Che siate utenti di Facebook o meno, avrete sicuramente sentito parlare, alla fine dell’anno scorso, della simpatica iniziativa “Your Year In Review”.
Un sunto automatico dei fatti importanti che Facebook ritiene riassumano in maniera efficace il vostro anno appena trascorso.
As usual, buona idea, realizzazione pessima.
Oltre ai molti che hanno con entusiasmo accolto l’iniziativa, oltre ai molti che l’hanno gioiosamente classificata sotto un sonoro “MEH”, più di qualcuno ha avuto brutte sorprese: il top si è raggiunto, per quanto ci è dato di sapere, quando un utente si è trovato in copertina del compendio la foto di sua figlia di 6 anni.
Morta quello stesso anno.
Il povero disgraziato ha descritto (in maniera fin troppo calma e ragionata, a mio avviso) i suoi sentimenti in un post, anzi due.

Il punto veramente interessante è: com’è possibile che nessuno dei creatori degli algoritmi incaricati di redigere il sunto dell’anno abbia pensato che magari qualcuno potesse aver avuto un anno non proprio brillante, per così dire.
Facile, molto, liquidare la faccenda come una palese mancanza di empatia: in parole povere, siccome statisticamente la gente pubblica solo belle cose sui social, perché mai dovrei preoccuparmi di chi ha avuto un anno less than great?

In realtà, proprio considerando la suddetta sindrome da voglio sembrare più figo di quanto non sia su FB, è naturale che un algoritmo possa essere tratto in inganno, e così chi lo scrive (ed ecco un altro dei suoi perversi effetti).

Ma proviamo a considerare un altro punto di vista. Serviamoci delle parole di L. Jeffrey Zeldman:

[…] when you put together teams of largely homogenous people of the same class and background, and pay them a lot of money, and when most of those people are under 30, it stands to reason that when someone in the room says, “Let’s do ‘your year in review, and front-load it with visuals,’” most folks in the room will imagine photos of skiing trips, parties, and awards shows—not photos of dead spouses, parents, and children.

Se nel profilo di un (per me, ingegnere software di Facebook, completamente sconosciuto) utente trovo la foto di una bella bambina di 6 anni, non penso che dietro ci sia una tragedia.

Eppure.

Eppure basterebbe poco, sostiene Zeldman, per evitare simili disastri; lo staff di Facebook è composto prevalentemente di recent graduates of expensive and exclusive design programs, [paid] several times the going rate to brainstorm and execute exciting new features.
Un ambiente più eterogeneo, viene detto anche nei commenti, avrebbe quantomeno ampliato la probabilità che alla – brillante, sia chiaro – proposta del riassunto fico di un anno meraviglioso, qualcuno se ne uscisse con un beh, l’ultima cosa che vorrei rivedere è quest’anno, il mio ha fatto schifo!.
L’unexamined privilege del post, in fondo, si riduce a questo: vivere una vita quasi perfetta, o semplicemente estremamente appagante, circondati da persone nella medesima situazione, e pensare – inconsciamente, nessuna accusa di crudeltà – che sia la norma.

Stay Tuned,
Mr.Frost

First ‘Threes’, now ‘Monument Valley’: knockoff developer strikes again

Did you play Monument Valley, the gorgeous perspective-based puzzler from last year? It costs $4 on Google Play / iTunes, and is one of 2014’s best games. And now you can get it for free. Sort of. You see, Ketchapp, the studio behind Threes! knockoff 2048 is at it again. With Skyward, the developer’s created a game that bears more than a passing resemblance to ustwo Studio’s Apple Design Award winner.

Questa è gente che andrebbe radiata, se esistesse un modo.

Whereas Monument Valley is a relaxing, almost Zen-like experience that’s more about logic puzzles than twitch reactions, Skyward is a shallow attempt at disguising a tired Flappy Bird clone by wrapping it in pastel colors and M.C. Escher-like aesthetics. Oh, and it’s full of obtrusive ads for retirement planning and compact cars – junk that’s thankfully missing from Monument Valley.

Ma come sempre, se le porcate esistono è perché non solo possono essere fatte senza subire particolari danni, ma soprattutto perché c’e un mercato che le supporta.

The reality is plenty of people will download the knockoff because it doesn’t cost anything, while Monument Valley will set them back less than a venti latte from Starbucks. Its players won’t get the experience that ustwo spent countless hours creating, but Ketchapp will rake in money from the aforementioned advertisements and that revenue will fund the next creatively bankrupt veneer of a game that capitalizes on someone else’s hard work.

Al momento, questa porcata solenne gode sullo Store italiano di 322 (!) recensioni, con una media voti di 4,5 (su 5) (!!!).

Quindi, oltre al suggerimento di trovare un vostro metodo per premiare gli sviluppatori che se lo meritano con una buona recensione/valutazione, per favore, prendetevi un po’ di tempo per radere al suolo questi ladri.
Che magari ladri non saranno in termini puramente legali, data l’imbrevettabilità di un videogioco: ma sicuramente si meritano di sentire tutto il peso che Internet, quando abbraccia una causa che stimola l’indignazione e l’incazzatura facili, sa mettere sul piatto.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Pensiero collaterale maligno. Dove sono tutti gli indignati per il furto di 2€ perpetrato ai tempi di Forgotten Shores? (Hai sviluppato quello che più che un add-on è praticamente un gioco nuovo, ed OSI farmelo pagare?)

P.P.S. Non solo non è l’unico caso, ma – in termini di danno unito alla beffa – non è nemmeno uno dei più clamorosi, trattandosi solo di un clone. Se volete rovinarvi una percentuale maggiore di fegato, leggete l’incredibile storia di Ridiculous Fishing, clonato prima ancora di uscire.

Here’s the thing: This whole debate is silly. […] Ever since clockmakers worked out how to make clocks portable there was an almost continuous technological struggle between how much “battery life” and capability the devices had. This affected the first pocket watches and wristwatches, and pretty much every watch ever since.

Don’t Stress About Smartwatch Battery Life—It’s A 500 Year Old Problem — Medium

E poi questo…

What the Vinyl “Comeback” Really Looks Like… – Digital Music NewsDigital Music News

Cosa c’entra l’Watch con i vinili? In pratica non molto.
Tuttavia, questi due articoli pongono in risalto una caratteristica che spesso sfugge all’analisi, ovvero la prospettiva (cit. Anton Ego).

E allora 19 ore al giorno di uso effettivo e continuo di un orologio diventano un problema, e arrancare appena fuori dalla propria fossa diventa per i vinili un ritorno.
Solita caccia al titolone strappa click?
Forse.
Ma, almeno nel caso dell’Watch, ci troviamo di fronte anche ad un po’ della solita, mai abbastanza biasimata, sufficienza nei confronti dei progressi tecnologici.
Che devono essere colossali e sconvolgenti, ed apparire tali, o non sono degni di considerazione, o di un tempo superiore a quello che serve a liquidarli come un mezzo fallimento.

Poca prospettiva, per l’appunto.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Questa tabella, nella sua forma grafica attuale, mi fa schifo. Un pugno nell’occhio. Spero di avere presto il tempo per rifarla come dico io, visto che trovo inaccettabile che uno dei pochissimi elementi grafici di un blog volutamente testuale sia così dissonante da sembrare una ciofeca.
Lo so, sono un rompi. Ma non è una novità.

P.P.S. Sapete che c’è? In ossequio alla mia dichiarata anarchia bloggatoria (si dirà così?), ho provato subito a modificare l’orrore. Ma non riuscendo minimamente a farla diventare qualcosa di guardabile e preciso a sufficienza, ho deciso di eliminarla. Non intendo perderci tempo, ed il link conduce al post originale con annessa tabella (che, sia detto, secondo me è urenda pure lì). Fine del delirio.

Here’s how notifications work on the Apple Watch: When a new one comes in, the “taptic engine” — a linear actuator — literally taps you on the wrist to let you know about it. There’s no loud buzzing to draw anyone else’s attention, just a subtle but recognizable tap, designed for you and you alone. Meanwhile, the “short look” for the notification provides a minimum of information. Nothing that anyone could oversee — just the icon for the app and a brief bit of context as to who or why.
If you lower your wrist, it goes away. Keep your wrist raised or tap the notification, and it expands into a “long look” to give you more details. It’s the kind of staging that respects that with greater intimacy comes greater responsibility. And I hope it’s a sign of more features to come.
Part of the reason I stopped wearing my Pebble and haven’t had much interest in other smartwatches is the lack of discretion and/or granularity when it comes to notifications and privacy — the lack of understanding that the closer something is, the more subtle and sophisticated it needs to be.

Apple Watch: With great intimacy comes great responsibility | iMore

Reggetevi, ché qui si va addirittura a sezioni.

Introduzione

Cos’è che detesto, con tutte le mie forze?
No, non quella roba lì.

Nemmeno, riprovate.

Insomma, no! Così sembro davvero una persona orribile…

Riformulo: cosa detesto con tutte le forze, quando si parla di dati personali (e non è la leggerezza con cui vengono sparsi ai quattro venti da chi poi ti fa lezione di privacy)?
Esatto, diventare archivisti di se stessi.
Expense trackers, Fitness trackers e simili, vade retro.

Ma poiché sono convinto che si debba conoscere il nemico, o se preferite criticare con cognizione di causa, ho fatto ciò che mai avrei creduto possibile: per poco più di un mese, ho scatenato le forze oscure di IFTTT e Tumblr.

Toglietevi quel punto interrogativo da sopra la testa. Davvero, ingombra ed è piuttosto imbarazzante.

Mi rifiuto di descrivere cosa sia Tumblr a gente che legge un blog. IFTTT,
invece, potrebbe meritare tre/quattro parole.
IFTTT è, in breve, un collettore di servizi, Internet e non. L’acronimo sta per “If This Than That”, letteralmente “Se Questo Allora Quello”: il servizio attende un input specificato dall’utente (la pubblicazione di un post, una foto caricata su Instagram, un brano riprodotto su Spotify) e attiva un’azione corrispondente, anch’essa definita dall’utente (pubblica un post, aggiorna un log, scarica un file in Dropbox).

A livello molto basico, potremmo definirlo un sistema di automazione di Internet, e quindi l’idea è stata: perché non provare a far svolgere ad IFTTT quel tedioso lavoro di tener traccia della mia vita online, raccogliendo in un unico posto quanti più contributi possibili tratti dai miei social network o dai servizi online che utilizzo?

Il risultato è stato Automatic in Low-Fi, un Tumblr autocompilato tramite il rilancio di tweet, post provenienti da LifeinLowFi, materiale preso da Facebook, likes da Instagram, da 500px e dagli altri Tumblr che seguo, preferiti di Vimeo e YouTube.

Ora è tempo di smantellare l’esperimento e trarre le conclusioni: è possibile creare un Blog che si autoscriva, è possibile realizzare un sunto della propria esistenza nella Rete?

TL;DR: sì, ma con parecchi compromessi.

Questi post dove li metto?

Innanzitutto, la scelta della piattaforma che ospiterà il nostro compendio di vita digitale; Tumblr è parsa da subito la scelta più logica e comoda.
Ampiamente supportata da IFTTT (forse una delle meglio supportate in assoluto), semplice da gestire, agile e, volendo, sufficientemente neutro a livello grafico da accogliere contributi da fonti così disparate.
L’aver aperto, da molto tempo, un account Tumblr tutto sommato inutilizzato ha facilitato ulteriormente la scelta.

Un pezzo qua, un pezzo là…

Secondo passo, le fonti.
Va detto a totale merito di IFTTT che la quantità di servizi utilizzabili come trigger, ovvero come elementi in grado di dare il via all’azione impostata, è davvero enorme.
Certo, ci sono molti casi di doppioni, spesso con differenze di personalizzazione in apparenza minime ma in realtà fondamentali (ci torneremo su più avanti).
Tra gli utilizzati, come detto, troviamo: Facebook, Twitter, Instagram, lo stesso Tumblr, Vimeo, YouTube.
Ma la lista dei compatibili, se così vogliamo definirli, comprende tra gli altri: 500px, Flickr, Pocket, LaunchCenterPro, WordPress, Vimeo, Reddit, app di sistema di iSO quali Siri, Foto e Contatti, quasi tutti i servizi di Google, Digg, eBay, Etsy, Hue
Se ancora non avete afferrato, possiamo andare avanti.
Per ore.
Insomma, raccattare materiale, se non si vive da eremiti digitali (ma quale eremita digitale rispettabile si imbarcherebbe in un’impresa del genere?) è davvero facile.
Meno facile è far sì che IFTTT faccia esattamente ciò che vogliamo.

Tuning estremo?

Le ricette, come vengono chiamate, di IFTTT non sono complesse.
Ciò non vuol dire che siano poco flessibili. I parametri impostabili, anche se variano di parecchio da un servizio imbrigliato all’altro, sono sufficienti a creare più o meno quello che vogliamo.
Parte di questa flessibilità dipende a mio avviso dal fatto di utilizzare Tumblr come terminale; un servizio che, mai mi stancherò di dirlo, rappresenta una sintesi spettacolare tra completezza e facilità d’uso.
O.T.: pur preferendo personalmente WordPress, non avrei esitazioni a raccomandare a chiunque voglia creare un blog di affidarsi a Tumblr. Davvero un gran bello strumento.
Tornando ad IFTTT: facilità d’uso, parametri per la personalizzazione sufficienti…tutto bello? Quasi.
L’unica, grossa pecca è rappresentata da quella che potremmo definire come scarsa granularità.
Le opzioni non vanno oltre la gestione dell’output tra un servizio e l’altro, e questo è senza dubbio legato alla natura di interprete di IFTTT stesso tra servizi che normalmente non si parlano affatto.
Spesso, però, una qualità accettabile dei post, soprattutto sotto l’aspetto della pulizia – grafica e non solo – degli stessi, può essere raggiunta solo riducendo al minimo le informazioni estratte dalla fonte.
Questo aspetto è facilmente verificabile con Twitter, ad esempio: i post risultanti sono, di default, pieni di URL di riferimento nella solita forma astrusa di Twitter e di ridondanti informazioni su autore e/o testo del tweet. Per non parlare dei retweet, in cui si sfiora il delirio.
Anche se una buona parte di questo bel risultato dipende a mio avviso da una malcelata chiusura di Twitter al mondo esterno digitale, sorta di protezionismo che porta ad adottare sintassi proprietarie e difficoltose da maneggiare al di fuori del servizio madre, la conseguenza immediata è l’estrema limitatezza delle informazioni trasferibili senza impazzire.

Va da sé che i servizi che meglio si sono prestati, alla fine, sono risultati essere quelli affini a Tumblr: WordPress (piattaforme di blogging entrambe), ma anche i servizi foto-centrici (Instagram, 500px, Flickr e soci) e video-centrici (Youtube e soprattutto Vimeo).

Conclusioni

Il giochino funziona.
A tratti anche bene.
È interessante, a mio avviso, poter osservare la propria scia di lumaca digitale in un solo posto, una sorta di alter ego automatico.
Spesso la specializzazione e frammentazione dei servizi di cui usufruiamo non ci consente una salutare vista a volo d’uccello sulla nostra vita online.

La seconda considerazione è duplice, quasi al limite della schizofrenia (strano, eh?).

È possibile, selezionando accuratamente le fonti, dare vita ad un blog che si gestisca – in senso lato – da sé.
Qualche follow giusto su Tumblr, un bell’account su Instagram pieno di foto da foodie o presunti tali, Flickr o 500px, magari un canale Youtube e/o Vimeo (a seconda che vi sentiate più o meno alternativi) et voilà: la ricetta per un – magari moderato ma piuttosto sicuro – successo in termini di followers è pressoché completa.

Tuttavia.

Tuttavia proprio questo crea una specie di disagio in chi, come il sottoscritto, pur appoggiandosi pesantemente a tutto ciò che vede, sente e legge per trovare gli spunti per i propri deliri, crede fermamente che o si ha qualcosa, anche poco, da aggiungere al discorso, oppure un link sia più che sufficiente a rendere un buon servizio ai propri lettori, senza che questo sminuisca in alcun modo le parti in causa.
L’idea di poter creare un blog che viva solo ed esclusivamente di materiale rilanciato, poco più di un aggregatore, senza contenuto editoriale originale (prendete i termini in senso lato) e senza pressoché alcuno “sforzo, non riesce a risultarmi granché piacevole, sotto nessun punto di vista.

Note sparse (un grosso post scriptum)

  • Spotify non sembra offrire supporto diretto a IFTTT, ma solo i dati rimbalzati a Last.FM
  • Fate attenzione prima di attivare una ricetta precompilata: spesso, soprattutto nei commenti e nei link, vengono inseriti riferimenti a Blog e/o profili social dell’autore della ricetta in questione: ripulite tali parametri eliminandoli o sostituendoli con i vostri dati e link, se non avete intenzione di fare pubblicità gratuita.
  • Per carità, fatevi del bene: disattivate, dopo i primi dieci minuti massimo, le notifiche su iOS. Non perché non servano, ma perché la loro effettiva funzione può essere svolta dall’app (molto ben fatta), la quale indica quante volte e a che orario una ricetta è stata attivata. Senza però, a differenza delle notifiche, frantumarvi i maroni. E no, non è una questione di notifiche in generale: è che queste possono essere davvero, davvero tante.

Automatic in Low-Fi, come detto, verrà smantellato a breve. Cosa ne sarà, è da vedere. In fin dei conti, una delle meravigliose possibilità che ci offre Internet è questa pressoché infinita possibilità di rinascere, come un’araba fenice digitale.

Stay Tuned,
Mr.Frost

I also found it weird that people reacted so adversely to the lack of ports. An iPad has only one port and nobody complains about that. In an era where everything lives online I think such a machine can really work for a certain group of people. People who AirPlay presentations, whose files sync across Dropbox and iCloud, who take photos with an iPhone and sync them with iCloud Photo Library. Well, basically those people who can be productive on an iPad but prefer or need OS X.

MacBook Air 12"

Centrato il punto, ancora una volta.
Ho avuto le stesse perplessità appena ho letto le reazioni all’ipotetica – ribadiamolo, ipotetica – presenza di una sola USB type-C nell’ipotetico – ribadiamolo, ipotetico – nuovo MacBook Air da 12".

Ne veniamo da anni in cui c’è stato, pur con critiche su singoli aspetti e malfunzionamenti, un generale coro di apprezzamento per il concetto di “mondo post-pc”.
Il cloud è il futuro, le limitazioni come “aiuto al focus”, la complementarietà tra dispositivi diversi, ognuno “specializzato” in un ambito d’uso differente, la centralità dei dati rispetto al device fisico (iCloud, Handoff, Continuity).

Però.

Però, nel momento in cui viene presentato quello che concordo con Verschoren nel definire come “l’iPad se utilizzasse OSX”, forti della presenza di una linea MacBookPro a coprire il segmento di chi utilizza un portatile “standard” (e nel top di gamma molto performante), apriti cielo: una sola porta, espandibilità ridotta, disperazione per la scomparsa del MagSafe (quando quasi tutti quelli che hanno un Air sbandierano la possibilità di lasciare l’alimentatore a casa per tutto un giorno lavorativo).

Non so da cosa sia causata questa sorta di isteria collettiva: forse il salto è davvero di quelli da far tremare i polsi.
Ma non è stato forse così anche con il primo Air?
Con la morte del floppy?
Con l’abbandono dei supporti ottici?

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Ero indeciso se dedicare un post a parte al punto di vista di Jason Snell, come al solito ben ragionato e piuttosto distante dal sentire comune.
Ma poiché molte delle considerazioni lì svolte sono comuni all’autore, a me ed al blogger sopra linkato, penso sia sufficiente una nota ed una citazione:

Does Apple feel the current MacBook Airs are truly representative of the MacBook Air name? Has the MacBook Pro’s role as the go-to laptop for portable professionals been usurped by the Air? […] would Apple release a laptop with no dedicated power cable, ditch a bunch of traditional ports, and funnel every bit of power and wired connectivity through a connector that it has never before used, all in the name of creating a thinner and lighter laptop? Are you kidding? Of course it would.

[T]his is how it happens: one story at a time, thousands of times a day, every day. Yes, journalism isn’t exact science, but from epidemiology to space exploration, from technology reporting to business coverage, the sheer amount of fact-free, opinion-framing ‘news’ is now exceeding our collective ability to notice, care or correct.

Stop the presses!

Dedicato a chi pensa che – sempre e comunque – l’informazione ottenuta attraverso “canali alternativi” sia di migliore qualità rispetto a quella fornita dai media tradizionali, un paio di consigli:

  • Internet non è più un canale alternativo da almeno qualche anno.
  • La notizia non è automaticamente più o meno attendibile in base a dove viene reperita.
  • In termini giornalistici, non esiste fatto senza opinione.
  • La vecchia domanda cui prodest? non è un vezzo da radical chic, ma la base di una buona analisi.

Detto questo, un martellamento mediatico è ancora terribilmente efficace, anche (soprattutto?) in questi tempi di gente che si crede furba.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. È di questi giorni la notizia dell’introduzione da parte di Facebook (nota prateria del web ove le bufale vivono in libertà e prosperano) di un sistema di segnalazione degli hoax da parte degli utenti.
Apprendo con piacere la notizia, ma mi restano alcuni dubbi riguardo all’efficacia del sistema: in fin dei conti, la fortuna delle bufale su Facebook si basa proprio sugli utenti, sospesi spesso tra incompetenza (oggettiva, sia chiaro) e condivisione compulsiva.
Basterà il rendere piu facilmente visibile agli amministratori (ai bot?) di FB una segnalazione per far sì che il contagio si arresti?

P.P.S. Anche Attivissimo tratta l’argomento, com’è naturale, e a quanto dice la situazione potrebbe essere anche peggiore di quanto da me prospettato:

Non ci sarà, da parte di Facebook, nessuna operazione di verifica della veridicità delle notizie: tutto dipenderà dalle scelte degli utenti. Questo è il limite e anche il potenziale problema di questo filtro antibufala: se una notizia è vera ma molti utenti, per ideologia, pregiudizio o ignoranza, la considerano falsa e la etichettano come bufala, quella notizia verrà filtrata. C’è anche il rischio che gli utenti commerciali abusino del sistema per sminuire i contenuti altrui che sono in competizione con i loro.

First David Chartier’s new Samsung ‘smart TV’ forced popup ads on top of content from his Apple TV. Now it’s forcing ads on top of regular TV ads. Ads on top of ads… Does anyone at Samsung actually think that’s a smart idea?

Smart TVs. Dumb ideas.

Ottima mossa. Davvero.

Già i televisori “Smart” (che di smart hanno ben poco) godono di un livello di popolarità infimo, ma questo potrebbe essere il meritato colpo di grazia.

Vero è che nessuno pare aver capito una certa massima a proposito della differenza di uso tra computer e televisione, ma qui si raggiungono nuove vette nel trattare gli utenti come decerebrati.

Lasciate che lo dica chiaro e tondo: non voglio altri spot.
Non voglio essere monitorato attraverso interfacce che dovrebbero servire solo a controllare il mio televisore, non anche me (e che come tali mi vengono vendute – pubblicità ingannevole, anyone?).
Non voglio che qualcuno mi faccia vedere spot in sovrimpressione (che, sia detto, odio più di quelli “normali”) sul mio contenuto privo di spot acquistato in maniera dannatamente legale, o peggio ancora sui filmati da me realizzati.

Non dico che il soddisfare queste semplici richieste di civiltà mi porterà ad utilizzare le vostre schifose interfacce (la cui piacevolezza d’uso è paragonabile ad una colonscopia), o darà origine ad una mia improvvisa ed incontenibile passione per il 4K (cosa dovrei poi vederci, in 4K…).
Non servirà a farmi smettere di considerare qualunque cosa sia più grande di 40" ed abbia più di due porte HDMI come un enorme passo avanti rispetto al mio setup attuale (che tra l’altro è decisamente sottoutilizzato, almeno secondo gli standard nazionali).

Servirà, però, a farvi sembrare un po’ meno come uno stormo di avvoltoi in volo concentrico sui miei dati sensibili, pronti a profilarmi attraverso invasivi spot che nascondono pratiche commerciali (a voler essere buoni) opache, per infierire sulla mia moribonda privacy con spot ancora più invasivi e che promuoveranno oggetti di cui non m’importa nulla.

Stay Tuned,
Mr.Frost