Ed eccoci a parlare di Drafts. Un’app già molto famosa, che conta tra i suoi estimatori e sponsor più entusiasti blogger del calibro di Federico Viticci, Charlie Sorrel, ed ha in generale raccolto giudizi entusiastici su riviste del calibro di Wired e siti come Macworld.

Come avrete capito, c’è abbondanza di tutorial e recensioni, quindi neanche oggi facciamo sul serio :-p
Scherzi a parte, quello su cui vorrei concentrarmi è un ulteriore aspetto della mutazione subita da iPad (da iOS in generale, a dire il vero) e su quanta parte abbiano avuto in questa le applicazioni come Drafts.
Quando venne presentato iPhone, i detrattori si concentrarono sulle mancanze del personal communicator: niente mms, niente multitasking, niente copia/incolla e così via.
Miopia palese a parte (il primo iPhone era un vero e proprio pezzo di futuro, più di qualsiasi suo successore), ciò che si aveva fra le mani era solo una frazione del potenziale della piattaforma iOS.
Soprattutto, mancava il tassello più importante: le Apps.
Guardate la home (o più probabilmente le home) del vostro dispositivo iOS. Su quante applicazioni fate quotidianamente affidamento, escluse quelle di serie?
Personalmente, e mi limito alle più usate, il conto può attestarsi intorno alle due dozzine.

A questo club (molto poco esclusivo, devo ammetterlo, visto il via vai – ma quelle che guadagnano un posto "stabile" sono poche) da oggi si aggiunge per l’appunto Drafts.
L’aspetto che lo rende interessante è che Drafts riflette a livello software ciò che ha fatto grande l’iPhone prima e l’iPad poi (e soprattutto): il programma è di una versatilità assoluta.

E guardate che qua si parla di un fuoriclasse, che se nelle sue funzioni basilari rientra nella infinita schiera delle applicazioni per testo/note (pur attestandosi tra le migliori, complici un’interfaccia di altissimo livello ed una velocità di esecuzione veramente impressionante, anche su hardware "datato"), quando si tratta di utilizzare ciò che si è prodotto semplicemente non ha concorrenti.

In effetti, come a proposito dell’iPad è stato più volte sottolineato che l’hardware tende a "scomparire" per cedere la ribalta al software e dunque alla funzione che vogliamo fargli assolvere in quel determinato momento, così Drafts, più che ad un’app a se stante, pare voglia somigliare ad un vero e proprio hub.

Le opzioni di trattamento del testo sono molteplice disparate: vedere per credere, ecco uno screen parziale del menù esportazione

Insomma, le capacità di mutaforma di Drafts ben si sposano con alcuni concetti propri dell’era post–pc: riduzione del numero degli strumenti in uso senza perdere la possibilità di specializzarli all’occorrenza, riduzione di ingombro dei suddetti strumenti (che sia per adesione ad una filosofia minimalista o per semplice comodità), versatilità e interoperabilità tra gli strumenti (con l’importanza rapidamente crescente assunta dai sistemi cloud).

E l’iPad (iOS in generale) sembra davvero essere stato creato con Apps come Drafts in mente.

È tramontata l’epoca di Word. Tranquilli, non voglio lanciarmi in infinite disquisizioni sull’irrilevanza (vera o presunta) raggiunta dalla suite di Microsoft; ne è pieno il web, sono scritte meglio di quanto potrei fare io e dicono tutte, sostanzialmente, la stessa cosa: Redmond ha fallito due volte, la prima sottovalutando il fenomeno tablet (ma l’hanno fatto praticamente tutti al di fuori di Apple), la seconda nel non salire sul metaforico carro del vincitore proponendo trenta secondi dopo l’Armageddon iPad una versione dedicata della propria gallina dalle uova d’oro, quel Microsoft Office che praticamente chiunque abbia usato un computer negli ultimi 15 anni ha usato o visto usare.

Il punto è che oggi Word non ha quasi più motivo di esistere. Ha progressivamente perso la sua centralità, erosa su più fronti per svariate ragioni: innanzitutto, oggi il mercato è letteralmente invaso di “programmi per scrivere” (lo so, lo so, si chiamano “editor di testo”, ma francamente mi è sembrata sempre meno ridicola la dicitura “casereccia”).
Esempi a memoria (breve) OpenOffice, LibreOffice, Apple Pages, ByWord, iAWriter, Ulysses, Writing Kit, Scrivener. E compilare questo elenco mi è costato circa dieci secondi.
Secondo, il diffondersi di una notevole voglia di indipendenza dai formati “troppo proprietari”.
Esempio: il PDF è proprietario (Adobe), ma è uno standard de facto leggibile e modificabile anche dal tostapane. I files .doc/.docx …. come dire… non abbastanza. Per carità, esistono fior di conevrtitori, e compatibilità molto elevata per molti programmi, ma non si ha mai la certezza che funzionerà tutto al meglio. Ed ecco allora una new wave di estimatori del formato .txt che, guarda caso, condivide con il precedente esempio la possibilità concreta e certa di essere evitabile anche dal lavello della cucina.
Terzo, la necessita di gestione documentale oggi è prettamente multipiattaforma: non più però secondo il vecchio significato di compatibilità fra sistemi operativi diversi, bensì nel senso fisico della parola.
Esempio: inizio questo post su iPhone, proseguo su Mac, termino (sì, magari…) su iPad. E allora esplosione di Dropbox, iCloud, Box, Skydrive, Google Drive e di programmi che possano gestire lo stesso file da dispositivi diversissimi tra loro.
Quarto e meno “informatico”, la tendenza sempre più diffusa (fortunatamente, aggiungo) alla smaterializzazione dei testi (esclusi i prodotti editoriali professionali).
Esempio: quanta parte di ciò che avete prodotto recentemente, diciamo negli ultimi due anni, avete stampato su carta, potendo scegliere se farlo o meno? Sono pronto a scommettere che si tratti di una percentuale sempre più ridotta, ed in alcuni casi (presente!) vicina allo zero. Dopotutto, esistono metodi di archiviazione, consultazione e condivisione di documenti molto più efficienti della polpa di albero, e se il digitale ci va bene (ma sarà poi vero? ci penserò con calma, uno di questi giorni) per le nostre amate fotografie, ormai nostro storico “dispositivo di memoria esterna” (CIT.), può tranquillamente sostituire il memorandum del lavoro, i pensieri sparsi di un diario, o gli scambi epistolari.

Ecco, ora che l’infinita disquisizione che avevo promesso di evitare è stata puntualmente messa nero su bianco (anzi, in questo caso bianco su nero, cortesia del tema notturno di Daedalus Writer), resta un dubbio.
Perché Ulysses?
Bisogna da subito precisare che quanto espresso è altamente soggettivo; mai conosciuto due persone con le stesse abitudini, i medesimi gusti ed identico setup di scrittura; il perché è piuttosto evidente: scrivere è un meraviglioso esempio, forse il più perfetto, di equilibrio tra intimità (le idee che mettiamo su carta) e necessità di comunicazione (scriviamo, in varia misura ed in modo più o meno scoperto, perché vogliamo essere letti).
Francamente, riesco ad immaginare poche altre cose così individuali e dipendenti da quella parte di noi che ci rende unici, chiamatela come vi pare.

Secondo, cambiano enormemente le esigenze. Se qualche anno fa mi avessero detto che avrei felicemente (molto felicemente, per di più) vissuto senza una singola copia di Office installata sui miei computer, avrei quantomeno alzato il famoso sopracciglio.
Oggi, se anche non fosse flagellato da un’interfaccia a due poco imbarazzante (quel “Ribbon” che, occupando spazio prevalentemente in verticale, cozza secondo un elementare buon senso con la tendenza attuale ai widescreen), Office ed in particolar modo Word mancano di troppe caratteristiche che gli utenti cominciano a ritenere necessarie.
Scarso supporto cloud, niente versioni mobile (e forse, visto l’orrore che pare essere Office RT, è meglio così), sovrabbondanza di funzioni chiaramente ereditate da un’epoca, quella del desktop publishing, che in quella forma ormai non ha davvero più niente da dire.

Ulysses, in questa sua terza incarnazione, rappresenta invece la migliore lettura che si possa dare delle esigenze di un moderno utente; capacità di sincronizzazione cloud molteplici ed elevate, (supporta iCloud, Box.net e multipli accounts Dropbox) ampie capacità di editing e gestione dei files, (ma non la pesantezza di funzioni ormai “di nicchia”) gestione completa in mobilità tramite il “gemello diverso” Daedalus Touch, possibilità di scrittura “distraction free” a tutto schermo su Mac.
A questo va aggiunta una cura maniacale nei dettagli, che traspare dalla scelta di palette, caratteri (anche se spero ne aggiungano altri in futuro), animazioni che contribuiscono a dare al programma (a questo punto potremmo dire ai programmi) una personalità ben definita.
Personalità rimarcata anche dall’atipico “manuale d’uso” inserito in Daedalus Touch, nella forma di fogli scritti dagli autori del software (la metafora dei “fogli” organizzati in “pile” è un altro dei dettagli cui accennavo poco fa) contenenti i comandi base (il programma fa uso intenso delle gestures) e qualche “dritta” sui comandi e le features non immediatamente in evidenza.
A questo punto val la pena di chiarire una cosa: se si decide di utilizzare uno dei due software senza l’altro, si perde metà del valore. Non tanto perchè i due programmi non siano di per sè validi anche se considerati singolarmente, quanto piuttosto perchè la vera caratteristica che salta all’occhio, (o almeno quella che per prima spicca) è la perfetta integrazione tra loro.
Questa recensione ne è, se ce ne fosse bisogno, la prova: scritta su tre devices diversi (iPad, iPhone, Mac), senza perdere una riga grazie ad una sincronizzazione iCloud praticamente perfetta.
Siamo di fronte allora allo strumento di scrittura perfetto?
In virtù di quanto scritto sopra riguardo alla varietà di gusti ed esigenze personali, dubito che questo esista in termini assoluti: ma è fuor di dubbio che da oggi c’è un nuovo sceriffo in città, e chiunque voglia conquistare i nostri workflow (ed i sudati euro) dovrà farci necessariamente i conti.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Ben Brooks che rimanda a Lex Friedman; concordo in pieno con il ragionamento di entrambi, e per di più l’ultima frase di Brooks rispecchia totalmente la mia preoccupazione riguardo alle conseguenze che la (stranamente) elevata soglia di sopportazione delle Apps sponsorizzate dimostrata da grandissima parte dei consumatori potrebbe causare.

…e grazie a San Automator e soprattutto a Gothick, il risultato voluto è raggiunto!

P.S. Sono maneggi da nerd, ok, lo riconosco. MarsEdit, in fondo, da gran programma qual è, offre una meravigliosa modalità WYSIWYG.
Ma ehi, se non ci si sbatte un po’ per soddisfare e coltivare la propria curiosità, si vive male, e si muore giovani…

Sareste disposti a cedere la proprietà della vostra libreria personale in cambio di un modesto affitto che vi garantisca l’accesso alla Biblioteca di Alessandria?
L’accesso è meglio del possesso, soprattutto in un mondo digitale, oppure è ad esso equivalente, o ancora è una differenza sostanziale, ma in negativo?

Benvenuti nel mondo dello streaming legale.
Benvenuti nel mondo di Rdio e Spotify.

Due dei principali alfieri della “rivoluzione dello streaming” sono finalmente disponibili in Italia; cerchiamo di capire pregi, difetti e differenze di entrambi, e soprattutto se valga la pena non possedere mai più un album nuovo…

Spotify è stato lanciato per primo, in concomitanza con il Festival di Sanremo 2013; l’interfaccia della versione desktop è ricca di dati e opzioni, risultando però poco “pulita” e a tratti confusionaria (e badate bene, non secondo i miei standard di maniaco del minimal, ma secondo standard piuttosto comuni).
Lo streaming è di buona qualità, le pubblicità nel caso usiate la versione “gratuita”, la quale garantisce 10 ore di ascolto al mese, sono assolutamente tollerabili.
I punti di forza? Un catalogo immenso, di una varietà assoluta, e soprattutto la presenza di numerose “applicazioni” o sottopagine, all’interno del programma: per esempio, avremo la possibilità di ascoltare le top 100 e 200 di Billboard, gli album e i singoli selezionati da Rolling Stones (e sono davvero tanti), la storia del jazz grazie alla Blue Note e così via.
Lo streaming su dispositivo mobile e l’ascolto offline (sia da desktop che in mobilità) sono appannaggio dei sottoscrittori di un abbonamento (mensile) il cui importo varia dai 4,99€ dell’Unlimited (solo di nome, visto che mobile e offline sono ancora fuori dal bouquet) ai 9,99€ del Premium
Il sito è decisamente d’effetto, e invoglia a provare, complice l’offerta di un mese di Premium grauito.

Spotify Desktop

Rdio è, per così dire, lo “sfidante”; in ordine temporale, avendo aperto i battenti la prima volta due anni dopo il diretto concorrente, e anche per certi versi nell’impostazione di base.
Un aspetto importante, fondamentale per alcuni (anche se forse coloro veramente interessati a questo tipo di servizi hanno già “bypassato” mentalmente questo possibile “problema”) è costituito dal fatto che Rdio non offre alcun servizio gratuito. Avete capito bene, solo abbonamento da queste parti, il che peraltro spiega i due “piani tariffari” proposti contro i tre di Spotify.
Le cifre sono le stesse, il servizio sostanzialmente equivalente.
Ampia anche qui la varietà, buona la qualità e stabilità dello streaming (ovvia ma doverosa precisazione: stiamo parlando, di fatto, di “radio”, quindi se cercate livelli qualitativi di riproduzione da audiofili o anche solo molto elevati, nessuna delle opzioni qui presentate fa per voi).
A mio avviso, ma mi rendo conto di sfociare nell’opinione, la veste grafica e l’interfaccia utilizzate da Rdio sono decisamente superiori sotto molto aspetti rispetto a quelle di Spotify: meno “rumore“, una apparente maggiore cura (dalla tipografia in giù, o in su, come credete), più chiarezza nei comandi, quando si trovano.
Ho scritto quando si trovano non a caso, ma perchè Spotify e Rdio sono le proverbiali due facce della stessa medaglia: i comandi “esplosi” e molteplici piazzati ovunque dai designer del primo appesantiscono, come detto, l’interfaccia in maniera tangibile, ma sono immediatamente individuabili e riconoscibili.
Rdio persegue un certo minimalismo
, che taluni definiranno come estremo, che porta per esempio a raggruppare molti comandi per agire su tracce e album sotto un unico menù a discesa, indicato da un triangolino alla destra dell’item in questione. non proprio il massimo della chiarezza, soprattutto la prima volta.

Rdio Desktop

Insomma, ognuno ha come prevedibile i propri punti di forza e debolezza, e pur somigliandosi parecchio, chi si trova bene e si “adatta” con facilità ad uno dei due servizi difficilmente passerà all’altro.
Ma questo è decisamente un caso in cui maggiore è l’offerta, migliore sarà la qualità.

Pensieri sparsi di fine test:
– Il catalogo, specialmente quello di Rdio, nei primi giorni presentava delle lacune imbarazzanti; sonon state tuttavia riempite con una precisione ed una velocità ammirevoli, segno a mio avviso di una volontà di offrire il servizio al suo meglio, non di piazzare un semplice “segnaposto” in un mercato da queste parti ancora relativamente vergine.
– Entrambi i servizi offrono obiettivamente più musica di quanta chiunque riesca ad assimilare, e sono dunque in grado di “sostituire” l’acquisto di musica digitale per una grande fascia di consumatori: questa fetta di mercato si espanderà ulteriormente quando le tariffe dati mobili diventeranno **veramente** adatte al mutamento radicale che gli smartphone hanno portato (iPhone in primis). Insomma, niente più LTE a 10€/mese come supplemento e niente più offerte con “soglie” ridicole tipo 2GB al mese, e tariffazione esosa per chi sfora.
– Personalmente non so se manterrò l’abbonamento, poichè l’accoppiata iTunes radio e acquisto degli album che mi interessano davvero (o dei singoli brani, per quel che vale) mi soddisfa in pieno. Tuttavia, specie nel caso di Spotify e della sua opzione gratuita, questi restano mezzi eccllenti per scoprire nuova musica e per “lanciarsi” in esplorazioni non importa quanto azzardate, poichè a costo zero.
– Forse una forma ridotta di streaming mobile (magari ad-based come quello per computer) gioverebbe alla quota di mercato: Spotify pare ci stia pensando, vedremo…
– L’elemento social avrà ancora una volta un peso fondamentale, e per il momento entrambi lo sfruttano in modi e dosi che, nel 2013, mi sento di definire patetici: se tutto o quasi quello che si può fare è condividere cosa si sta ascoltando su Twitter o Facebook, davvero stanno sottovalutando la forza dei social network. Da sempre, la musica che mai si sarebbe ascoltata entra tra le più amate nel momento esatto in cui “ce la presenta” un amico (in forma di cassetta registrata, di CD masterizzato o altro. Quante compilation avete fatto/ricevuto in vita vostra, specialmente se avete un numero di anni in cui le decine cominciano ad essere importanti?).

Stay Tuned,
Mr.Frost