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Tag: Linkpost

‘sodes – Binge podcasting

There are no download queues to manage, no auto-deletion behaviors to configure, no inboxes to triage. You tap an episode and it plays. It requires an internet connection, yes, but so do video streaming apps. My use case for podcast listening mirrors how I binge watch pleasantly-shitty Netflix shows about crusty-but-benign police lieutenants and ex-Supreme Court justices and managing editors.

Questo potrebbe esser il primo caso in cui mi trovo ad usare il nuovo sistema di preordini dell’App Store.
Dubito che riuscirà a soppiantare PocketCast, visto che la mia fruizione di podcast non inizia e finisce con iOS, ma la ratio dietro la particolarissima gestione promessa da ’sodes mi attira parecchio (spesso mi sono trovato ad “iscrivermi” ad un podcast per sentire un singolo episodio e cancellarmi subito dopo).

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Allergia da spot

Riflessione interessante come al solito di Om Malik, incentrata sulla possibilità (assai remota) vagheggiata dagli inserzionisti che la pubblicità nella sua forma “classica televisiva” possa traslare pressoché invariata sulle piattaforme di streaming, ed in generale sui “contenuti video online” Link

Questo brano in particolare mi suona familiare:

If Netflix (and the like) continue to grab both mind-share and time-share, the kids that grew up watching such programming are going to be a lot less patient when it comes to sitting through advertising. It will be increasingly foreign to them.

È un concetto che – come ammette lo stesso Malik – non è nuovo, anzi; ricordo distintamente un post di anni fa, in cui l’autore faceva notare come i figli piccoli, in trasferta in casa altrui e con a disposizione solo la tv “live”, guardassero con fastidioso sospetto gli spot che interrompevano la visione del loro cartone preferito.

Ricordo anche di aver pensato che sarei stato felicissimo di “abituare” i mei figli a concepire la pubblicità come un “corpo estraneo” che disturba la visione di ciò che veramente c’interessa.

Non credo di esserci ancora riuscito del tutto, ma sono sulla buona strada.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Non è solo una questione di generazione nativa Netflix: come tutte le cose che migliorano la fruizione di qualcosa che ci interessa, ci si abitua in fretta. Personalmente, sono cresciuto nel momento di massimo splendore degli spot tv (e della loro massima invadenza, temo); tuttavia, trovo fastidiosi i trailer “imposti” (per quanto pochi siano) di Amazon Prime Video.

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Caramelle dagli sconosciuti

The first step is to send a spoofed Apple email or SMS message, notifying the victim that their device has been recovered. No doubt desperate to get their device back, the victim then clicks on a link which requires their iCloud account credentials.

These stolen details are then used to access and compromise the iCloud account and re-used to unlock the stolen iPhone — cutting off the potential of remotely tracking the iPhone or bricking it entirely.

How criminals clear your stolen iPhone for resale | ZDNet

Perché, qualunque cosa accada, in certe situazioni non dovreste mai cliccare su un link.

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Quanta Internet, quanto “libera”, quando.

One of the thus-far hypothetical questions I ask myself frequently is how I would feel about my own children having the same kind of access to the internet today. And I find the question increasingly difficult to answer. I understand that this is a natural evolution of attitudes which happens with age, and at some point this question might be a lot less hypothetical. I don’t want to be a hypocrite about it. I would want my kids to have the same opportunities to explore and grow and express themselves as I did. I would like them to have that choice. And this belief broadens into attitudes about the role of the internet in public life as whole.

Something is wrong on the internet – James Bridle – Medium

Molti aspetti di Internet assumono una prospettiva inquietante quando li si trasla sui più piccoli.
La sua (vera o presunta) “libertà assoluta” è forse il miglior esempio.
Non sono certo che agli inizi Internet fosse meno insicuro, anzi, sono quasi certo del contrario.
Sono abbastanza sicuro, invece, che per parafrasare Matrix, i nostri genitori vivessero nella benedetta ignoranza del mezzo tecnologico.1

Il problema però sembra risiedere altrove, anche se poco “lontano”; YouTube potrebbe essere solo una spia di un problema più vasto.

L’automazione, che tanto amiamo perché ci fa risparmiare tempo ed evita che la nostra vita (principalmente informatica, ma non solo) venga “ingolfata” da una serie di compiti stupidamente ripetitivi, può essere usata anche per altro.

Come una fabbrica di armi costituisce un problema decisamente maggiore se l’assemblaggio è automatizzato, così l’automazione nella creazione di un certo tipo di video virali2 consente di ampliare a dismisura portata ed entità del “danno”.

In questo caso, al danno teorico che si può infliggere ad un bersaglio va aggiunta la peculiare natura dello stesso: un bambino non dispone né del senso critico necessario a riconoscere una serie di video “fatti con lo stampino”, né, eventualmente, a decidere se valga la pena sprecare comunque il suo tempo a seguirli.

Ecco che l’invasione di video creati in maniera algoritmica (con ciò intendendo completamente automatizzata, o quasi, e tesa a sfruttare il più possibile il “fenomeno del momento”3) assume contorni che travalicano il fastidioso per sconfinare nel sinistro.

Ripeto: il tutto potrebbe essere affrontato in maniera molto più leggera se i bersagli fossero adulti, in qualche modo considerabile come “consenzienti”. In fin dei conti, viviamo in un’epoca di sovraccarico informativo: se da un lato siamo sommersi da stimoli – non necessariamente richiesti – d’altro canto abbiamo come non mai la facoltà di ignorare totalmente ciò che non meritiamo degno della nostra attenzione (scarsa) e del nostro tempo (scarsissimo e perciò più prezioso che mai).

Detto brutalmente: se perdi tempo in sciocchezze, nonostante tutte le alternative disponibili, perdi automaticamente il diritto a lamentartene.

Ecco quindi il cambio di bersaglio, con conseguente “disagio”. Spiacevole sensazione aumentata a dismisura, ovviamente, dal vedere con quanta facilità YouTube venga utilizzato per sostituire nel ruolo di babysitter gratuita la televisione tradizionale, con l’indubbio vantaggio di poter essere sfruttato pressoché ovunque.

Non potendo probabilmente arginare il fenomeno con ragionamenti ed argomenti basati sull’assunto che dovremmo provare ad essere genitori un filino più decenti4, dovremmo almeno tentare di limitare i danni rendendoci coscienti del problema.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Il motivi lo potete scegliere a piacimento tra novità del mezzo, sottovalutazione delle sue potenzialità, scarsa diffusione con conseguenti poche opportunità di “studio”. O qualsiasi combinazione dei tre – o di altri che vi vengano in mente.
    Oggi, venuti a mancare tutti questi motivi , chi – per scelta o pigrizia – non affronta il problema ha un atteggiamento semplicemente criminale. 
  2. Se si utilizza un temine che deriva da virus, non è un caso. 
  3. Creato anch’esso con il medesimo metodo, con la spinta pura del marketing e l’utilizzo di quante più “bocche da fuoco” possibili. 
  4. Mi scuso per la pessima qualità e per il paradosso di utilizzare YouTube, ma se ne avete la possibilità, cercate l’episodio intero. Come in molti altri casi, si dimostra un modo geniale per rendere comprensibili a tutti problemi complessi. 
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Adpocalypse. O quasi.

Nel 2005 i fondatori di YouTube furono costretti a farsi venire un’idea per conferire importanza ai video online, un medium che ha sempre sofferto il paragone con la televisione. L’idea fu la creazione e la promozione del metodo di misurazione più inutile e allo stesso tempo influente che sia mai esistito sul web — le views.

Perché i milioni di views degli youtuber non valgono nulla

Chiaro e semplice.
Spietato.
Esilarante.
Grazie.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Non è che su Youtube manchino contenuti di qualità, abbiamo solo perso un po’ di vista la reale portata del fenomeno. Strano, non ci capita mai.

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Cosa abbiamo lasciato per strada

Ci stiamo abituando a considerare i servizi che utilizziamo, anche (soprattutto?) quelli “cloud” immortali, forse in virtù della loro immaterialità.
Dovremmo invece fare esattamente l’opposto, creandoci almeno una via d’uscita per ogni software cui ci appoggiamo; l’esigenza dovrebbe essere tanto più sentita quanto più dipendiamo – personalmente o lavorativamente – dallo strumento in questione.

Product Graveyard ci ricorda quanto spesso il problema si sia già presentato (cosa che ovviamente tendiamo a rimuovere dalla memoria cosciente con una facilità direttamente proporzionale all’entità del danno subito).

Una lettura tra il nostalgico e il premonitore, per prendere le misure alle nostre dipendenze digitali e – se possibile – porvi rimedio almeno parziale.

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Quote Of The Day

If we’re going to worry about existential risk, I would rather we start by addressing the two existential risks that are indisputably real—nuclear war and global climate change—and working our way up from there.
But real problems are messy. Tech culture prefers to solve harder, more abstract problems that haven’t been sullied by contact with reality. So they worry about how to give Mars an earth-like climate, rather than how to give Earth an earth-like climate. They debate how to make a morally benevolent God-like AI, rather than figuring out how to put ethical guard rails around the more pedestrian AI they are introducing into every area of people’s lives.

Notes From An Emergency

Stay Tuned,
Mr.Frost

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O l’abbonamento o la vita

The important point is that, if you’re able to readily switch to a different app when your current one changes its payment model, then… do it. Just vote with your wallet, and don’t worry about it.

Subscription Software – Matt Gemmell

Matt ha scritto praticamente tutto quello che avevo da dire in merito alla questione Ulysses in abbonamento (abbonamento da me sottoscritto, dopo circa 24 ore di rimuginare).

Aggiungerei solo un paio di note a margine:
– La sottoscrizione, anche la più lunga, non è a vita. Non vi si chiede un rene. Vi si chiede, se siete già utenti come me della versione precedente, un “impegno” di due euro e mezzo al mese per dodici mesi. Fa 18€. Tanti? Pochi? Vedete voi, come si diceva sopra. Ma non sentitevi legati per sempre. Se all’avvicinarsi del rinnovo non siete convinti, amici come prima.
– Il problema, soprattutto per un’app di scrittura come Ulysses, basata su files di testo e Markdown, si presenterebbe solamente se non esistessero alternative. Alternative che però, e le ho valutate praticamente tutte nelle suddette 24 ore, ci sono, sono numerose e di altissimo livello (ByWord da solo basterebbe, ed è stata la causa di quasi tutti i miei dubbi sulla sottoscrizione).

Come ribadisce anche Gemmell, non sono un entusiasta degli abbonamenti; non credo – pur vedendone chiaramente la ratio, che siano il futuro delle applicazioni, come non credo che siano automaticamente la scelta migliore per dare sostenibilità ad un business o che siano la più adatta a prescindere dal tipo di app.
Credo arriveremo – presto – ad una saturazione che porterà anche chi come me si è sempre dichiarato e dimostrato disponibile a riconoscere il valore economico di uno sforzo creativo a riflettere molto accuratamente su dove investire i propri soldi.
Nel frattempo, forse, perderemo qualche software valido, travolto dalla marea degli scontenti rumorosi.
La maggior parte, però, sopravviverà per vedere la prossima sconvolgente e controversa rivoluzione nel pricing.

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Scusi, mi darebbe le chiavi di casa?

Sempre riguardo all’ingegneria sociale, un avviso importante, soprattutto per farci riflettere su determinati automatismi che vengono efficacemente sfruttati ai nostri danni.

Perché non siamo molto diversi dall’anziano che si fida del tesserino falso della polizia (anche se ci piace credere di essere molto fighi).

Stay Tuned,
Mr.Frost

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