The hard truth is, to be a fully paid up member of modern society, you need to be active on the social web. To ignore this fact of life – to foolhardily stick it out – is effectively self exile. Exile from the only real nation that matters: the Google nation.

Sebastian Anthony for Extremetech

Il ragionamento, pur se per stessa ammissione dell’autore decisamente “estremizzato”, serve a mio avviso come spunto per una riflessione importante e piuttosto inquietante.

C’è una diffusa e oramai acclarata difficoltà nell’uscire da un dato ecosistema. Che sia Apple, che sia Google, che sia Microsoft.

Se hai un Mac, iPod, iPhone, iPad…è dura. Le apps, i programmi, i film da iTunes con DRM.
Se hai Windows8, Windows Phone, Zune…è dura. Ma almeno è una liberazione. 😀

Ma in fin dei conti, si può fare.

Voglio dire, ci si rimette un po’ di soldi, un po’ di tempo, un po’ di neuroni e un po’ di stabilità nervosa… ma si fa.
Somiglia a quando fai il passaggio da una console ad un’altra. E non si parla di passaggio di generazione: quando ho acquistato la XBOX360, il 90% dei giochi della “vecchia” XBOX ha continuato a funzionare regolarmente grazie al sistema di “emulazione interna”.
Si parla proprio di “salto di piattaforma”, tipo XBOX360/PS4 (vero, Max? 😉 ).

Vendi la console, vendi i giochi, e cominci da zero, tanto la vita utile è piuttosto lunga…se non sei un fanatico.

Ma Google.
Mettiamo caso, con un esempio del tutto incidentale, che uno voglia cancellare il proprio account GMail: oltre alle comunicazioni di rito (cioè annunciare il cambiamento di indirizzo a tutti i propri contatti), ci sono complicazioni formali che si aggiungono a pratiche non proprio trasparenti (qualcuno ricorda le attivazioni di default di G+? O la raggiungibilità, anch’essa di default, sempre su G+?).

A ciò si aggiunga il fatto che Google, in qualche modo, indicizza a fini pubblicitari anche le conversazioni via mail, purchè almeno uno dei partecipanti abbia un account GMail.

Esatto. Tanti auguri per il vostro trincerarvi dietro un account Hotmail, o addirittura un server proprio o a pagamento.

E poi c’è la faccenda Nest. Tutti ad incensare Google per l’acquisizione di Nest, ovviamente facendo abbondantemente notare come il fondatore della suddetta società sia nientepopodimenoche quel Tony Fadell che in Apple ci ha passato qualche annetto…

Fadell ha speso un bel po’ di tempo, di connessione e di credibilità per giurare e spergiurare che Google non avrebbe messo il naso nei nostri termostati.
Nice try, Tony.

Il termostato smart. Il cellulare Android ed il tablet (ammesso che riescano a venderne qualcuno). L’auto che si guida da sola. Gli occhiali smart. E chissà quanto altro.
Se è vero, da un lato, che il 90% dei progetti di Google sono, appunto, progetti e basta (non penserete mica di non-guidare l’auto di Mountain View alla veloce, vero? E i Glass per ora sono un giochetto da 1500$…), dall’altro bisogna considerare quale sembra essere la roadmap di Google: l’ambizione, palese ed anche piuttosto ovvia per una società ad-based e ad-driven, è quella di sparire.

Diventare ambiente.
Riusciremo non dico ad impedirlo, ma almeno ad acconsentire, qualora volessimo, in maniera cosciente ed informata a trasformarci in carne da marketing?

Stay Tuned,
Mr.Frost

Jared Sinclair, autore di Unread, celebra il funerale dell’iPad, esponendo la tesi secondo la quale, se il tablet di Cupertino vuole evitare l’irrilevanza futura, deve avvicinarsi ad iPhone o a Mac.

Bizzarramente snaturando così, peraltro, la ragione stessa della sua esistenza (OT: a mio avviso, uno dei motivi “in secondo piano” – terzo, quarto, quinto, fate vobis – di esistenza dell’iPad, soprattutto del Mini, è consentire ad iPhone di conservare uno schermo di dimensioni umane), nonché qualsiasi possibilità di differenziazione rispetto ai “colleghi di catalogo”.

Sinclair sostiene che l’iPad sia inferiore all’iPhone in quanto a portabilità (bella scoperta), quindi tranquillamente sostituibile da quest’ultimo in casi in cui necessiti potenza di calcolo “ordinaria” e “quotidiana”.
Sostiene che l’iPad sia inferiore al Mac quanto a potenza di calcolo (il giorno delle rivelazioni), quindi necessariamente sostituito dal computer della Mela quando si ha bisogna di lavorare “seriamente” (sa di già sentito, vero?).

E ancora, iPhone soddisfa una serie di esigenze “reali” e multiple nella vita degli utenti, iPad una serie di “nicchie”.
iPad, insomma, è in un qualche modo overkill, sovrapotenziato, per l’utente medio, ma “sottoutilizzabile” rispetto ad altri strumenti.

A parte che sarebbe interessante quantificare la definizione di “nicchia”: Editorial ha venduto abbastanza copie da diventare un fenomeno, e stiamo parlando di un mercato in cui dominano numeri da capogiro come le 500.000.000 (cinquecentomilioni) di copie vendute da quella ciofeca cosmica di Candy Crush Saga.

Resta poi da capire se tutto ciò che è realizzabile su iPad sia altrettanto comodamente fattibile su iPhone.
(La chiave, in fondo, resta sempre la stessa: ogni strumento al suo compito. O volete così tanto ardentemente portarvi dietro il vecchio MBP da 17" per visualizzare Google Maps?)

In fin dei conti, poi, qualcosa come Editorial non potrebbe esistere su iPhone: troppe limitazioni “fisiche”, schermo in primis, e poca attitudine ad essere utilizzato con una tastiera esterna (non fondamentale ma decisamente molto più comoda). Prova ulteriore ne sia il fatto che è stato sviluppato dopo e per iPad.
L’obiezione della nicchia d’uso non regge, a mio avviso: sarebbe come dire che l’utilità di iPhone si misura nel numero ed in base alle esigenze di coloro che giocano a Candy Crush Saga. Ogni tipologia d’uso contribuisce a dimostrare la validità/necessità dello strumento.

Una delle migliori risposte l’ha data Ben Thompson di stratechery:

The future of the iPad is not to be a better Mac. That may happen by accident, just as the Mac eventually superseded the Apple II, but to pursue that explicitly would be to sacrifice what the iPad might become, and, more importantly, what it already is.

Moreover, for those geeks clamoring for Mac features, why not just use a Mac

Stay Tuned,
Mr.Frost

Shaun MacGill fa notare come ormai la parola smartphone, in un mondo in cui la grande maggioranza dei telefoni ha almeno qualche funzione in grado di definirlo come “smart”, non abbia più molto senso, e propone di tornare a definirli semplicemente come telefoni.

Pur notando, lui in primis, come l’uso della parte telefonica sia marginale, siamo d’accordo che definire i terminali attuali con un nome nato per distinguerli dalla massa, ora che sono essi stessi massa, sia quantomeno fatica sprecata.

Eppure.

Eppure dovremmo essere abituati al fatto che la lingua si evolva lentamente. I ritmi con cui il nostro modo di parlare riflette il mondo sono sempre stati inferiori alla velocità con cui questo cambiava; l’unica differenza risiede a mio avviso nel fatto che i cambiamenti non sono mai stati repentini come adesso, né cosí frequenti.

La difficoltà si è trasformata in affanno, e le vecchie categorie (concetto palesemente relativo, dato che spesso di vecchio non hanno niente, proprio in virtù della velocità di cui sopra) resistono spesso ben oltre il dovuto, sopravvivendo alla propria utilità.
Basti pensare agli infiniti casi nei quali Internet viene trattata come qualcosa di diverso, sostanzialmente avulso dal mondo reale, quando abbiamo sotto gli occhi continuamente il fatto che siano ormai inestricabili l’una dall’altro.

Insomma, forse non c’è da stupirsi che non si riesca a stare dietro lessicalmente (le lingue mutano nell’arco di decenni, a volte secoli; non si può trattare da ghiacciolo ciò che somiglia più ad un ghiacciaio) ad un cambiamento tanto rapido e sconvolgente come quello che ha portato Internet nelle nostre tasche.

Più grave, a mio avviso, sembra essere la tendenza a non cogliere/riconoscere/comprendere nemmeno intellettualmente il fenomeno, per non parlare poi delle sue implicazioni.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Many of these efforts, to me, look misguided. It’s like wanting to retrofit a hammer so that it can work like a screwdriver, when you could actually go and use a screwdriver — or a hammer, according to what you want to accomplish. There’s nothing intrinsically wrong with email, and while it is a versatile communication tool, it may not be the right one for what you’re trying to accomplish. With all the different communication tools we have in our digital arsenals today, I don’t see the point in wanting to change one at all costs to make it work like others that are already available. This shoehorning is largely unnecessary.

Riccardo Mori

If ain’t broken, don’t fix it. (could be the reason why i’m still using the default Mail.app on iOS and OSX?)

Stay Tuned,
Mr.Frost