Titolo insolitamente lungo, lo so, ma non preoccupatevi, l’agonia del post che lo accompagna sarà breve (non vorrei che la calderina si offendesse…).

Ricordate tutti l’affaire WriterPro, giusto? Polemiche e pubblico sdegno a parte, ciò che aveva attirato l’attenzione sul software in questione, oltre alla meritata fama degli sviluppatori, era stata la presentazione in pompa magna di uno strumento in grado di analizzare quella che potremmo definire – non senza un brivido sinistro lungo la schiena – come “la qualità” della prosa dei testi composti con il programma. Sorvolando sul fatto che nel 99% dei casi queste analisi sono – seppur ampiamente utilizzate e con un certo credito – finalizzate solo a stabilire – e sostanzialmente ad abbassare – il livello di complessità dei brani ad esse sottoposti, la domanda che emerge è una sola:

Davvero una macchina (o un algoritmo, che della macchina è una funzione) può analizzare un brano di prosa – indipendentemente dall’argomento, dallo stile dell’autore, dal periodo in cui è stato composto – così profondamente da essere in grado di correggerne eventuali “pesantezze”?

Insomma, come può – ed è anche, ne sono cosciente, l’ego che parla – una macchina essere più brava di me ad esprimere ciò che voglio?

La domanda se l’è posta anche il sempre bravo Harry Marks di Curious rat, sintetizzandola in un tweet

Be wary of apps that mess with your prose based on an algorithm. Writing is human, not mechanical.

e descrivendo poi la sua esperienza in un bel post, in cui per esempio pone anche il problema di chi sia il destinatario dello scritto oggetto di analisi. È lecito, anche per il puro e semplice piacere di chi scrive, indulgere a qualche complicazione lessicale o di struttura in più, consci del fatto che non stiamo parlando ad una prima elementare? O siamo forse costretti ad essere sempre il più didascalici possibile, sacrificando così su un altare di noia assoluta una delle attività creative più stimolanti alla quale una persona possa dedicarsi?

Ve la sentireste, scendendo dall’aurea teoria nel fango della pratica, di sacrificare una cosa del genere

(…) presto sarebbe volato via pure quello stupido febbraio e il vecchio Alex si sentiva profondamente infelice ma in modo distaccato, come se la sua vita appartenesse – sensazione fin troppo tipica e cruda ne convengo – a qualcun altro.
Ma non ghignate, per favore, poiché all’epoca il vecchio Alex non aveva ancora compiuto diciott’anni e in quei giorni il cielo di Bologna era espressivo come un blocco di ghisa sorda e da simili espressività non avreste potuto aspettarvi nulla d’esaltante, neppure uno di quei bei temporaloni definitivi che lavano le strade e da quasi due settimane la città giaceva tramortita sotto una pioggia esangue senza nome.
Quale conoscente del vecchio Alex e persona informata dei fatti mi limiterò ad aggiungere che una certa storia con una ragazza gli appariva ormai sfumata nel ricordo, gualcita dallo squallore sbalorditivo della vita di tutti i giorni: essere stato terribilmente felice con lei per quattro mesi gli sembrava – ecco un’altra delle sue sensazioni più crude – non fosse servito a niente (…)

o una del genere

Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’estate. Una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte.

per non parlare di questa

Se una donna appena attraente fa tanto di sorridere a Don Gately quando gli passa accanto in una strada affollata, Don Gately, come quasi tutti i tossicodipendenti eterosessuali, nello spazio di un paio di isolati le ha già confessato eterno amore nella sua mente, l’ha scopata, si è sposato e ha avuto figli da quella donna, tutto nel futuro, tutto nella sua testa, e sta coccolando un piccolo Gately sulle ginocchia mentre questa Sig.ra G. mentale spolvera in giro con un grembiule addosso che certe notti indossa senza niente sotto. Quando arriva dove doveva andare, il tossicodipendente ha già divorziato dalla donna e si sta battendo come un leone per la custodia dei figlio oppure è ancora mentalmente felice insieme a lei negli anni del tramonto, seduti insieme in mezzo ai nipotini con le teste grosse sotto il portico su un dondolo speciale modificato per sostenere la mole di Gately, lei con le calze elastiche e le scarpe ortopediche, ancora maledettamente bellissima, e non hanno bisogno di parlare per capirsi, e si chiamano ‘Mamma’ e ‘Papà’, sapendo che tireranno il calzino a poche settimane l’uno dall’altra perché nessuno dei due può assolutamente vivere senza l’altro, e questo è il legame che li unisce dopo tutti questi anni.

in nome della chiarezza e correttezza formale assoluta?

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Composto con in sottofondo “River Runs Deep” di J.J. Cale. Beccati questa, aspirapolvere! 😉

Most apps out there are pointless. Plenty are just repackaged websites that would be far better as a standalone website anyhow. Plenty more are only an updated version of the old CD-rom demos and catalogs that were more useful as a frisbee than anything.

But we’re carrying around real computers, and it’s about time to treat them as such. Call the best smartphone apps “software” if you must, to differentiate it from the lite junk apps, but there’s no reason those fast CPUs in our pockets are going to waste. It’s a shame to think how many of the devices around us are literally useless to their owners if the internet goes down

Computing Power On A Mountain.

C’è del vero, e parecchio, nel pezzo di Guay: idee altamente condivisibili, qualcuna che solletica anche il personale snobismo informatico (che mai dovrebbe entrare in azione, come si diceva qualche tempo fa, ma tant’è ,siamo umani…o Borg molto ben camuffati).

Ma guardando la cosa da un altro punto di vista, penso sia quasi un buon segno che tutta – o gran parte – della potenza di calcolo che ci portiamo costantemente dietro venga sprecata: significa che ci stiamo abituando ad averla a disposizione, stiamo arrivando a quello che potremmo definire come l’ultima fase della familiarizzazione con essa.

Una fase per raggiungere la quale Apple ha sempre spinto parecchio, e perciò l’ho sempre apprezzata: basta snocciolare dati e numeri fini a se stessi, basta Gigahertz, Gigabyte, astrusi nomi di processori, Megapixel. Se qualcuno proprio ci tiene, quei dati sono e saranno sempre disponibili; ma nella normalità dell’esperienza utente, a me interessa che un dispositivo funzioni, e funzioni bene, anzi per la precisione meglio possibile e il più a lungo possibile.

La tecnologia migliore, lo abbiamo detto spesso, è quella che sa farsi strumento; e lo strumento migliore è quello che svolge il proprio compito senza frapporre alcun attrito (o comunque il minore possibile), che sa per l’appunto farsi invisibile.

Stay Tuned,
Mr.Frost

When Steve Jobs gave the first public demonstration of the iPad, he famously began the demo by sitting back in a comfortable chair. For some commentators at the time, this signaled the fact that the iPad was a “lean back” rather than a “lean forward” device. Hence, the continuing debate about content consumption over content creation. But it’s important to remember the first thing Steve Jobs said as he was sitting down in that chair: “It’s so much more intimate than a laptop.”

What makes the iPad stand out from other tablet computers, and what makes it so much more appealing, is that it was designed with intimacy in mind.

Robert McGinley Myers

Agreed.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Quindi, riassumendo, non ti piace l’iPad perché vuoi lavorare con due apps in split-screen, ma metà della gestione dello split suddetto ti fa schifo, ed hai dovuto prendere un Surface Pro, il cui selling point è il Desktop di Windows classico e conseguente compatibilità, che però come Desktop classico fa schifo su un touch, e tanto non lo usi mai perché adori Metro, però non sulla macchina (il Surface RT) su cui funziona davvero da tablet, e però meno male che ci sia, perché meglio avere una modalità orribile e dalla realizzazione raffazzonata al punto da renderla inutilizzabile che non averla.



Ma comprarsi un Dell, no, eh?

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Non ho tempo, né voglia al momento di dissezionare le infinite schizofrenie presenti in questo articolo. Tanto sono sicuro che chiunque lo legga le troverà da solo…