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The Interview Affair

It was a remarkable and disorienting turn of events: a tiny, failing state that lacks the wherewithal to feed its own people was deciding which movies we can and cannot see, while the industry it had attacked watched silently from the sidelines, and the president of the United States felt compelled to step into an international confrontation catalyzed by a lowbrow comedy.

How the Hacking at Sony Over ‘The Interview’ Became a Horror Movie – NYTimes.com

In realtà, dietro i proclami sui princìpi da difendere e la libertà d’espressione minacciata e le interferenze di un paese (bersaglio comodo, tra l’altro, ché a parte Razzi e Salvini chi altri “tifa” per la Corea del Nord?), si nascondono nemmeno troppo bene motivazioni ben più terra terra (sia chiaro, assolutamente impossibili da ignorare):

Certainly, there were concerns about public safety, but make no mistake, other considerations factored in the decision, all involving dollar signs: the box office receipts of films that would be playing alongside “The Interview” during one of the biggest movie weeks of the year, and the holiday shoppers at the retail chains that surround so many theaters.

Ciò rende paradossalmente ancora più grave la situazione, e per così dire di maggior successo l’attacco; è stata colpito uno straordinario (e straordinariamente vulnerabile, in parte per responsabilità private – Sony – in parte per motivi culturali inevitabili – la commistione sempre più stretta tra industria dell’intrattenimento e politica, e la massa di denaro che la prima muove con effetti devastanti sull’economia in caso di débâcle) punto vitale di un’economia occidentale, della cui importanza forse fino ad oggi non avevamo neppure completa consapevolezza.

Insomma, quello che sembrava un comune, pur se imponente e molto ben eseguito, attacco hacker, ha finito con lo scoperchiare parecchie pentole, con il risultato (collaterale?) di far fare un’allegra figuraccia a parecchi veri o presunti pilastri delle democrazie occidentali: l’industria culturale (o una sua grandissima parte, per peso ed influenza sulla formazione dell’opinione pubblica), la politica, persino gli stessi mass media.
Come fa giustamente notare il NYT:

News organizations mostly refrained from publishing material like passports and medical records, but in general, the news media served as last-mile delivery agents on information that was used to threaten Sony, the industry, and finally, the American public. The larger story about an unprecedented political attack on free speech took a back seat to titillating peeks at industry backbiting. (grassetto mio)

Il voyeurismo ha avuto comunque la meglio, alla fine. Una sorta di schadenfreude, anche interna alla stessa Hollywood, che ha fatto sì che invece di coalizzarsi contro la comune minaccia (come, fa ancora notare il NYT, avvenne per l’editoria all’epoca dei “Versetti Satanici” di Salman Rushdie), gli studios tirassero singolarmente un discreto sospiro di sollievo considerando di non essere stati vittime dirette dell’attacco.

Per ultimo, ma non alla fine, la collaterale reazione scomposta dei servizi che potremmo definire collettivamente di video on demand: Microsoft e Google che distribuiscono il film, con un atteggiamento che non intendo discutere, ma che non elimina i miei dubbi circa volontà di protagonismo (quanta parte è originata dalla volontà di ergersi a “paladino della libertà di espressione”, quanta da genuina preoccupazione che tutto ciò crei un precedente pericoloso?), Apple che si dichiara non interessata a distribuire attraverso iTunes il film (arrecando così il danno forse maggiore, anche se poi la posizione è stata rivista) ed adotta una politica di vai avanti tu che a me viene da ridere, più gli altri per ora non pervenuti (Netflix, Hulu, Amazon e soci).

Insomma, tutti perdono, apparentemente, tranne i fantomatici “Guardiani della Pace”: ma l’entità e la distribuzione dei danni reali potremo conoscerle solo sul lungo periodo, trattandosi di una vicenda i cui strascichi supereranno inevitabilmente in importanza i fatti in sè.

Stay Tuned,
Mr.Frost