Jason Snell, che, sia detto per inciso, leggo molto di più da quando è passato al rango di “indipendente”, prova a fare il punto sulla questione delle espansioni a pagamento su AppStore, iniziando da Forgotten Shores e tentando di fare alcune considerazioni più generali sullo stato di salute della scena (che no, non è quella roba lì da diggiei).

Tra le varie ipotesi formulate per cercare di spiegare come sia possibile pensare, pur continuando a considerare una manica di bambini viziati quelli che hanno lasciato recensioni ad una stella per uno dei giochi più belli cui abbia mai giocato (personalmente, era dai tempi di Another World che non mi immergevo così in un gioco) solo per punire l’affronto di aver dovuto sborsare ben due dollari per 8 livelli nuovi di zecca, pensare si diceva che forse la strategia comunicativa di UsTwo poteva essere migliore, un punto mi spaventa:

It’s possible some of the anger regarding this new in-app purchase is because there’s a perception that once you pay for an app, you should get all the updates for free. Apps that are free, but with in-app purchases for extra content, send a message that new levels are worth paying for. Yeah, that’s kind of a junky experience. But it seems to be the experience that many app buyers expect these days.

Basilarmente, perché è esattamente così che stanno le cose. Dannato CandyCrushSaga.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Aggiungo, per completezza e perché sono completamente d’accordo, il punto di vista di UsTwo, che per quanto mi riguarda chiude il discorso con una semplice frase (all’interno di un’argomentazione molto più organica e completa):

Despite some people claiming otherwise, we never stated that we would provide free content updates for Monument Valley.

Shaun McGill tramite un link abbraccia una interessante teoria: l’utilizzo di software P2P per scaricare illegalmente musica (così come il medesimo uso di YouTube, forse addirittura più diffuso in fasce demografiche più giovani) potrebbe fungere da prodromo ad un futuro acquisto, favorendo la scoperta di nuovi artisti.

In effetti, ho provato più volte a considerare la questione da questo punto di vista, e almeno per quanto mi riguarda le cose sono andate esattamente così.
Per un periodo della mia vita informatica ho fruito in maniera indiscriminata di “opere dell’ingegno“ anche via Youtube o P2P, durante quello che potremmo definire un periodo di ”bulimia da mp3″ (dove il formato tipico della musica su internet fa solo da segnaposto per una varietà enorme di files di formati e contenuti assortiti).

Finché.

Finché non si è almeno in parte realizzato ciò che già all’epoca chiedevo ed auspicavo: un modo semplice, veloce e legale di accedere a moltissime (lungi dall’essere tutte) quelle risorse che mi interessano.

Ed ecco un utente abbastanza esperto da poter usare virtualmente qualsiasi sistema P2P, con svariati terabyte di spazio disco disponibili, trasformato in un fedele e – il più delle volte soddisfatto – utente di Spotify e cliente di iTunes – reparto film.

Insomma, facilità, qualità, prezzi che possano essere presentati al potenziale pubblico senza dover per forza indossare un passamontagna ( 🙂 ).

L’unico modo efficace di combattere la pirateria, è essere migliori di lei.
In tutto.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. @Tim_Cook , please, put the tv shows on the italian iTunes Store… 🙂

Un altro pezzo del puzzle Sony, a cura del solito, lucido Filippo Corti.

Sempre a proposito del tema dell’autocensura, pur se con un differente casus belli (o meglio, più di uno oltre a quanto accaduto in Sony), è interessante e a mio avviso molto “a fuoco” questo pezzo di Dave Pell.

Il rischio di valutare ciò che si scrive e l’opportunità di pubblicarlo solo o prevalentemente secondo il criterio del potenziale fastidio arrecato a chicchessia (con ciò intendendo, ovviamente, una considerazione di portata ben superiore alle legittime ed auspicabili dosi di tatto ed educazione necessarie ad esprimere le proprie opinioni) è alto, e personalmente non credo di essere disposto a correrlo.

Anche perché tra il problema posto da Filippo e quello paventato da Dave vi è un salto terribile.
Quello che intercorre tra il contenere i propri peggiori istinti o semplicemente cercare di esprimere proprie opinioni, più o meno controverse, nel modo più accettabile e, sì, educato possibile (termine abusato o sottoutilizzato, a seconda dell’ampiezza di significato che gli conferisce), e il dover temere di divenire bersaglio di una serie di rivelazioni sulla propria vita privata, a volte quasi “senza un perché” (i dipendenti Sony sono stati colpiti in quanto tali, non individualmente).

Chiaro, non ci distanziamo granché da un concetto già espresso altre volte: ciò che è privato è pubblico.
Ma se prima quest’assioma valeva quasi esclusivamente per i personaggi pubblici, ora non vi è categoria che sia esclusa dal poter essere un bersaglio.
Come civili in una guerra tra eserciti irregolari: se sei anche solo nelle vicinanze del campo di battaglia, sei sulla linea del fuoco.
E il campo di battaglia, con Internet come scenario ed arma allo stesso tempo, è ovunque.
Fregato.

So don’t tweet. It’s not worth the risk. Don’t make phone calls. You’re being recorded. Don’t send emails. Sooner or later, we’ll all be reading them. Don’t take naked selfies, because some freak will find a way into your phone and share your photos in the seediest corners of the Internet. And the rest of us will have to look. Again, it’s not you. It’s us. On one hand, sorry for taking away your privacy, security and dignity. On the other hand, nice tits. […] If it’s digital, it’s public. That should make you scared of losing your privacy. But I’m more concerned about it scaring you away from publishing or sharing your thoughts and opinions at all. But I wouldn’t blame you for holding back. More and more, I find myself holding back too. We all do. Even my cat wants his likeness scrubbed from the interwebs.

I worry that these new realities will lead us down path towards self-censorship. Sharing was fun at first. But now we can see the potential costs. And the risks associated with broadcasting our thoughts just might be enough to turn the era of open digital communication into the age of shut the fuck up.

But you didn’t hear that from me.

Stay Tuned,
Mr.Frost

It was a remarkable and disorienting turn of events: a tiny, failing state that lacks the wherewithal to feed its own people was deciding which movies we can and cannot see, while the industry it had attacked watched silently from the sidelines, and the president of the United States felt compelled to step into an international confrontation catalyzed by a lowbrow comedy.

How the Hacking at Sony Over ‘The Interview’ Became a Horror Movie – NYTimes.com

In realtà, dietro i proclami sui princìpi da difendere e la libertà d’espressione minacciata e le interferenze di un paese (bersaglio comodo, tra l’altro, ché a parte Razzi e Salvini chi altri “tifa” per la Corea del Nord?), si nascondono nemmeno troppo bene motivazioni ben più terra terra (sia chiaro, assolutamente impossibili da ignorare):

Certainly, there were concerns about public safety, but make no mistake, other considerations factored in the decision, all involving dollar signs: the box office receipts of films that would be playing alongside “The Interview” during one of the biggest movie weeks of the year, and the holiday shoppers at the retail chains that surround so many theaters.

Ciò rende paradossalmente ancora più grave la situazione, e per così dire di maggior successo l’attacco; è stata colpito uno straordinario (e straordinariamente vulnerabile, in parte per responsabilità private – Sony – in parte per motivi culturali inevitabili – la commistione sempre più stretta tra industria dell’intrattenimento e politica, e la massa di denaro che la prima muove con effetti devastanti sull’economia in caso di débâcle) punto vitale di un’economia occidentale, della cui importanza forse fino ad oggi non avevamo neppure completa consapevolezza.

Insomma, quello che sembrava un comune, pur se imponente e molto ben eseguito, attacco hacker, ha finito con lo scoperchiare parecchie pentole, con il risultato (collaterale?) di far fare un’allegra figuraccia a parecchi veri o presunti pilastri delle democrazie occidentali: l’industria culturale (o una sua grandissima parte, per peso ed influenza sulla formazione dell’opinione pubblica), la politica, persino gli stessi mass media.
Come fa giustamente notare il NYT:

News organizations mostly refrained from publishing material like passports and medical records, but in general, the news media served as last-mile delivery agents on information that was used to threaten Sony, the industry, and finally, the American public. The larger story about an unprecedented political attack on free speech took a back seat to titillating peeks at industry backbiting. (grassetto mio)

Il voyeurismo ha avuto comunque la meglio, alla fine. Una sorta di schadenfreude, anche interna alla stessa Hollywood, che ha fatto sì che invece di coalizzarsi contro la comune minaccia (come, fa ancora notare il NYT, avvenne per l’editoria all’epoca dei “Versetti Satanici” di Salman Rushdie), gli studios tirassero singolarmente un discreto sospiro di sollievo considerando di non essere stati vittime dirette dell’attacco.

Per ultimo, ma non alla fine, la collaterale reazione scomposta dei servizi che potremmo definire collettivamente di video on demand: Microsoft e Google che distribuiscono il film, con un atteggiamento che non intendo discutere, ma che non elimina i miei dubbi circa volontà di protagonismo (quanta parte è originata dalla volontà di ergersi a “paladino della libertà di espressione”, quanta da genuina preoccupazione che tutto ciò crei un precedente pericoloso?), Apple che si dichiara non interessata a distribuire attraverso iTunes il film (arrecando così il danno forse maggiore, anche se poi la posizione è stata rivista) ed adotta una politica di vai avanti tu che a me viene da ridere, più gli altri per ora non pervenuti (Netflix, Hulu, Amazon e soci).

Insomma, tutti perdono, apparentemente, tranne i fantomatici “Guardiani della Pace”: ma l’entità e la distribuzione dei danni reali potremo conoscerle solo sul lungo periodo, trattandosi di una vicenda i cui strascichi supereranno inevitabilmente in importanza i fatti in sè.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Supponiamo, per esempio, che riprendiate la vostra famiglia, con la vostra videocamera, durante le feste di fine anno, mentre in sottofondo c’è la TV accesa che mostra un film. Volete conservare per sempre le reazioni dei vostri figli la prima volta che vedono Bambi o scoprono chi è davvero Darth Vader o come funziona l’inganno centrale di The Prestige. In entrambi i casi Cinavia bloccherà la riproduzione del vostro contenuto autoprodotto, perché nel vostro video c’è l’audio di un film “protetto”. Non siete pirati, non volete esserlo, ma i vostri ricordi personali saranno proibiti e irriproducibili. Per riprodurli dovrete imparare a usare sistemi di rimozione dei watermark (se avete le competenze tecniche per farlo). E pagare per usarli. Cornuti e mazziati, insomma.

Il Disinformatico.

Puoi combattere la pirateria, ma non sei sei stupido in maniera irrimediabile…

Stay Tuned,
Mr.Frost

John Gruber, a commento di un articolo di TechCrunch:

[…] part of Instagram’s success is that their interface is simpler, and the rules for what you see in your feed are like what Twitter’s used to be: a simple chronological list of posts from the people you choose to follow.

Semplicità, certo. Sto rivalutando recentemente quale client Twitter si adatti meglio alle mie esigenze, specialmente su iOS (e pregusto la lettura di questo mastodonte della solita fonte impagabile), anche perché lo sviluppo di Tweetbot (per me finora inavvicinabile da parte di qualsivoglia concorrente) procede eufemisticamente a rilento.

Questo mi ha portato, dopo una breve ricerca sullo Store, a considerare di tornare ad uno dei due grandi classici: l’App ufficiale, e Twitterrific.

Twitter for iOS, immediatamente dopo la svolta autoritaria del servizio, tesa a segare le gambe a client terzi, ha goduto di un vantaggio enorme, almeno sulla carta: se volete usufruire di Twitter come lo pensa ed intende Twitter, non avete altra possibilità (escludiamo chiaramente la masochistica alternativa di utilizzare il sito web).

Qui, però, sorge il problema.

Personalmente, Twitter come lo intende Twitter fa schifo.

Intrusioni nella timeline, post sponsorizzati senza attinenza alcuna o quasi con le proprie scelte, ed in generale un rumore di fondo che rende ulteriormente difficile da gestire un sistema già di per sè non proprio minimalista.

Non uso Instagram da tempo.

Me ne sono allontanato subito dopo l’acquisizione da parte di Facebook, anche se mi pare di aver specificato già all’epoca come questo non fosse l’unico motivo (forse neppure quello preponderante).
In caso mi fossi immaginato di convertire quello specifico delirio in bit, rimedio subito: “certo, Facebook e i problemi di privacy e lo sfruttamento dei diritti delle mie foto e l’abuso di filtri seppia e tutto il resto, ma in fin dei conti, parliamoci chiaro, una community fotografica dove la gente si sente figa e viene riconosciuta come tale postando foto ipereffettate di ciò che sta per mangiare o sequele di bling bling e simili? Andiamo, non è quello che sto cercando”.

Ecco, tanto per capirci.

Eppure, stando a quello che leggo, e parzialmente vedo, le parti si stanno invertendo: tanto rumore su Twitter (perdipiù imposto dall’alto), una feroce opera di perseguimento della pulizia e del focus (lo so, suona ridicolo in queste circostanze) in casa Instagram.

E allora non si tratta forse solo di catturare quella che potremmo definire la vera essenza di un servizio, l’idea che ne sta alla base, poiché non abbiamo idea di quale sia, ammesso che esista e non ne sono per nulla sicuro.

Semplicemente, potrebbe trattarsi di una questione più grande e più terra terra insieme: farsi guidare dai propri utenti, assecondare ciò che essi vogliono fare del servizio, e stare a guardare.

Con meno interferenze e rumore di fondo possibili.

Stay Tuned,
Mr.Frost

“In the clouds as on land, the rich get richer, social mobility wanes and people are funneled ever more ruthlessly into gradations of privilege: those in sections with names like “economy comfort”; those eligible for the exit row; those who get to board in the first, second or third waves; those consigned to later stages and middle seats.”

Just Plane Ugly – NYTimes.com

Come ogni microcosmo umano, l’aereo racchiude molte peculiarità della nostra specie; come ogni ambiente ristretto, tende ad esacerbare i tratti peggiori di noi.

Nessuna sorpresa, dunque, ma l’amara constatazione che poco o nulla cambia…

Stay Tuned,
Mr.Frost

…poiché sto ancora abbondantemente giocherellando con i vari aspetti (grafici e non) del blog, potreste essere così sfortunati da imbattervi in qualche orrore di font o in un colore particolarmente mal riuscito.

Di solito il delirio dura secondi, al massimo minuti, ma comunque sappiate che non è quella la pazzia cui ogni tanto mi appello come scusante…

Stay Tuned,
Mr.Frost

Questo vale la pena leggerlo, come molti altri post del medesimo autore, ma il mio innato ottimismo mi porta a considerare anche un’altra ipotesi come plausibile per il pauroso distacco schizoide manifestatosi tra AppStore Team e Review Team negli ultimi tempi (queste faccende poi vanno ad ondate, e quindi sembra sempre siano tantissime in determinati periodi).

Vittime illustri, non tanto di rejections quanto di modifiche a posteriori imposte, tre app che sono veri fiori all’occhiello di iOS: PCalc, Transmit e Drafts.

Funzioni avanzate, pur se previste dal sistema e dall’SDK, nel caso di Transmit; un uso evoluto ed intelligente dei widget di iOS per ciò che riguarda PCalc e Drafts.

Tanto è bastato per sollevare sdegno diffuso attraverso la numericamente ridotta ma assai rumorosa comunità dei cosiddetti iOS power users, e con ragione: l’impressione era quella di un inutile azzoppamento della piattaforma, per motivi che andavano dall’arbitrario all’incomprensibile, passando attraverso vari gradi di masochismo (non ultimo l’aver castrato App che figuravano regolarmente tra le evidenziate, le fondamentali o le migliori).

Eppure.

Eppure come detto sono ottimista, quindi semplicemente ritengo possa trattarsi non di un caso di guerra intestina ad Apple tra team differenti come da qualcuno ipotizzato, bensì semplicemente di un differente passo.
È come se l’AppStore Team fosse composto da persone che appartengono alla categoria summenzionata dei power users, portato a guardare con entusiasmo ogni applicazione che sveli nuovi paradigmi d’uso o spinga al limite l’uso dei devices (in particolar modo l’iPad), mentre il Review Team tendesse a tenere a freno una percepita eccessiva esuberanza degli sviluppatori.

Se lasci inserire un widget che fa qualcosa di più rispetto all’offrire una semplice visualizzazione di dati, forse domani verranno scritti widgets che prescindono dalla presenza di app sottostanti (anche se in qualche caso è già quasi così).

Probabilmente si tratta di una fase di assestamento, in fin dei conti i widget in casa Apple sono terra incognita, e sappiamo come l’approccio di base a Cupertino sia conservativo (vero, copiaeincolla, MMS, App native, App di default definibili dall’utente ecc. ecc. ?).

È una speranza, lo so, quella che il tempo renda Apple più consapevole dei limiti che deve imporre per mantenere l’eccellente livello qualitativo della piattaforma e di quelli che invece vanno giocoforza allentati per permettere lo sviluppo che l’ecosistema merita.

Ma come detto, sono un ottimista…

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. C’è anche chi la vede ancora più nera, anche se sotto un punto di vista leggermente diverso e a mio avviso molto affascinante (realistico?).