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Tag: Deliri

Ulysses e WordPress – Storie di troubleshooting

L’odissea è terminata.

Pensavate di risparmiarvela, la battutona, eh?

Davvero ci avevate sperato?

Allora non mi conoscete.

Riferimenti vetero scolastici a parte, ci siamo.

Ultima (sperabilmente) puntata della saga di Ulysses, l’editor di testo Markdown migliore sul mercato che non voleva farsi utilizzare da me.

Riassunto delle puntate precedenti:
dopo una breve ma travolgente passione ai tempi della sua versione III su Mac, avevo accantonato Ulysses per un paio di motivi.
L’impossibilità di pubblicare direttamente su WordPress e la mancanza di una versione per iOS mi avevano spinto tra le braccia di ByWord, che reputo a tutt’oggi il miglio editor di testi Markdown per piattaforme Apple se non necessitate di particolare complessità di gestione.

Con il tempo le due lacune sono state elegantemente ed efficacemente colmate, riaccendendo così la mia curiosità per l’applicazione di The Soulmen.

A costo di sentirmi dare del matto (cosa regolarmente avvenuta, peraltro) investo anche nella versione iOS e mi ritrovo con un sistema di scrittura ancora migliore di quanto lo ricordassi.
Qui infatti emerge la prima differenza sostanziale con Byword (che – se non l’aveste capito – in virtù di quanto scritto sopra fungerà da pietra di paragone più o meno esplicita durante tutto il racconto).

Byword è splendidamente minimalista, con ciò intendendo che ha tutte le funzioni che si possono chiedere ad un editor e nulla in sovrappiù. Potremmo definirlo come appartenente a quella categoria di applicazioni con un focus ben preciso, ma che non sacrificano funzioni o libertà di movimento dell’utente in nome di scelte progettuali esplicite a monte (come invece fa – a mio avviso e per esempio – iAWriter).

Ulysses è diverso.
Organizzazione, flessibilità, personalizzazione.
Che si debba gestire un blog leggero come questo o un romanzo da 1000 pagine e 50 capitoli, l’applicazione mastica tutto in scioltezza.

Tutta questa – lunga, lo ammetto – divagazione iniziale per rendere l’idea di quanto fossi curioso e felice di poter usare finalmente il programma di The Soulmen come base operativa unica (Drafts escluso. Io adoro Drafts, credo di averlo detto qualche volta di sfuggita).

Installo dunque la suite su tutti e tre i dispositivi, configuro il tutto a piacere, attivo la sincronizzazione iCloud e scribacchio due righe tanto per riscaldarmi e fare conoscenza con l’ambiente di lavoro.

Il passo successivo consiste – ovviamente – nel fornire i dati necessari alla pubblicazione su WP self-hosted: nome utente, password, url del sito.
Roba banale, campi compilati in un soffio, tanto da non rendermi nemmeno conto che l’url fornito d’esempio comincia con https.

Test di autenticazione, qualche secondo (un po’ tanti…ma insomma, è il primo accesso) e… Timeout di connessione.
Alternative invitanti: Richiedi assistenza o Annulla.

L’assistenza è per le signorine e per i casi in cui serve il supporto aereo, quindi annullo e riprovo.

Qui noto l’url sicuro richiesto, mi domando per circa 5 secondi se quello strano requisito non sia per caso necessario, e decido di approfondire.
In nessuno degli articoli che trovo online si fa menzione della necessità di un https, quindi deduco (non essendo così automatico il possederlo, nè scopro particolarmente facile o economico) non sia altro che una possibilità.

Decido di sorvolare, e imputo il timeout alle meravigliose tre tacche scarse in 3G che Fastweb – tramite rete 3 – mi offre in campagna. 1

Durante un passaggio radente a casa, forte del Wi-Fi, ritento l’operazione.
Con il medesimo, sconfortante risultato.

Ricorro quindi al metodo di verifica proprio di chi ha a stento il pollice opponibile: copio e incollo il post sul fido ByWord, e procedo spavaldamente alla pubblicazione.

Timeout di connessione.
Ooops.

Una breve verifica con Safari mi conferma che il blog è irraggiungibile, perché “Il server ha smesso di rispondere”.
Eh, beh, ma allora è un problema del server. Facile.
Ulteriore controllo su TopHost, da cui ovviamente risulta che…è tutto a posto.

Perplesso, rimando tutto a domani. (cit.)

Dopo circa 12 ore, ulteriori indagini (e caffè), il sito sembra essere regolarmente raggiungibile, quindi procedo ad un nuovo tentativo di pubblicazione.
Questa volta, niente timeout, quindi tutt’appos…No. Check, sito irraggiungibile per circa dieci minuti, trascorsi i quali tutto ritorna a posto; del post, però, non c’è la minima traccia.

A questo punto, si sfora nella questione di principio.2

Il problema viene comunicato contemporaneamente al servizio di hosting e agli sviluppatori.
TopHost, pur con qualche inceppamento iniziale, mette in moto la macchina dell’analisi, che però porta a risultati assai scarsi. Complice un difetto di comunicazione (non mi viene minimamente spiegato quali verifiche vengano effettuate, e pare che le mie indicazioni riguardo alle circostanze in cui si verifica il blocco siano considerate poco), tutto ciò che ottengo è una serie di ticket chiusi senza che nulla sia cambiato.
The Soulmen, da parte propria, si dimostra molto disponibile ma abile solo a suggerire una serie di domande da “girare” all’host. Decisamente scomodo e – almeno nell’immediato – poco fruttuoso per i motivi di cui sopra.

Si va avanti così per un bel po’, finché la questione viene presa di petto da TopHost (suppongo anche in seguito ad una mia moderata rimostranza) e si comincia ad intuire l’origine del problema.

Spunta fuori che il server viene paralizzato in seguito all’intervento del “sistema anti hacking”: vengono effettuati “ripetuti richiami ravvicinati al file xmlrpc.php”, comportamento che il sistema interpreta come anomalo e sintomo di un attacco.
Riferisco agli sviluppatori, ed effettivamente mi viene comunicato che Ulysses effettua parecchie chiamate per recuperare dati ed impostazioni dal server: viene anche suggerito di chiedere a TopHost una “deroga” al sistema per impedire che questo venga letto come un comportamento ostile.

Inutile dire che non è possibile.

Ottengo però un “allentamento” dei suddetti parametri, che portano la tolleranza a 20 richiami in 5 minuti.

Tanto basta.

Ulysses ora funziona regolarmente, dopo qualche post ancora non si sono verificati problemi, e la situazione sembra essersi stabilizzata.

Riassumendo: ci sono innumerevoli variabili invisibili che determinano il funzionamento dei sistemi complessi, soprattutto attraverso le reciproche interagenze.
Internet, anche se un sacco di gente si sforza di convincerci del contrario, è un sistema complesso. Con un sacco di interagenze.
Non sappiamo (non so) perché ByWord non effettui così tante chiamate da irritare il server mentre Ulysses (ed altri, a quanto pare) ne hanno bisogno.
Sappiamo che non è possibile, per uno sviluppatore come per un hosting, effettuare un testing esaustivo delle sostanzialemente infinite combinazioni software che è possibile usare per produrre e distribuire il medesimo contenuto.
Sistemi operativi diversi, applicazioni diverse, connessioni e servizi di host diversi, impostazioni diverse all’interno dei medesimi servizi e software che – combinati tra loro – portano ad esiti non prevedibili (non sempre, non del tutto).

L’unica certezza che abbiamo è che un buon processo di troubleshooting sulla nostra macchina, con un software che conosciamo a menadito (magari ne siamo anche gli autori) ed in un ambiente controllato di cui tutto o quasi ci è noto può essere un affare relativamente semplice. 3

Ma in qualunque altro caso – o per meglio dire combinazione di casi – l’unico metodo valido di troubleshooting è la collaborazione tra le parti interessate.
Fornire ogni dato di cui si è in possesso, farlo circolare, al limite anche formulare ipotesi, tutto contribuisce a chiarire il maggior numero possibile di aspetti del problema.

Perché quando la parte tecnologica fallisce, tutto ciò che resta sono le risorse umane.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Perché sì, la cosa va avanti da Agosto. 
  2. (Da leggersi con la voce di Villaggio quando fa il narratore di Fantozzi) Era quella una peculiare e pericolosissima condizione che lo assaliva ogniqualvolta si trovava di fronte ad un’apparente cazzata, la quale però assumeva un grado di inspiegabilità pari alle linee di Nazca. Consisteva, più o meno, nel maturare una velata e quasi impercettibile ossessione che svaniva solo con la soluzione del problema. Il processo poteva richiedere: attacchi di panico, furia omicida, isolamento dal mondo, visioni mistiche. Non necessariamente in quest’ordine. 
  3. Attenzione: può. Spesso e volentieri, non è semplice neppure in queste condizioni ideali. Per questo il debugging non è una scienza esatta. 
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Un mistero a puntate

Ok, adesso le cose si fanno strane davvero.
Il post che vedete qui sotto era niente più che un tentativo (senza alcun ottimismo) finalizzato a raccogliere alcuni dati per conto dell’hosting.

Questa volta, però, alla solita apocalisse morbida, si è aggiunto un ito risultava irraggiungibile immediatamente dopo la pubblicazione, come sempre è successo da quando è cominciata questa “caccia al bug”, ma il post è stato effettivamente pubblicato.

Può essere uno spiraglio? Oppure l’universo mi sta crudelmente illudendo?
Nel dubbio, pubblico queste poche righe passando ancora da Ulysses (versione iOS, ché il post del mistero addizionale era stato composto ed inviato da Mac).

Tra poco verificheremo se qualcosa stia davvero cambiando.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Pare che il succo del discorso sia: Ulysses (ed un sacco di altri editor, temo, salvo ByWord) effettua un mucchio di chiamate ravvicinate ad xlmrpc, mandando in palla il sistema di protezione del sito. Ora non resta che capire se si debba (possa?) operare sulla configurazione di WordPress o sull’hosting.

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Potenzialità inespresse

Storia vera di come Facebook sia in grado di suggerire (e nel mondo di FB, “essere in grado” vuol dire “fare”) ai propri iscritti contatti e amicizie con cui i malcapitati hanno rapporti che la grande F non dovrebbe conoscere.

Tutte situazioni del tipo:

  • pazienti di uno psicologo ad altri pazienti del medesimo
  • rapinati ai propri rapinatori e viceversa
  • ex fiamme (o peggio, relazioni extraconiugali) al partner

e via dicendo con questo genere di piacevolezze.

Abbondano le ipotesi e le speculazioni sul come e sul perché, anche se qualcuno (tra i commentatori di Attivissimo) fa notare come il livello di intrusione di Google sia già spaventosamente alto, regolato com’è perdipiù da un algoritmo di cui nulla sappiamo.

Il fatto è che siamo, da tempo ormai, portatori sani di dati quantificabili.

Tablet, smartwatch, fitness band, l’onnipresente smartphone, raccolgono (nella stragrande maggioranza dei casi con il nostro consenso non troppo informato e troppo superficialmente concesso) una miriade di dati su di noi, le nostre abitudini, i nostri spostamenti e simili.

Pur se inquietante, pensando soprattutto ad usi distorti che sarebbe possibile farne, di cui la pubblicità assillante sembra all’improvviso il meno problematico, non posso non considerare il fenomeno affascinante.

Mi vengono in mente svariate opere che aveva – in maniera più o meno “fantascientifica” – ipotizzato uno sviluppo simile. Penso a Matrix, la cui simulazione arriva a sostituire il mondo fisico; a Nemico pubblico, che dimostrava già all’epoca (1998) come potesse essere sfruttata pressoché ogni tecnologia ai fini della sorveglianza.

Ma anche Person Of Interest, Mr.Robot (per quel che ne ho letto), Watchdog (noiosissimo, ma questo era uno dei pilastri).

Non sono convinto che l’uso distopico sia l’unico possibile, ma certamente è uno dei primi a venire sperimentato: come spesso accade per la tecnologia, gli armamenti (in senso anche molto lato) sono insieme motore di sviluppo e test field.

Tuttavia pensate al potenziale di un uso corretto di tali dati e tecnologie: soccorsi e raccolta dati in zone di disastri naturali (Facebook Check), ricerca diffusa su malattie rare o meno (Apple Healtkit), disvelamento di rapporti poco trasparenti tra persone, governi, organizzazioni (WikiLeaks), frodi finanziarie e non (Panama Papers).

Per questo trovo importante, più di ogni altra cosa, che le tecnologie ed il loro funzionamento sia per quanto possibile [1] pubbliche e soprattutto utilizzabili dal più ampio numero di persone; certo non avremo mai l’algoritmo di Google, ma sapere che esista e – a grandi linee – come funziona e come potrebbe essere “pilotato” può servire già a molto.

Magari anche solo a farci decidere di usare un altro motore di ricerca

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Qualche limite sono anche disposto a concepirlo in ottica di semplice “vantaggio competitivo”: senza i soldi degli iPhone difficilmente Apple avrebbe potuto permettersi di sviluppare HealthKit, impegnata a sopravvivere in un mercato altamente competitivo con la tendenza al ribasso estremo dei prezzi.  ↩

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Oh, coraggio…

He just said the wrong thing. Or, if you prefer, he said the right thing, the wrong way.
Had he said something like “courage of our conviction,” I bet there would not be such outRAGE. It sounds ridiculous, I know. But I really believe that.

CouRAGE

Spesso io e Siegler siamo d’accordo; apprezzo quello che scrive e come lo scrive, il più delle volte, ma questa volta concordo solo su un aspetto: tutta questa polemica sull’uso della parola coraggio da parte di Schiller è ridicola .
Si parte dalla semantica (quelli più fuori di testa arrivano a dissertare in termini filosofici, e giù migliaia di caratteri di rara stupidità su Apple che offende i veri esempi di coraggio) e si finisce a discutere dei massimi sistemi per contestare una singola parola il cui significato era assolutamente palese.

Ed era, lasciatemelo dire, perfettamente corretto.

Tutti quelli che ora dicono che Apple ha esagerato ad utilizzare un termine simile hanno quantomeno la memoria corta.

Nelle settimane passate, nei mesi passati, il tenore dei commenti sull’argomento era il seguente:

What exciting times for phones! We’re so out of ideas that actively making them shittier and more user-hostile is the only innovation left.

Apple is ditching the standard headphone jack to screw consumers and the planet

iPhone 7: 6 motivi per cui togliere il jack audio è una pessima idea

Tutto questo originato da una singola, supposta scelta progettuale, di cui non conoscevamo le ragioni, effettuata su un prodotto commercialmente ancora inesistente.

Tutto questo, diretto a massacrare preventivamente la società hi-tech con maggiore visibilità e riconoscibilità al mondo, colpendo il suo prodotto di punta (quello stesso prodotto che, ricordiamolo, è sotto molti aspetti il maggiore successo commerciale singolo della storia).

Ricordiamo ai medesimi soggetti affetti da amnesie selettive, che – tanto per dire – Microsoft ha creato Windows 10 per stemperare la furia omicida dei propri utenti in seguito alla rimozione del menù Avvio.

Quindi sì, c’è voluto del coraggio.

Coraggio nell’andare incontro alla shitstorm strumentale sviluppatasi grazie a chi deisderava ardentemente vedere il numero delle visite al proprio Blog/sito/account Medium salire vertiginosamente.

Coraggio nel proporre, ancora una volta, una soluzione che adesso sembra stupida, ostile agli utenti ed ingiustificabile, e che improvvisamente sarà “industry standard” quando tra un anno o meno tutti i maggiori produttori l’avranno compiuta (qualcuno ha addirittura anticipato Apple, vero Lenovo? Vero, LeEco?).

Concludo con una considerazione che parte da questo falso problema per affrontarne uno leggermente più serio, a mio avviso: se davvero pensate che l’unico significato accettabile del termine coraggio sia quello di piazzarsi ostinatamente davanti ad un carrarmato, ricordatevi che stiamo parlando solo di telefoni. Perchè avete seri problemi di prospettiva se non riuscite a cogliere la diversa portata delle due cose.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Siegler stesso, purtroppo, *ribadisce*la propria posizione, e la pezza è peggiore del buco:

Removing the headphone jack didn’t require courage, it required Apple doing what Apple always does: pushing forward towards a future they see as inevitable.

In pieno stile armiamoci e partite. Desolante.

P.P.S. Anticipo coloro che si scaglieranno contro il marketing eccessivamente roboante di Apple e mi permetto un paio di considerazioni in merito:
– Apple fa così, da anni, per moltissimi aspetti dei propri prodotti (in senso lato): magical, impossible ed altre iperboli si sprecano, al punto tale da aver dato vita a parecchie parodie divertenti, incluso un account fittizio di Jony Ive su Twitter(@JonyIveParody) che consiglio di seguire. Chi si scandalizza ora avrebbe dovuto contestare quasi ogni singolo passaggio cardine dei Keynote degli ultimi anni.
– Ad un (effettivo) eccesso di autocelebrazione e “marketing buzzword” da parte di Apple, si sta reagendo in maniera scomposta e con un peccato ugualmente grave: uno stucchevole eccesso di retorica; utilizzare Anna Frank per criticare il produttore di un telefono su una scelta progettuale mi sembra davvero fuori luogo.

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Bot Or Not

Interessante post su Medium, ad opera di How We Get To Next, riguardante i migliori BOT attualmente in circolazione.

Alcune considerazioni a margine rendono piuttosto evidente come, già ad uno stato embrionale come quello in cui ci troviamo, i BOT possano essere molto pericolosi (leggete di quello che ha come intento il parodiare Trump e ditemi che le preoccupazioni degli autori non sono anche le vostre, almeno in parte).

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Il titolo del post è ladattamento di quello di uno dei podcast più interessanti per chi mangia pane e fantascienza: Robot Or Not, del circuito di The Incomparable, s’interroga infatti ad ogni puntata sull’applicabilità della definizione di robot a varie “persone artificiali” note o meno.
Per chi mastica l’inglese, un bell’esercizio intellettuale.

P.P.S. Per quelli cui la lingua del Bardo crea qualche problema, posso consigliare un paio almeno di puntate di Digitalia, in cui viene discussa la vera o presunta ascesa dei BOT, come questi dovrebbero essere strutturati e dove potrebbero avere più senso.

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Varianti & ritardi

Leggo spesso che Apple avrebbe una lineup confusa, perché avrebbe esagerato con la differenziazione dei prodotti eccetera.

Sono più che convinto che Apple abbia il dovere, come azienda, di occupare quanta più parte possibile [1] dei mercati in cui decide di entrare.

L’ho sempre ritenuta una critica solo in parte fondata, soprattutto se -per
comodità di polemica – si considera come metro di paragone solo la mitizzata griglia 2×2 di jobsiana memoria.

Eppure non è difficile da vedere come, in sostanza, la linea si sia espansa, più che complicata.

iPad Portatili Desktop
Mini MacBook Mini
Air Air iMac
Pro Pro Pro

Watch, TV ed altri sono accessori : il primo non esiste senza l’iPhone, la seconda ha appena adesso conquistato dignità di un proprio AppStore (e ci sono volute 4 generazioni).

Quello che è aumentato a dismisura sono le varianti dei prodotti Apple.
Sfido però chiunque a non vedere almeno un paio di differenze fondamentali e perciò discriminanti tra un prodotto e l’altro all’interno della stessa famiglia.

Certamente tutto questo rischia di nuocere seriamente alla capacità dell’azienda di concentrarsi sulla qualità dei singoli prodotti; ma il vero pericolo, secondo me, è in realtà quello di dilatare i tempi.
Abbiamo così linee che non vengono aggiornate da troppo tempo (anche se gran parte del danno, in alcuni casi, dipende da terzi che hanno tempi di sviluppo biblici, vero Intel? [2] ).

Quello, però, che viene percepito dal consumatore, dall’utente, è altro; chi ha bisogno di un nuovo MacBook Pro non considera più di tanto il fatto che – nei 467 giorni in cui Apple non ha realizzato la nuova generazione della macchina che sta aspettando – l’azienda ha rilasciato l’iMac Retina, il MacBook, l’iPad Pro (due varianti), l’iPhone 6s (e 6s Plus), l’iPad mini, l’iPod Touch, l’iPod shuffle, l’Watch e l’AppleTV. Senza contare il software.

Assomiglia, sotto certi punti di vista, alle critiche – esilaranti – mosse ai primi prodotti presentati dopo la morte di Steve Jobs: hardware, specialmente, accompagnato puntualmente da un coro di “Steve non avrebbe mai…”.

Oltre al ridicolo derivante dal fatto che il mondo dei commentatori hi-tech fosse pieno di gente che sosteneva di conoscere Jobs meglio di chi ci aveva convissuto lavorativamente per anni, nessuno pareva considerare l’ovvio: prodotti di questo livello di complessità richiedono uno sviluppo pluriennale, dunque era impensabile che non vi fosse ancora la mano del fondatore in quelli appena usciti.

Se – come dice Marco Arment qui sotto – l’Apple Watch è a tutti gli effetti una creatura di Tim Cook, è evidente come il management dietro le decisioni che orientano in generale la compagnia sia sostanzialmente lo stesso (al netto della grossa perdita e di un paio di addii, qualcuno anche salutato con sollievo da chi poi è in prima fila nel criticare Apple “che non è più quella di una volta”) dell’era Jobs.

Ovvio, quindi, che con tempi di progettazione e pianificazione simili, un ritardo anche minimo (e si parla comunque di mesi, come per i chip) su una finestra magari biennale, perdipiù se capita nella fase sbagliata, possa trasformarsi in un anno o più di tempo perso. [3]

Sono il primo a soffrire i mesi di distanza tra un modello e l’altro, anche se ho un rateo di aggiornamento pluriennale: mi dispiace vedere un mostro come il MacPro che apparentemente è impantanato in cicli di aggiornamento inspiegabilmente lunghi [4].

Ma penso anche a tutto ciò che ci è stato presentato in questi anni: un computer da polso, oltre a quello da tasca. Un portatile che finalmente *mantiene la promessa che tutti i portatili non erano riusciti a mantenere finora*: peso ridotto e potenza da vendere per chiunque. [5]
Un computer desktop che ha sconvolto chiunque per le soluzioni ingegneristiche usate, in un ambito in cui nessuno pensava di meravigliarsi più e la corsa si era ridotta a Gigahertz e Gigabytes e Terabytes.
Un altro computer desktop che, mentre tutti si bullavano del 4K, ha fatto capire che non eravamo ancora al limite, anzi: che quel limite poteva essere polverizzato, e che chiunque poteva avere accesso ad una nuova dimensione delle immagini.

Davvero vogliamo lamentarci perché non sappiamo decidere tra 9.7“ e 12”9?
Davvero pensiamo che il non poter aggiornare il nostro vetusto [6] MacBook Pro sia diretta conseguenza dell’iPad?

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Anche perché non sono tanti; a chi obietta che computer, smartphone, set top box, tablet, smartwatch siano tanti, farei presente che il principale concorrente – almeno lato hardware – Samsung produce tutto questo più altre cosucce tipo frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, caccia militari eccetera.  ↩

  2. La situazione è ancora più complessa, in realtà: Intel sforna processori di generazioni successive con una certa costanza, ma le richieste di Apple sono diverse da quelle di un normale produttore. Stesso dicasi per le schede grafiche. Soprattutto per i chip integrati, questo porta a tempi più lunghi tra una generazione e l’altra, cosa che tra l’altro depone sempre più a favore di un futuro di chip in house come gli Ax che muovono i dispositivi mobile di Cupertino).  ↩

  3. Provate ad immaginare di essere responsabili della progettazione di una macchina con gli interni calibrati al millimetro come il MacBook, senza conoscere le caratteristiche del chip che la muoverà – ad esempio quanto calore produce, dunque di quanta dissipazione necessita.
    Oppure di voler utilizzare uno schermo Retina, magari nell’assurda misura di 27", senza sapere come lo reggerà una delle due schede grafiche che sono le uniche – magari – a poter entrare fisicamente nello spazio ridotto dello chassis di un iMac.  ↩

  4. Jim Dalrymple la mette giù molto chiara, al solito:“I don’t see using Intel’s Skylake as an alternative for Apple. There were shortages in the chips, which would have made for MacBook Pro shortages. Worse still, the Skylake chips had a major flaw that affected processing.” (…) “While it is completely reasonable to hold Apple’s feet to the fire when they disappoint us with a product, it is not fair to expect the company to release products that are not ready for the public. Whether it’s their technology or the technology from another company like Intel.”  ↩

  5. E piantiamola con la storiella che siamo tutti videomaker o fotografi che maneggiano centinaia di immagini a millemila pixel in continuazione: chi usa questi argomenti per denigrare un portatile con uno schermo da 12“ è in malafede, punto. Quella è una critica che può esser mossa ad un MacBook Pro, non ad una macchina che dichiara in maniera palese quale sia il proprio target (e sappiate che è il più ampio che esista, cioè quello delle persone ”normali“ che del computer fanno un uso ”generalista“). O vogliamo criticare tutte le automobili che non fanno da 0 a 100 in 3”, anche se ci servono per spostare il divano dal punto A al punto B? Un po’ di prospettiva, diamine.  ↩

  6. Ancora una volta, prospettive ed esigenze: a me, che ho cambiato l’iMac dopo 10 anni (ed un interregno di MacBook Pro che ha fatto sì che comunque aggiornassi il Mac in senso lato dopo 7 anni), leggere di macchine del 2010 o successive considerate obsolete fa sorridere; ma proprio per evitare la sindrome da “sono il centro del mondo, le mie esigenze sono il parametro per quelle universali” che tanto spesso critico, mi guardo bene dal sottovalutare le lamentele di chi necessita di nuovo hardware. Chiedo, però, un po’ di relatività nel punto di vista anche a chi smania per gli aggiornamenti.  ↩

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Il Mac è morto, viva iOS

Titolone ad effetto, lo riconosco.

Scusate, non lo farò più, caffè pagato se passate da qui.

Trovo però notevole uno degli insegnamenti tratti da John Gruber grazie allo sviluppo di Vesper (sviluppo terminato, se volete sapere bene il perché rivolgetevi a Gruber stesso ).

Quando una delle autorità in ambito Apple come lui inserisce nella sua analisi una frase come:

If I could do it all over again, here is what I would do differently. I would start the exact same way, with Dave and me designing Vesper for iPhone. But then, before Brent wrote a single line of code, we would immediately design Vesper for Mac. And that’s the product we’d have built and shipped first.

qualcosa nel ragionamento comune va rivisto.

Ricordiamo tutti le marce funebri per il Mac App Store, che si trasformavano inevitabilmente in marce funebri per il Mac, perché “signora mia, la ggente non vogliono spendere”.
Pur ammettendo egli stesso come la corsa al ribasso dei prezzi (il temuto/vituperato “tutto a 0,99”) stia affliggendo in misura sempre maggiore anche il Mac (anche perché il Mac vive di nuovi utenti provenienti da iOS, dunque abituati a pagare poco le app – o nulla in molti casi), Gruber afferma che se c’è una piattaforma Apple che ancora permette di vendere le app di livello al giusto prezzo, quella è MacOs.

Oltre quindi ad aggiungere un notevole, ennesimo endorsement alla teoria che oggi il “cross-platform Apple” sia una caratteristica essenziale per il successo di un’applicazione, Gruber riconosce al Mac una caratteristica fondamentale, cioè l’avere ancora una base utente disposta a riconoscere il valore e pagare il giusto prezzo per le applicazioni.

Non dico che non verrà erosa con il tempo, magari tra un anno ci troveremo invece a discutere del problema sottoscrizioni (il cui potenziale abuso mi preoccupa un bel po’, vedi considerazioni su TextExpander ).

Quello che è certo è che, al di là del business model scelto (pagamento upfront, abbonamento, o qualsiasi forma ibrida), coprire il Mac è ancora un’esigenza fondamentale per chiunque voglia sviluppare seriamente in casa Apple.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Come fa notare anche Gruber, Apple ha contribuito alla morte di Vesper su iOS con i miglioramenti apportati all’app Note.
Dopotutto, non capita molto spesso, di recente, di leggere critiche così entusiaste su un’app di default.

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Brothers in arms?

In general, things kind of sucked. Most people could get by, but you had to find a lot of work arounds — which is also why I find it a little funny when long time Mac users shake their heads at people trying to go iOS only, as they should be the first to sympathize having spent a good part of their lives tackling the same issues to use a platform they love.

Full Time iPad Pro — The Brooks Review

Ben Brooks fa scendere una lacrimuccia sulla guancia del Macuser che fui (dal 2003, non dal 2004 di cui parla lui: il mio era un iBook G3) e pone un’interessante questione: perché gli utenti Mac, soprattutto i veterani, sono così scettici nei confronti di chi sostiene di poter vivere solo con iOS?

In fin dei conti, è la stessa reazione che subivano loro quando rendevano noto di usare solo quegli strani cosi con una mela sopra invece dei veri computer con Windows sopra.

Azzardo un’ipotesi: ci piaceva sentirci illuminati, all’epoca. Pensare di aver visto arrivare il futuro prima degli altri, anzi di più, di averlo riconosciuto ed abbracciato come pionieri digitali.
In realtà, eravamo solo – più o meno coscientemente – disposti ad accettare un rischio e parecchia scomodità (almeno all’inizio).

Esattamente ciò che oggi fa chi sposa un metodo di lavoro iOS-only, convinto (se a torto o a ragione lo dirà solo il tempo) di vivere nel futuro dell’informatica.

Ogni età ha i suoi pionieri, e non sempre ne facciamo parte.

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Conoscenza è potere

All’improvviso capita una cosa strana. Life In Low Fi risulta quasi sempre irraggiungibile. Ora, già che siamo qua tra noi 4, precisiamo: non è che sia stato sommerso dai tweet di frotte di utenti disperati o chissà che.
Semplicemente, avevo un paio di post da caricare, complice il test approfondito su Ulysses, e non sembrava esserci vita nel web.

Solito giro.

Si rivedono tutti i settaggi, si disabilitano a turno i plugin più “invadenti” (Jetpack e Wordfence), si riprova il login da zero con Ulysses.
Niente.

A questo punto, un po’ alla cieca, si va a verificare lo stato del paziente dal pannello di controllo web dell’hosting. Qui vengo a scoprire che ho quasi tutto lo spazio occupato.
La cosa chiaramente non è possibile, quindi chiedo l’aiuto di un esperto (che per sua sfortuna conosce un imbranato come il sottoscritto), il quale in un tempo umiliantemente basso risolve l’arcano.

Vero è che ognuno è specialista nel suo campo, ma ogni volta che vedo muoversi in ambiti che per me sfiorano l’estetica chi invece ha sicurezza e abitudine a farlo (in qualunque ambito, fosse anche l’agricoltura: il mio pollice verde è perennemente verso – se voleste disfarvi per sempre di un qualsiasi vegetale sono a disposizione, prezzi modici e risultato garantito in breve tempo) mi viene da pensare: di quante cose servirebbe (sarebbe bello avere) almeno un’infarinatura.

Quanto basta per risolvere i problemi più banali, o almeno per capire cosa stia succedendo (o non succedendo).

Poi però mi si presenta il lato oscuro della forza: se anche riuscissimo ad essere un po’ esperti in un bel po’ di campi (ricordiamo la definizione di “Esperto”: colui che sa sempre di più su sempre di meno, fino a sapere tutto di niente), questo ci porterebbe a non esserlo davvero in nessuno.

È l’eterno – almeno per me – dilemma tra il saper fare più cose possibili ad un livello magari appena decente, o molte di meno ma decisamente meglio.

Per fortuna poi ci pensano le giornate di sole 24 ore ed il fatto di disporre di un’unica vita a rimettere tutto a posto, comprimendo il tempo a disposizione al punto tale che riuscire a saper fare molte meno cose ad un livello appena decente è una conquista epocale.

Stay Tuned,
Mr.Frost

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