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Stolen – Nervi a fior di pelle e confini spostati un po’ più in là

[…] it’s tremendously unnerving to have someone tell you out of nowhere that they “own” you now. That your name and likeness is being traded on an app you had no knowledge of and hadn’t given permission to. The whole concept of people being able to own, buy and sell other people without their consent is absolutely abhorrent to us, and raises a slew of problems that it’s clear the team at Stolen haven’t anticipated.

Gadgette via The Loop

Quello che trovo preoccupante, anche se forse non quanto il resto del mondo, a giudicare dal tono degli articoli che ho letto, nella vicenda Stolen, non è tanto il fatto che qualcuno possa aver scritto tanto male un software da far nascere il dubbio che una “collezione di figurine virtuale” basata sugli account Twitter potesse essere una “vera” (seppure virtuale) compravendita di persone.
Nemmeno il fatto che per essere tirati in mezzo a questa idiozia telematica fosse sufficiente essere nella lista degli account seguiti da qualcuno che aveva deciso di dare un’occhiata all’app.
In fin dei conti, come fa giustamente notare l’imbarazzato CEO della compagnia dietro Stolen, il gioco delle figurine funziona solo se ci sono dentro personaggi famosi (quindi appetibili), ai quali non si può chiedere individualmente il consenso – per quanto la cosa risulti rude.

Quello che mi lascia perplesso è la facilità con cui scattiamo di fronte ad applicazioni o servizi “controversi”.
Parliamoci chiaro, in molti casi l’allarme era giustificato, se non da un reale pericolo, quantomeno dalla spaventosa assenza di buon gusto che lo sviluppo di certe app lasciava trasparire. Servizi che – decisamente senza bisogno di consultare un sensitivo – avrebbero avuto come effetto principale (involontario o meno poco importa) quello di aumentare la facilità con cui i bulli avrebbero potuto agire, ampliandone contemporaneamente il raggio d’azione e d’influenza.
Ma non sono – non erano – una novità.

È l’effetto di tutta la “storia delle pessime idee in forma di app” ad essere molto diverso da quello che mi aspettavo.
Temevo che – analogamente a quanto successo per gli scandali, la cronaca nera e simili amenità – la frequente o addirittura continua esposizione ad applicazioni del genere inducesse una sorta di mitridatismo, rendendoci incapaci di riconoscere e dribblare (o denunciare) le “minchiate sullenni” (cit.) di cui il mondo digitale (che non è come quello reale, bensì è quello reale) è purtroppo ricco.
Stiamo osservando, invece, il sorgere del problema opposto: anche quelle che sono palesemente scemate che nemmeno verrebbero notate, annegate nel mare di applicazioni disponibili per i nostri dispositivi, ed in virtù di una tale precondizione andrebbero lasciate scivolare verso il naturale, rapido ed inevitabile oblio, vengono additate come la prossima grande minaccia alla civiltà.

Da quando abbiamo imparato a guardarci inconsciamente in continuazione le spalle?
Da quando chiamare le cose con il proprio nome – nella fattispecie una scemenza di cattivo gusto, originata da incompetenza o volontà scientifica di cercare lo “scandalo facile” poco importa – si è trasformato automaticamente in sottovalutazione della minaccia?
Da quando abbiamo accettato – con entusiasmo, per di più – di fare da cassa di risonanza per qualunque affarista senza scrupoli o programmatore frustrato voglia provare ad uscire dall’anonimato in cui – con tutta probabilità giustamente – versa tramite la ricerca del suddetto scandaletto da manuale?
Da quando abbiamo deciso di contribuire a qualsiasi tentativo di Shock and Awe in campo informatico e non solo?

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Ovviamente, app e servizio sono già spariti. La Galassia è salva un’altra volta.