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Varianti & ritardi

Leggo spesso che Apple avrebbe una lineup confusa, perché avrebbe esagerato con la differenziazione dei prodotti eccetera.

Sono più che convinto che Apple abbia il dovere, come azienda, di occupare quanta più parte possibile [1] dei mercati in cui decide di entrare.

L’ho sempre ritenuta una critica solo in parte fondata, soprattutto se -per
comodità di polemica – si considera come metro di paragone solo la mitizzata griglia 2×2 di jobsiana memoria.

Eppure non è difficile da vedere come, in sostanza, la linea si sia espansa, più che complicata.

iPad Portatili Desktop
Mini MacBook Mini
Air Air iMac
Pro Pro Pro

Watch, TV ed altri sono accessori : il primo non esiste senza l’iPhone, la seconda ha appena adesso conquistato dignità di un proprio AppStore (e ci sono volute 4 generazioni).

Quello che è aumentato a dismisura sono le varianti dei prodotti Apple.
Sfido però chiunque a non vedere almeno un paio di differenze fondamentali e perciò discriminanti tra un prodotto e l’altro all’interno della stessa famiglia.

Certamente tutto questo rischia di nuocere seriamente alla capacità dell’azienda di concentrarsi sulla qualità dei singoli prodotti; ma il vero pericolo, secondo me, è in realtà quello di dilatare i tempi.
Abbiamo così linee che non vengono aggiornate da troppo tempo (anche se gran parte del danno, in alcuni casi, dipende da terzi che hanno tempi di sviluppo biblici, vero Intel? [2] ).

Quello, però, che viene percepito dal consumatore, dall’utente, è altro; chi ha bisogno di un nuovo MacBook Pro non considera più di tanto il fatto che – nei 467 giorni in cui Apple non ha realizzato la nuova generazione della macchina che sta aspettando – l’azienda ha rilasciato l’iMac Retina, il MacBook, l’iPad Pro (due varianti), l’iPhone 6s (e 6s Plus), l’iPad mini, l’iPod Touch, l’iPod shuffle, l’Watch e l’AppleTV. Senza contare il software.

Assomiglia, sotto certi punti di vista, alle critiche – esilaranti – mosse ai primi prodotti presentati dopo la morte di Steve Jobs: hardware, specialmente, accompagnato puntualmente da un coro di “Steve non avrebbe mai…”.

Oltre al ridicolo derivante dal fatto che il mondo dei commentatori hi-tech fosse pieno di gente che sosteneva di conoscere Jobs meglio di chi ci aveva convissuto lavorativamente per anni, nessuno pareva considerare l’ovvio: prodotti di questo livello di complessità richiedono uno sviluppo pluriennale, dunque era impensabile che non vi fosse ancora la mano del fondatore in quelli appena usciti.

Se – come dice Marco Arment qui sotto – l’Apple Watch è a tutti gli effetti una creatura di Tim Cook, è evidente come il management dietro le decisioni che orientano in generale la compagnia sia sostanzialmente lo stesso (al netto della grossa perdita e di un paio di addii, qualcuno anche salutato con sollievo da chi poi è in prima fila nel criticare Apple “che non è più quella di una volta”) dell’era Jobs.

Ovvio, quindi, che con tempi di progettazione e pianificazione simili, un ritardo anche minimo (e si parla comunque di mesi, come per i chip) su una finestra magari biennale, perdipiù se capita nella fase sbagliata, possa trasformarsi in un anno o più di tempo perso. [3]

Sono il primo a soffrire i mesi di distanza tra un modello e l’altro, anche se ho un rateo di aggiornamento pluriennale: mi dispiace vedere un mostro come il MacPro che apparentemente è impantanato in cicli di aggiornamento inspiegabilmente lunghi [4].

Ma penso anche a tutto ciò che ci è stato presentato in questi anni: un computer da polso, oltre a quello da tasca. Un portatile che finalmente *mantiene la promessa che tutti i portatili non erano riusciti a mantenere finora*: peso ridotto e potenza da vendere per chiunque. [5]
Un computer desktop che ha sconvolto chiunque per le soluzioni ingegneristiche usate, in un ambito in cui nessuno pensava di meravigliarsi più e la corsa si era ridotta a Gigahertz e Gigabytes e Terabytes.
Un altro computer desktop che, mentre tutti si bullavano del 4K, ha fatto capire che non eravamo ancora al limite, anzi: che quel limite poteva essere polverizzato, e che chiunque poteva avere accesso ad una nuova dimensione delle immagini.

Davvero vogliamo lamentarci perché non sappiamo decidere tra 9.7“ e 12”9?
Davvero pensiamo che il non poter aggiornare il nostro vetusto [6] MacBook Pro sia diretta conseguenza dell’iPad?

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Anche perché non sono tanti; a chi obietta che computer, smartphone, set top box, tablet, smartwatch siano tanti, farei presente che il principale concorrente – almeno lato hardware – Samsung produce tutto questo più altre cosucce tipo frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, caccia militari eccetera.  ↩

  2. La situazione è ancora più complessa, in realtà: Intel sforna processori di generazioni successive con una certa costanza, ma le richieste di Apple sono diverse da quelle di un normale produttore. Stesso dicasi per le schede grafiche. Soprattutto per i chip integrati, questo porta a tempi più lunghi tra una generazione e l’altra, cosa che tra l’altro depone sempre più a favore di un futuro di chip in house come gli Ax che muovono i dispositivi mobile di Cupertino).  ↩

  3. Provate ad immaginare di essere responsabili della progettazione di una macchina con gli interni calibrati al millimetro come il MacBook, senza conoscere le caratteristiche del chip che la muoverà – ad esempio quanto calore produce, dunque di quanta dissipazione necessita.
    Oppure di voler utilizzare uno schermo Retina, magari nell’assurda misura di 27", senza sapere come lo reggerà una delle due schede grafiche che sono le uniche – magari – a poter entrare fisicamente nello spazio ridotto dello chassis di un iMac.  ↩

  4. Jim Dalrymple la mette giù molto chiara, al solito:“I don’t see using Intel’s Skylake as an alternative for Apple. There were shortages in the chips, which would have made for MacBook Pro shortages. Worse still, the Skylake chips had a major flaw that affected processing.” (…) “While it is completely reasonable to hold Apple’s feet to the fire when they disappoint us with a product, it is not fair to expect the company to release products that are not ready for the public. Whether it’s their technology or the technology from another company like Intel.”  ↩

  5. E piantiamola con la storiella che siamo tutti videomaker o fotografi che maneggiano centinaia di immagini a millemila pixel in continuazione: chi usa questi argomenti per denigrare un portatile con uno schermo da 12“ è in malafede, punto. Quella è una critica che può esser mossa ad un MacBook Pro, non ad una macchina che dichiara in maniera palese quale sia il proprio target (e sappiate che è il più ampio che esista, cioè quello delle persone ”normali“ che del computer fanno un uso ”generalista“). O vogliamo criticare tutte le automobili che non fanno da 0 a 100 in 3”, anche se ci servono per spostare il divano dal punto A al punto B? Un po’ di prospettiva, diamine.  ↩

  6. Ancora una volta, prospettive ed esigenze: a me, che ho cambiato l’iMac dopo 10 anni (ed un interregno di MacBook Pro che ha fatto sì che comunque aggiornassi il Mac in senso lato dopo 7 anni), leggere di macchine del 2010 o successive considerate obsolete fa sorridere; ma proprio per evitare la sindrome da “sono il centro del mondo, le mie esigenze sono il parametro per quelle universali” che tanto spesso critico, mi guardo bene dal sottovalutare le lamentele di chi necessita di nuovo hardware. Chiedo, però, un po’ di relatività nel punto di vista anche a chi smania per gli aggiornamenti.  ↩