bilanciare, è ovvio, con i deliri di cui sopra, o con certe battute assolutamente fuori contesto [0] in cui si magnificano le doti di un prodotto a caso che ha pagato per uno spot dentro una fiction (ovvero esattamente quello di cui si ha paura).

Stay Tuned,
Mr.Frost

[0] : E in quale ambiente più che in quello televisivo…?
[0] : Un Medico In Famiglia era maestro in questo orrore.

Eppure basterebbe poco per avvicinarsi a quanto accade in paesi meno deprimenti del nostro: offendi qualcuno in TV? Sei fuori per sempre, non verrai invitato più in nessun programma da nessuna rete: questioni elementari di rispetto. La scelta italiana va in direzione opposta: ci serve un MALEDUCATO, non importa che non sappia niente di niente e che ripeta da anni la solita scenetta. Ci serve un lama che sputi forte e che sputi lontano. Se gli schizzi non arrivano minimo nel tinello di Voghera dovremo inventarci qualcosa d’altro.

La TV che fa schifo fisicamente

Ho smesso di frequentare i talk show e affini parecchio tempo fa, e quella indicata da Mantellini è una delle ragioni principali: la pressoché totale assenza di censura sociale di quella che è palese sia null’altro che maleducazione pura e semplice.

La stessa assenza che fa sì che chi evade, chi parcheggia in doppia, tripla fila o sui posti riservati, chi ignora le regole sentendosene superiore (e di conseguenza superiore a tutti gli “altri”), chi sfrutta cavilli e falle del sistema sia visto come un furbo (uno che ne sa), invece di ciò che è palesemente è: un ladro, un arrogante, un maleducato.

E soprattutto uno che fa danno agli stessi che magari, neanche troppo nascostamente, lo ammirano e vorrebbero emularlo.

Stay Tuned,
Mr.Frost

We’ve made vaccination a “personal choice” because anything else is too expensive, politically. Parents refusing vaccines are so numerous now that we can’t protect ourselves from them. We can’t know if the next visit to the doctor or the next day at school will expose us to a dangerous disease that was nearly eradicated a few years ago but is now, tragically and stupidly, on the rise.

A harmless “personal choice” doesn’t damage others. The color of your pants is a personal choice. Vaccine denial isn’t — it’s a severe risk to the public’s health and safety. Not just to the deniers — to everyone.

Cold – Marco.org

Ancora una volta, l’aspetto più grave sta nel non considerare come le proprie scelte possano danneggiare gli altri.
Ignoranza ed egoismo.
Pessimi compagni.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Volete rendere il tutto ancora più scemo? Considerate questo:

The first [problem – NdR] is that authenticity turns out to be just another form of hyper-competitive status seeking, exacerbating many of the very problems it was designed to solve. Second, and even more worrisome, is that the legitimate fear of the negative effects of technological evolution has given way to a paranoid rejection of science and even reason itself.

Lettura tanto desolante quanto illuminante.

When a device is more intimate, its interactions have to be more important: Otherwise, it risks turning notification into interruption. Likewise, when a device is more visible, its interactions have to be more discreet: Otherwise it risks turning information into embarrassment.

Apple Watch apps: What to pay attention to when designing for the wrist | iMore

Forse il punto più importante di un riassunto chiaro, conciso e sufficientemente esaustivo delle teoriche linee guida per una buona interfaccia su Watch.

Da leggere per sapere cosa sia legittimo aspettarsi (ci saranno cose orrende comunque, come ci sono Apps orrende) e soprattutto per riuscire almeno in parte a capire cosa, se eseguito a regola d’arte, potrebbe davvero distinguere Watch dalla concorrenza: il pensiero a monte dell’esecuzione (detto da un utente Pebble, Kickstarter Edition: è davvero importante il come, quasi più del cosa).

Stay Tuned,
Mr.Frost

Sending read receipts completely removes the feeling of being offline. When you don’t send receipts, people can send you as many messages as they’d like but until (if ever) you respond they have no idea if you received the message at all and they can make the safe assumption you might be unavailable at the moment. I like this. I miss this. With read receipts enabled, you’re always online. People know the minute you glance at their message. Sometimes I’m in the middle of feeding my kids but I glance at the phone. Now for the next hour this person knows I’ve read but haven’t responded. Why do I need this stress?

I know, I know. You’re thinking, why not just ignore this and be okay with people knowing you’ve read a message even if you haven’t responded? And I’m trying over here, I really am.
But it’s not easy.

Maniacal Rage

È un problema, e non sto (del tutto) scherzando.

Però. (vi mancava il però, eh?)

Però mi ricorda l’isteria di massa alla notizia dell’introduzione della notifica di lettura da parte di WhatsApp.
Gente che considero non del tutto insana di mente (semi-cit.) che si preoccupa seriamente del fatto che altri (evidentemente un po’ più matti, anche se non di molto) si chiedano perchè la risposta a messaggi tipici di wathsapp – roba fondamentale, stile O raga, ke siffa sta$$e?tardi ben due minuti.
Allora le soluzioni sensate mi parvero due: una suggerita dal mio fratello non di sangue, consistente nel mandare – non necessariamente mentalmente – a cagare chiunque osi porti un problema del genere, l’altra – partorita dal criceto che ho in testa (diverso eppur parente di quello che ho sopra la testa) – che prevedeva di utilizzare la suddetta funzionalità per educare gli stolti.
Chiarisco.
Se pensi che io risponda a qualsivoglia tuo messaggio entro tre secondi, ti sbagli.
Se pensi che possa rispondere a qualsivoglia tuo messaggio entro tre secondi, questo implica la considerazione da parte tua che io non abbia una benemerita da fare, e dunque ti sbagli grossolanamente.
Se pensi che questo dimostri scarsa considerazione per la tua persona da parte mia, e ti senti deluso/offeso/depresso per questo, ti sbagli tragicamente, oltre a doverti far vedere da uno bravo per carenza patologica di autostima.

Insomma, capisco – a tratti – la pressione sociale, capisco – a tratti e meno – la voglia (l’ansia, no) di compiacere gli altri dando loro l’impressione di godere di una priorità assoluta nella nostra vita, capisco – quasi, molto quasi – che alcune abitudini come l’istantaneità dei sistemi di messaggistica odierni possano trarci in inganno, confondendo la velocità di trasmissione del messaggio con il tempo che occorre per processare le informazioni in esso contenute e dar loro un senso (che consenta di non rispondere ala domanda “Stasera birra?” Con “Radice quadrata di 36”).

Quello che non capisco è questa tolleranza nei confronti di chi – ad un vecchiaccio come il sottoscritto, nato addirittura nel secolo scorso – pare semplicemente un maleducato.

È maleducato pretendere tempo altrui.
È maleducato presumere che gli altri non abbiano di meglio – ma anche di peggio, magari però più urgente e/o importante – da fare che interagire all’istante con noi.

Quando ho iniziato ad usare Internet, la prima cosa che si spiattellava in faccia a tutti i neo iscritti ad un forum o ad una community (sì, c’erano ancora i forum, e sembravano – erano? -la cosa più figa di internet) era la versione ufficiale o riadattata della netiquette.
Avete presente? Quelle minuzie, tipo NON SCRIVERE IN STAMPATELLO, CHÈ EQUIVALE AD URLARE, oppure non fare reply infinite di un post (vale anche per le mail), ché poi altrimenti l’ultimo sfigato della catena deve leggere una roba delle dimensioni dei Fratelli Karamazov – e per di più mediamente assai più pallosa.

Oggi ci preoccupiamo di non offendere gente che queste regole di convivenza civile – si chiama netiquette, ma si legge buona educazione, o buon senso, o se proprio volete fare i raffinati galateo – manco le conosce; o peggio, le conosce e se le mette sotto i piedi.

No, grazie.

Invece di disabilitare la notifica di ricezione e/o quella di lettura, che sono strumenti utilissimi, servitevene anche per uno scopo superiore: educate un cafone.

Magari il virus si propaga.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Il software, denominato Superfish, installa infatti falsi certificati digitali di sicurezza che gli permettono di intercettare i dati degli utenti anche quando viaggiano su connessioni protette cifrate, per esempio per effettuare transazioni bancarie o immettere password.

Lenovo ha preinstallato malware sui suoi PC: devastata la sicurezza degli utenti – Il Disinformatico

Paolo Attivissimo spiega, molto chiaramente come al solito, in cosa consista l’affaire Superfish.
Utile anche per farsi un’idea di quale genere di schifezze comporti (più o meno collateralmente) la corsa continua al ribasso dei prezzi: se non fai soldi con il tuo prodotto, devi per forza farli con i tuoi utenti.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Like the clothes we wear, the cars we drive, or the houses we live in, our photographs are another vehicle to which the world judges us because the world expects to see proof of our beautiful, happy lives and we have grown to crave that attention. In this light, photography has grown vain in its old age.

We shoot, we shoot, and we shoot… and then we share. Sometimes to prove our good taste or creative ability, but also, in many cases, as a means to feel alive because we have generated this need to prove something to others and to ourselves.

Don’t Forget To Remember This

Pensate non sia abbastanza inquietante?
Provate ad aggiungerci questo:

“The implication is that if you don’t have it [privacy – NdR], you haven’t earned the right or aren’t capable or trustworthy,” said Christena Nippert-Eng, professor of sociology at the Illinois Institute of Technology in Chicago and author of “Islands of Privacy.”

So it’s not surprising that privacy research in both online and offline environments has shown that just the perception, let alone the reality, of being watched results in feelings of low self-esteem, depression and anxiety. Whether observed by a supervisor at work or Facebook friends, people are inclined to conform and demonstrate less individuality and creativity. Their performance of tasks suffers and they have elevated pulse rates and levels of stress hormones.

We want privacy but can’t stop sharing

Una sorta di masochistico circolo vizioso, senza nemmeno che il vizio sia quindi uno di quelli “piacevoli”, e ci lucrano anche sopra – tra l’atro in modi che nemmeno ci sono troppo chiari.

Mi ricorda il principio che rende (più) inquietante Black Mirror: le tecnologie ed i comportamenti distopici non sono imposti, ma scelti liberamente.
Forse per la ragione che ipotizza Filippo Corti, o magari ha ragione Loki (però poi non gli va granché bene 🙂 ).

Stay Tuned,
Mr.Frost

Ennesima polemica avente per causa scatenante – indovinate un po’? – Grand Theft Auto.
Di tutta la faccenda e del fastidioso articolo di Repubblica a corredo fa un’analisi esaustiva Matteo Bordone su Wired.

E tuttavia il meglio sta in coda:

[…]senza coltivare sotto sotto quel pensiero recondito per cui se anche non ci fossero, ’sti videogiochi, non ci perderemmo gran che.

Questa, secondo me, è la frase più interessante dell’articolo, che per il resto è una logica, ben argomentata, condivisibile e necessaria difesa dei videogiochi come forma d’arte prima ancora che d’espressione – e tuttavia prevedibile.

Ma come problema collaterale, il generalizzato disprezzo per i videogiochi (che sembra abbiano sempre e comunque qualcosa da dimostrare per giustificare la loro esistenza – agli occhi soprattutto di chi non li conosce) e quell’aria di sufficienza che accompagna questo genere di polemiche mi pare uno dei freni più grandi.

Quell’atteggiamento porta a considerare che in fin dei conti, sì, tolleriamo l’esistenza di questi cosi, ma relegandoli ad uno status – se non di inutilità palese – di superfluità fastidiosa.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Inutile che vi dica da dove viene il titolo, no?