Skip to content

Tag: iOS

Scusi, mi darebbe le chiavi di casa?

Sempre riguardo all’ingegneria sociale, un avviso importante, soprattutto per farci riflettere su determinati automatismi che vengono efficacemente sfruttati ai nostri danni.

Perché non siamo molto diversi dall’anziano che si fida del tesserino falso della polizia (anche se ci piace credere di essere molto fighi).

Stay Tuned,
Mr.Frost

Leave a Comment

Non siamo obbligati ad essere Viticci

Vabbè, il titolo mi piace ad effetto, in questo periodo. È un umore momentaneo, probabilmente, sopportatelo finché dura1.

Il delirio di oggi nasce da uno dei post letti clamorosamente in ritardo che affollano la mia Reading List (croce e delizia della mia metà abbondante di procrastinatore).

Nella fattispecie, un succosissimo post su MacStories, che Instapaper mi segnala come bisognoso di circa 80 minuti per essere letto, pubblicato da Federico il 14 Dicembre scorso (faccio schifo, lo so) e che tratta del suo utilizzo dell’iPad Pro come principale (unico) computer.

Sono peraltro arrivato ad un 20% di lettura del suddetto, il che comporta che possa tornarci sopra per altri deliri, ma una cosa mi ha già colpito2.

La primissima parte tratta di come sia possibile usare alcuni strumenti (su tutti Dropbox, iCloud Drive, Documents e Workflow) in combinazione tra di loro per mitigare il lutto per la perdita del Finder in ambito iOS (lo stesso Finder che – ciclicamente per non dire di continuo – viene accusato di essere una delle parti peggiori di MacOS; bizzarro come apprezziamo certe cose solo nel momento in cui ci vengono tolte).

Proprio su Workflow si concentra la mia riflessione: per me, è uno di quegli strumenti strani, à la Keyboard Maestro.

Esempio pratico che cerca di dissipare la nebbia: io adoro Hazel. Lo uso in continuazione, imposto quanti più flussi possibile, cerco di sfruttarlo al massimo anche a costo di rifinire per ore parametri che scoraggerebbero tanti3.
Intuisco che Keyboard Maestro abbia potenzialità simili se non addirittura superiori, per non parlare della possibile integrazione tra i due. Eppure, pur disponendo di una regolare licenza (di un paio di versioni fa, ma poco importa), non l’ho nemmeno installato.

Ci ho provato, lo giuro.

Almeno tre volte.

Il fatto è che – come, a pensarci bene, mi capita in misura meno drammatica con Alfred – mi sembra di non riuscire nemmeno ad immaginare abbastanza modi per sfruttarlo.

Workflow mi fa lo stesso effetto; al momento ci sono, nel widget Today sul mio iPhone, dodici flussi di lavoro creati con l’applicazione in questione. La maggior parte funziona da scorciatoia per Apple Music, ma posso definirli nel complesso abbastanza vari.
Questo mi renderebbe soddisfatto del mio livello di automazione, e nella maggior parte dei casi lo fa, semplificandomi piccole azioni quotidiane.

Il tutto, finché non mi capita tra le mani un post come quello di Federico, in cui viene magari buttata lì la nota che fa riferimento alla cinquantina di Workflow che usa abitualmente.
Risultato: mascella a cercare il petrolio e via così.

Mi rendo perfettamente conto che la mole di lavoro gestita nel suo caso sia incredibilmente superiore, tuttavia torna quel fastidioso senso di “grattare la superficie” di strumenti potentissimi e nulla più.

Ed è solo quando qualche amico mi guarda smarrito mentre provo a convincerlo a sfruttare Hazel o Drafts (sono un evangelista piuttosto molesto, a volte), chiedendosi e chiedendomi perché dovrebbe spaccarsi il cervello ad automatizzare una cosa che richiede qualche secondo ad attenzione zero per essere realizzata nella solita maniera che realizzo: non a tutti serve lo stesso tipo di automazione, men che meno la stessa dose di automazione.

Ciò non vuol dire che non esista – e di questo sono fermamente convinto – uno scampolo anche minimo nella vita informatica di chiunque in cui l’automazione potrebbe risolvere un problema di cui magari nemmeno ci si accorge, ma che fa perdere un poco di tempo e costringe ad un lavoro più meccanico del dovuto ogni volta che occorre compierlo; è solo che questo scampolo varia per ognuno.

In certi casi è una lenzuolata a patchwork come per Federico, in cui un numero impressionante di servizi, applicazioni, parametri e dati si uniscono per creare in automatico qualcosa che sarebbe incredibilmente noioso e dispendioso – anche in termini di tempo, la risorse più preziosa di cui disponiamo – da fare a mano.

In altri, si tratta magari solo di rinominare e spostare un file secondo i medesimi parametri di sempre, un lavoro abbruttente e che sottrae tempo alle parti che davvero ci piacciono del nostro lavoro (o hobby), peggiorando in questo ambito – ristretto, dice qualcuno, ma me siamo convinti? – la qualità della nostra vita.

L’automazione non è una gara a chi fa meglio o di più, non è un obbligo da assolvere perché altrimenti non si è abbastanza “pro”, non è neppure qualcosa che appare come ovviamente necessario ai nostri stessi occhi; ciò che veramente conta, quando si legge un articolo come questo (o le decine di altri) che Federico dedica a Workflow, Launch Center Pro e simili, è sentirsi stimolati a cercare, nella nostra routine informatica, le pieghe da stirare, per dirla all’americana. 4

È farci arrivare a chiederci in che modo il computer possa lavorare davvero per noi, invece che noi per lui.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Oppure – com’è ovvio – siete liberissimi di mandarmi a quel paese e leggere solo titoli perfettamente didascalici di note d’agenzia. 
  2. È il bello dei post di Federico: richiedono molta dedizione nella lettura, ma lo spunto di riflessione è pressoché garantito. 
  3. Uso anche – in misura di gran lunga minore – Automator, soprattutto per creare servizi raggiungibili dal menù contestale del Mac. 
  4. Per tutto quanto scritto sopra, ascolto sempre con particolare piacere – superiore alla pur alta media – le puntate che definirei app-centriche di Canvas, EasyApple e del SaggioPodcast. Gli usi che altro fanno dei medesimi strumenti a mia disposizione rappresenta la miglior spinta ad utilizzarli di più e meglio.
    Sempre per la stessa ragione, non vedo l’ora di iniziare ad ascoltare AppStories
Leave a Comment

Super Mario RUN – La prima è gratis, se ti piace ritorni

Io odio i freemium. Davvero, con tutto il cuore.
Sono d’accordo con quanti dicono che – in parecchi casi – si tratta di un espediente per aggirare la mancanza di demo sullo Store, specialmente lato iOS.
Ma quelle sono situazioni palesi, che riconosci all’istante e con una facilità ridicola.
Quello che detesto sono gli spillasoldi.

Quei giochi che ti accalappiano con un Gratis (sostituito, durante la dittatura degli imbecilli nella quale viviamo da un Ottieni), grazie al quale tu scarichi fiducioso…il primo livello.
Fin qui saremmo nel suddetto caso demo, di quelle che si sono trasferite dalle cassette ai floppy ai CD ai DVD alla rete1.
Il fatto è che lo spillasoldi lo riconosci subito dopo.

Precisamente nel momento in cui, divertito e soddisfatto dalla demo decidi insensatamente di premiare gli sviluppatori acquistando quello che credi sia il resto del gioco.

E lì inizia l’orrore.

I livelli sono una dozzina.
Costano 0,99€ l’uno.
Non c’è  un acquisto unico per tutti (magari scontato).
Le armi supplementari sono disponibili solo come acquisto in App – direttamente o grazie al fatto che per ottenerle ci vogliono migliardi di monete virtuali, per ottenere a loro volta le quali hai di fronte un’alternativa simile a quelle dei film sui campi di prigionia in Vietnam2: o rigiochi per qualcosa come mille anni il dannatissimo primo livello (magari con restrizioni di tempo minimo tra una partita e l’altra), oppure paghi. Tanto.

Qualche giorno fa, con un prevedibile botto di download iniziale, un altrettanto prevedibile incasso da capogiro in IaP e molta fanfara, Nintendo ha rilasciato su App Store Super Mario RUN.

I più attenti tra voi tre avranno notato che dietro al nome del più famoso idraulico italiano (eccezion fatta forse per quelli interpretati da Rocco Siffredi nei porno) non c’è uno dei soliti suffissi che tanto fanno felici noi videogiocatori d’annata.

Niente “Bros.”, niente “World”, nemmeno uno sfigato (si fa per dire) “Kart”.

Perché questo non è propriamente un platform.
È un – rullo di tamburi – endless runner.

Esatto.

Come questo.
Questo.
Oppure questo.

Come questo, persino.

A questo punto, so perfettamente che faccia avete.
La stessa che ho fatto io, alla presentazione e per le tre ore successive.

Se non vengo fulminato istantaneamente dalla pletora di commentatori entusiasti, Viticci in testa, forse posso spiegare meglio il mio pensiero.

Perché, se da un lato è palese che non è tutto oro quel che luccica, d’altra parte questo gioco è bello.
A tratti molto bello.
Ed il suo significato per Nintendo, per Apple, per il gioco mobile e per l’industria in generale è enorme.

Super Mario RUN è – ad oggi – l’endless runner più appetibile nello Store.
È uno di quelli – se non quello in assoluto – con la grafica migliore (escludo volutamente dal confronto gli “esercizi di stile” come il mio adorato Canabalt qui sopra).
Soprattutto, è dannatamente divertente.
Non avvincente, non profondo, non intenso.
Divertente.
E sa il cielo quanto abbiamo bisogno di giochi divertenti.

Super Mario RUN è un gioco per perfezionisti, perché per raccogliere tutte le monete bisogna rigiocare i livelli più e più volte.
Ma non è frustrante, perché se finite il livello avendo raccolto una sola moneta lo passate esattamente come se aveste fatto la miglior partita del mondo.

È breve, relativamente (6 mondi da 4 quadri l’uno), abbastanza da farvi intravedere la fine ed invogliarvi così ad arrivarci.
Ma non è troppo breve, così da non farci rimpiangere i soldi spesi.

Qui torniamo al freemium, perché 10€ dopo 3 quadri possono sembrare tanti.
A mitigare parzialmente il senso di rischio c’è il nome del produttore e quello del personaggio: potrebbe mai seriamente Nintendo bruciarsi IL suo personaggio rappresentativo (fan di Zelda, Pokémon e Metroid state buoni) in un giochino abbozzato?3

Sia chiaro, dunque, che se siete tra coloro che considerano giusto pagare per un gioco, questo li vale.
Tutti.

Cosa significa per Nintendo far uscire un grande gioco per una piattaforma hardware non Nintendo? Cosa per Apple? Cosa per i concorrenti?

Nintendo si apre, riconoscendo definitivamente che il mondo strettamente mobile è un mercato che non si può più ignorare, per dimensioni, remuneratività, diffusione e demografia.
Nel mondo c’è più di un miliardo di dispositivi iOS attivi, un numero che nessun produttore di console può nemmeno sognare di raggiungere.
La maggior parte di questi è in mano ad utenti che, statisticamente, hanno dimostrato più volte una certa tendenza a spendere per le app che utilizzano.

Tuttavia il fattore più importante è quello demografico.

La maggior parte di utenti iOS non è un videogicatore. A stento sa cosa sia Nintendo. Probabilmente non ha mai avuto una console, e se l’ha avuta e se per caso era prodotta da Nintendo era una Wii e si è limitato ad usare Wii Sports e/o Wii Fit.
Ma gioca con l’iPhone, magari anche solo a Ruzzle (qualcuno lo ricorda?). Indovinate un po’ come ha scoperto Ruzzle? Con la pubblicità ed il passaparola.
Può un personaggio come Mario avere un impatto pubblicitario e “sociale” inferiore ad una versione facilitata del Paroliere?

Apple guadagna ciò che per i concorrenti è impensabile: un gioco ufficiale, originale ed in esclusiva di una delle massime icone del gaming, su una non console che non reca nemmeno il marchio del produttore (fosse stata la Apple dei tempi dell’iPod U24, probabilmente sarebbe uscito almeno un iPod touch Mario Edition – e fossi in Apple io lo farei al volo5).
Una dimostrazione di forza, di abilità commerciale e di attrattiva non indifferente, specie quando si considera per contrasto la fatica immane che sta dimostrando nell’unificare e coordinare i servizi di streaming (vedere alla voce “Netflix che resta fuori dall’app TV”).

I concorrenti restano a guardare. Da un lato questa è, come detto sopra, la prova che Apple ha ancora un vantaggio – fosse anche solo commerciale – su qualsiasi rivale.
D’altra parte, dimostra come nessuno sia immune al fascino delle piattaforme mobili; se Google riuscisse ad ottenere lo spostamento verso la fascia premium che prova a dettare ai produttori di terminali Android (almeno ai maggiori tra essi, teminali incendiari a parte), potrebbe proporsi come valida alternativa per altri grandi nomi in attesa di un hardware su cui sviluppare nuove versioni dei propri cavalli di battaglia6).

Insomma, noi ci godiamo un gioco divertente e ben realizzato, la cui longevità è assolutamente maggiore rispetto a quanto ci si aspetterebbe, nonché a quanto sembri ad una prima, frettolosa occhiata.
Nel frattempo, vecchi equilibri che davamo per scontati nel ramo più remunerativo dell’intrattenimento vengono sconvolti, ed un nuovo assetto – l’ennesimo – si profila all’orizzonte.

Ancora una volta, it’s Mario Time.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Una distopia perfetta per spiegare cosa sarebbe Mario RUN se ricadesse nella categoria degli spillasoldi di cui sopra.


  1. Sono abbastanza vecchio da ricordare tutti questo supporti.
    Ma abbastanza giovane da menarvi se ridete di ciò. 
  2. Più o meno testualmente:”Uccidi tuo compagno prigioniero che conosci da vent’anni e dei cui figli sei padrino, oppure noi uccide lui, te, sua famiglia, tua famiglia e questo piccolo cucciolo di Labrador con occhioni”. 
  3. Cattiveria gratuita: molto meglio devastarsi l’immagine con hardware discutibile. 
  4. O di quello marcato HP, o di quello marcato Harry Potter, o di quello Product RED. 
  5. Livrea dedicata, “colonna sonora originale” precaricata, magari un quadro/mondo in esclusiva, anche solo temporanea. Tim, se lo fate e fate i miliardi ti lascio l’IBAN per la mia percentuale. 
  6. Se SEGA fosse ancora quella dei tempi d’oro, potremmo giurare che un Sonic RUN è già in lavorazione. 
Leave a Comment

Quote Of The Day

We, as a species, are hooked up to focus on the short run, and we’re hooked up to seek popularity and avoid criticism. Choosing to do what you know will be unpopular in the short run but you believe will prove correct in the long run takes courage. Courage of one’s convictions, not courage running into a burning building to save a life, but courage nonetheless.

Daring Fireball

Gradirei un po’ di… Prospettiva.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Leave a Comment

Varianti & ritardi

Leggo spesso che Apple avrebbe una lineup confusa, perché avrebbe esagerato con la differenziazione dei prodotti eccetera.

Sono più che convinto che Apple abbia il dovere, come azienda, di occupare quanta più parte possibile [1] dei mercati in cui decide di entrare.

L’ho sempre ritenuta una critica solo in parte fondata, soprattutto se -per
comodità di polemica – si considera come metro di paragone solo la mitizzata griglia 2×2 di jobsiana memoria.

Eppure non è difficile da vedere come, in sostanza, la linea si sia espansa, più che complicata.

iPad Portatili Desktop
Mini MacBook Mini
Air Air iMac
Pro Pro Pro

Watch, TV ed altri sono accessori : il primo non esiste senza l’iPhone, la seconda ha appena adesso conquistato dignità di un proprio AppStore (e ci sono volute 4 generazioni).

Quello che è aumentato a dismisura sono le varianti dei prodotti Apple.
Sfido però chiunque a non vedere almeno un paio di differenze fondamentali e perciò discriminanti tra un prodotto e l’altro all’interno della stessa famiglia.

Certamente tutto questo rischia di nuocere seriamente alla capacità dell’azienda di concentrarsi sulla qualità dei singoli prodotti; ma il vero pericolo, secondo me, è in realtà quello di dilatare i tempi.
Abbiamo così linee che non vengono aggiornate da troppo tempo (anche se gran parte del danno, in alcuni casi, dipende da terzi che hanno tempi di sviluppo biblici, vero Intel? [2] ).

Quello, però, che viene percepito dal consumatore, dall’utente, è altro; chi ha bisogno di un nuovo MacBook Pro non considera più di tanto il fatto che – nei 467 giorni in cui Apple non ha realizzato la nuova generazione della macchina che sta aspettando – l’azienda ha rilasciato l’iMac Retina, il MacBook, l’iPad Pro (due varianti), l’iPhone 6s (e 6s Plus), l’iPad mini, l’iPod Touch, l’iPod shuffle, l’Watch e l’AppleTV. Senza contare il software.

Assomiglia, sotto certi punti di vista, alle critiche – esilaranti – mosse ai primi prodotti presentati dopo la morte di Steve Jobs: hardware, specialmente, accompagnato puntualmente da un coro di “Steve non avrebbe mai…”.

Oltre al ridicolo derivante dal fatto che il mondo dei commentatori hi-tech fosse pieno di gente che sosteneva di conoscere Jobs meglio di chi ci aveva convissuto lavorativamente per anni, nessuno pareva considerare l’ovvio: prodotti di questo livello di complessità richiedono uno sviluppo pluriennale, dunque era impensabile che non vi fosse ancora la mano del fondatore in quelli appena usciti.

Se – come dice Marco Arment qui sotto – l’Apple Watch è a tutti gli effetti una creatura di Tim Cook, è evidente come il management dietro le decisioni che orientano in generale la compagnia sia sostanzialmente lo stesso (al netto della grossa perdita e di un paio di addii, qualcuno anche salutato con sollievo da chi poi è in prima fila nel criticare Apple “che non è più quella di una volta”) dell’era Jobs.

Ovvio, quindi, che con tempi di progettazione e pianificazione simili, un ritardo anche minimo (e si parla comunque di mesi, come per i chip) su una finestra magari biennale, perdipiù se capita nella fase sbagliata, possa trasformarsi in un anno o più di tempo perso. [3]

Sono il primo a soffrire i mesi di distanza tra un modello e l’altro, anche se ho un rateo di aggiornamento pluriennale: mi dispiace vedere un mostro come il MacPro che apparentemente è impantanato in cicli di aggiornamento inspiegabilmente lunghi [4].

Ma penso anche a tutto ciò che ci è stato presentato in questi anni: un computer da polso, oltre a quello da tasca. Un portatile che finalmente *mantiene la promessa che tutti i portatili non erano riusciti a mantenere finora*: peso ridotto e potenza da vendere per chiunque. [5]
Un computer desktop che ha sconvolto chiunque per le soluzioni ingegneristiche usate, in un ambito in cui nessuno pensava di meravigliarsi più e la corsa si era ridotta a Gigahertz e Gigabytes e Terabytes.
Un altro computer desktop che, mentre tutti si bullavano del 4K, ha fatto capire che non eravamo ancora al limite, anzi: che quel limite poteva essere polverizzato, e che chiunque poteva avere accesso ad una nuova dimensione delle immagini.

Davvero vogliamo lamentarci perché non sappiamo decidere tra 9.7“ e 12”9?
Davvero pensiamo che il non poter aggiornare il nostro vetusto [6] MacBook Pro sia diretta conseguenza dell’iPad?

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Anche perché non sono tanti; a chi obietta che computer, smartphone, set top box, tablet, smartwatch siano tanti, farei presente che il principale concorrente – almeno lato hardware – Samsung produce tutto questo più altre cosucce tipo frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, caccia militari eccetera.  ↩

  2. La situazione è ancora più complessa, in realtà: Intel sforna processori di generazioni successive con una certa costanza, ma le richieste di Apple sono diverse da quelle di un normale produttore. Stesso dicasi per le schede grafiche. Soprattutto per i chip integrati, questo porta a tempi più lunghi tra una generazione e l’altra, cosa che tra l’altro depone sempre più a favore di un futuro di chip in house come gli Ax che muovono i dispositivi mobile di Cupertino).  ↩

  3. Provate ad immaginare di essere responsabili della progettazione di una macchina con gli interni calibrati al millimetro come il MacBook, senza conoscere le caratteristiche del chip che la muoverà – ad esempio quanto calore produce, dunque di quanta dissipazione necessita.
    Oppure di voler utilizzare uno schermo Retina, magari nell’assurda misura di 27", senza sapere come lo reggerà una delle due schede grafiche che sono le uniche – magari – a poter entrare fisicamente nello spazio ridotto dello chassis di un iMac.  ↩

  4. Jim Dalrymple la mette giù molto chiara, al solito:“I don’t see using Intel’s Skylake as an alternative for Apple. There were shortages in the chips, which would have made for MacBook Pro shortages. Worse still, the Skylake chips had a major flaw that affected processing.” (…) “While it is completely reasonable to hold Apple’s feet to the fire when they disappoint us with a product, it is not fair to expect the company to release products that are not ready for the public. Whether it’s their technology or the technology from another company like Intel.”  ↩

  5. E piantiamola con la storiella che siamo tutti videomaker o fotografi che maneggiano centinaia di immagini a millemila pixel in continuazione: chi usa questi argomenti per denigrare un portatile con uno schermo da 12“ è in malafede, punto. Quella è una critica che può esser mossa ad un MacBook Pro, non ad una macchina che dichiara in maniera palese quale sia il proprio target (e sappiate che è il più ampio che esista, cioè quello delle persone ”normali“ che del computer fanno un uso ”generalista“). O vogliamo criticare tutte le automobili che non fanno da 0 a 100 in 3”, anche se ci servono per spostare il divano dal punto A al punto B? Un po’ di prospettiva, diamine.  ↩

  6. Ancora una volta, prospettive ed esigenze: a me, che ho cambiato l’iMac dopo 10 anni (ed un interregno di MacBook Pro che ha fatto sì che comunque aggiornassi il Mac in senso lato dopo 7 anni), leggere di macchine del 2010 o successive considerate obsolete fa sorridere; ma proprio per evitare la sindrome da “sono il centro del mondo, le mie esigenze sono il parametro per quelle universali” che tanto spesso critico, mi guardo bene dal sottovalutare le lamentele di chi necessita di nuovo hardware. Chiedo, però, un po’ di relatività nel punto di vista anche a chi smania per gli aggiornamenti.  ↩

Leave a Comment

Il Mac è morto, viva iOS

Titolone ad effetto, lo riconosco.

Scusate, non lo farò più, caffè pagato se passate da qui.

Trovo però notevole uno degli insegnamenti tratti da John Gruber grazie allo sviluppo di Vesper (sviluppo terminato, se volete sapere bene il perché rivolgetevi a Gruber stesso ).

Quando una delle autorità in ambito Apple come lui inserisce nella sua analisi una frase come:

If I could do it all over again, here is what I would do differently. I would start the exact same way, with Dave and me designing Vesper for iPhone. But then, before Brent wrote a single line of code, we would immediately design Vesper for Mac. And that’s the product we’d have built and shipped first.

qualcosa nel ragionamento comune va rivisto.

Ricordiamo tutti le marce funebri per il Mac App Store, che si trasformavano inevitabilmente in marce funebri per il Mac, perché “signora mia, la ggente non vogliono spendere”.
Pur ammettendo egli stesso come la corsa al ribasso dei prezzi (il temuto/vituperato “tutto a 0,99”) stia affliggendo in misura sempre maggiore anche il Mac (anche perché il Mac vive di nuovi utenti provenienti da iOS, dunque abituati a pagare poco le app – o nulla in molti casi), Gruber afferma che se c’è una piattaforma Apple che ancora permette di vendere le app di livello al giusto prezzo, quella è MacOs.

Oltre quindi ad aggiungere un notevole, ennesimo endorsement alla teoria che oggi il “cross-platform Apple” sia una caratteristica essenziale per il successo di un’applicazione, Gruber riconosce al Mac una caratteristica fondamentale, cioè l’avere ancora una base utente disposta a riconoscere il valore e pagare il giusto prezzo per le applicazioni.

Non dico che non verrà erosa con il tempo, magari tra un anno ci troveremo invece a discutere del problema sottoscrizioni (il cui potenziale abuso mi preoccupa un bel po’, vedi considerazioni su TextExpander ).

Quello che è certo è che, al di là del business model scelto (pagamento upfront, abbonamento, o qualsiasi forma ibrida), coprire il Mac è ancora un’esigenza fondamentale per chiunque voglia sviluppare seriamente in casa Apple.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Come fa notare anche Gruber, Apple ha contribuito alla morte di Vesper su iOS con i miglioramenti apportati all’app Note.
Dopotutto, non capita molto spesso, di recente, di leggere critiche così entusiaste su un’app di default.

Leave a Comment

Lo spirito di Ida

Don’t treat the user like an idiot with tons of boring levels and repetitions and built-in frustrations. Experiment with exciting visuals, perhaps inventive typography and bright alluring colors, to create a unique personality.

Secrets behind the success of Monument Valley – InVision Blog

Monument Valley è – non lo ripeterò mai abbastanza – uno dei migliori giochi in cui mi sia imbattuto, indipendentemente dalla piattaforma.

Anche se è facile intuire il lavoro e la cura che occorrono per dare vita ad un prodotto di tale livello, leggere un dietro le quinte così esaustivo – soprattutto per ciò che riguarda quello che potremmo definire lo spirito con cui è stato sviluppato – è sempre un piacere.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Leave a Comment

Brothers in arms?

In general, things kind of sucked. Most people could get by, but you had to find a lot of work arounds — which is also why I find it a little funny when long time Mac users shake their heads at people trying to go iOS only, as they should be the first to sympathize having spent a good part of their lives tackling the same issues to use a platform they love.

Full Time iPad Pro — The Brooks Review

Ben Brooks fa scendere una lacrimuccia sulla guancia del Macuser che fui (dal 2003, non dal 2004 di cui parla lui: il mio era un iBook G3) e pone un’interessante questione: perché gli utenti Mac, soprattutto i veterani, sono così scettici nei confronti di chi sostiene di poter vivere solo con iOS?

In fin dei conti, è la stessa reazione che subivano loro quando rendevano noto di usare solo quegli strani cosi con una mela sopra invece dei veri computer con Windows sopra.

Azzardo un’ipotesi: ci piaceva sentirci illuminati, all’epoca. Pensare di aver visto arrivare il futuro prima degli altri, anzi di più, di averlo riconosciuto ed abbracciato come pionieri digitali.
In realtà, eravamo solo – più o meno coscientemente – disposti ad accettare un rischio e parecchia scomodità (almeno all’inizio).

Esattamente ciò che oggi fa chi sposa un metodo di lavoro iOS-only, convinto (se a torto o a ragione lo dirà solo il tempo) di vivere nel futuro dell’informatica.

Ogni età ha i suoi pionieri, e non sempre ne facciamo parte.

Stay Tuned,
Mr.Frost

4 Comments

Conoscenza è potere

All’improvviso capita una cosa strana. Life In Low Fi risulta quasi sempre irraggiungibile. Ora, già che siamo qua tra noi 4, precisiamo: non è che sia stato sommerso dai tweet di frotte di utenti disperati o chissà che.
Semplicemente, avevo un paio di post da caricare, complice il test approfondito su Ulysses, e non sembrava esserci vita nel web.

Solito giro.

Si rivedono tutti i settaggi, si disabilitano a turno i plugin più “invadenti” (Jetpack e Wordfence), si riprova il login da zero con Ulysses.
Niente.

A questo punto, un po’ alla cieca, si va a verificare lo stato del paziente dal pannello di controllo web dell’hosting. Qui vengo a scoprire che ho quasi tutto lo spazio occupato.
La cosa chiaramente non è possibile, quindi chiedo l’aiuto di un esperto (che per sua sfortuna conosce un imbranato come il sottoscritto), il quale in un tempo umiliantemente basso risolve l’arcano.

Vero è che ognuno è specialista nel suo campo, ma ogni volta che vedo muoversi in ambiti che per me sfiorano l’estetica chi invece ha sicurezza e abitudine a farlo (in qualunque ambito, fosse anche l’agricoltura: il mio pollice verde è perennemente verso – se voleste disfarvi per sempre di un qualsiasi vegetale sono a disposizione, prezzi modici e risultato garantito in breve tempo) mi viene da pensare: di quante cose servirebbe (sarebbe bello avere) almeno un’infarinatura.

Quanto basta per risolvere i problemi più banali, o almeno per capire cosa stia succedendo (o non succedendo).

Poi però mi si presenta il lato oscuro della forza: se anche riuscissimo ad essere un po’ esperti in un bel po’ di campi (ricordiamo la definizione di “Esperto”: colui che sa sempre di più su sempre di meno, fino a sapere tutto di niente), questo ci porterebbe a non esserlo davvero in nessuno.

È l’eterno – almeno per me – dilemma tra il saper fare più cose possibili ad un livello magari appena decente, o molte di meno ma decisamente meglio.

Per fortuna poi ci pensano le giornate di sole 24 ore ed il fatto di disporre di un’unica vita a rimettere tutto a posto, comprimendo il tempo a disposizione al punto tale che riuscire a saper fare molte meno cose ad un livello appena decente è una conquista epocale.

Stay Tuned,
Mr.Frost

2 Comments

Fast, faster, not fast enough

It seems to me we’re moving in the right direction but not fast enough. I, for one, cannot wait for the day that I can get rid of all these bits of plastic I am carrying around.

Chip-on-Card vs. Apple Pay — MacSparky

Non potrei essere piu d’accordo di cosi. E il discorso vale anche per i documenti di identità, uno su tutti (la lenzuolata per eccellenza), di cui aspettiamo con ansia da anni la digitalizzazione (o quanto meno l’unificazione in forma piu civile).
Sapendo, per altro (temendo, va’ siamo ottimisti), che quando arriverà porterà con se un milione di formati oscuri ed incomprensibili e non interoperabili.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S.: non so se sia buffo o deprimente, ma sicuramente è esemplificativo. Pur ammettendo che il passaggio dalla banda magnetica al chip sia un enorme passo in avanti sul fronte della sicurezza, e riconoscendo l’incredibile ritardo con cui gli USA hanno introdotto il sistema, i commenti virano inevitabilmente su un solo punto: perché usare il chip, quando c’è un sistema ancor più rapido e più sicuro? Noi viviamo ancora come un mezzo miracolo il chip suddetto, nonostante anni di uso (quante volte nei negozi viene strisciata la banda magnetica, anche se il chip è presente?).

Leave a Comment