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Mobilità estrema

Ormai è da molto tempo che considero l’iPad il mio computer portatile.
Sapete bene come l’iPhone prima e l’iPad poi siano stati per me (e credo per tanti altri) la realizzazione dei sogni di amante della fantascienza: avere la potenza di calcolo e la versatilità di un computer sempre con sé, con ingombro minimo e piacere d’uso assoluto.

È stata una mossa logica, quando il mio computer fisso è defunto, promuovere (retrocedere?) il MacBookPro a macchina esclusivamente da scrivania, facendone di fatto l’unico computer di casa, e tuffarmi nella mobilità estrema. In fin dei conti, ci avevo provato molte altre volte in passato, con vari smartphone (o qualunque cosa all’epoca venisse spacciata per “smart”) e con la mia passione travolgente per i Palm (un Pilot prima ed un Tungsten poi).

Ho sempre pensato che mi servisse una dimensione minima sufficiente di schermo per lavorare comodamente (non uso seriamente perchè ho troppa stima dell’avverbio in questione per usarlo a sproposito con riguardo a questi quattro scarabocchi).

Quando ho acquistato il portatile, ho preferito un 14“ invece di un 12” (iBook), poi un 15“ invece di un 13” (MacBookPro).
Poi è venuto il tempo dell’iPad, ed anche quando c’è stato da scegliere tra Air e Mini, non ho avuto dubbi: era impensabile, per me, confinarmi in 8" scarsi.

Quindi è stato il momento dell’iPhone 6, con il dilemma riproposto in salsa 6Plus; avrei dovuto fiondarmi sul Plus, giusto? Batteria migliore, schermo più grande e con risoluzione maggiore, tutte caratteristiche che una volta avrei non solo gradito, ma addirittura ricercato.
Invece mi sono sorpreso ad avere ben pochi dubbi, e ad optare serenamente per il “piccolo” di casa.

Credo che l’inversione di tendenza sia indice (sempre nel mio caso, lungi da me il propormi come modello statistico, anche perchè sembra che il trend sia invece opposto) di un processo verso la ricerca dell’essenziale.
Smettete di sollevare gli occhi al cielo.
Davvero, vi si vede il bianco. Fa impressione.

Non è un minimalismo fine a se stesso, è più la consapevolezza che due fattori hanno cambiato le regole del gioco drasticamente e per sempre: la Rete (in senso molto lato) e la potenza dei nuovi dispositivi.

La Rete siamo noi, ovvero l’insieme dei nostri dispositivi. Connessi perennemente (almeno in teoria) con una quantità di risorse sterminata, certo, ma connessi soprattutto tra di loro, quindi in grado, finalmente, di collaborare davvero.
Fate mente locale: qualcuno ricorda la procedura per connettere un palmare anni 2000 (pre-iPhone, potremmo dire) ad Internet?
E quella per sincronizzare i dati (che alla fine si riducevano a poco più che calendario e contatti) con un computer?
Confrontatela con l’attuale situazione. Wireless. Integrazione. Procedure guidate (nel 90% dei casi) a prova di pirla.
E dunque la nostra capacità in mobilità non è (più, solo) quella dei dispositivi che abbiamo fisicamente con noi: è invece costituita da tutti i dispositivi che riusciamo a far interagire, spesso operando in remoto.

Questo ha portato alla nascita degli ultrabook (i cloni dell’MacBook Air), al diffondersi dei tablet, dei phablet (il neologismo urendo dell’anno™), di dispositivi che una volta avremmo considerato limitati e che oggi riescono, per proprie doti o dell’ecosistema di cui fanno aprte, a svolgere egregiamente il 99% dei compiti che gli affidiamo.
La potenza dei dispositivi poi è cresciuta anch’essa in maniera incredibile, nel settore mobile ma anche in quello dell’informatica tradizionale: questo ha consentito il successo di campagne come quella promossa da Maurizio Natali di Saggiamente, “+SSD, -GHz”, ed ha permesso a siti di grandi dimensioni ed elevata complessità come MacStories di essere sostanzialmente gestiti in totale mobilità.
Niente più ansia da prestazione, insomma, e per una gamma di utenti e di usi molto più ampia di quanto fosse lecito attendersi in così poco tempo.

Al momento, il mio “ambiente di lavoro informatico” sta tutto in una borsa, abbastanza piccola per di più: un iPad Air, un’Apple Wireless Keyboard, ed un Compass (Filippo avevi ragione, è bellissimo; e comodo, per di più – combinazione rara), il tutto protetto da questi(scoperti per caso, essenziali e robusti).
Più l’iPhone.
“Piccolo”.

Sitamo andando sempre più verso un mondo di schermi onnipresenti? Quasi certamente. Ma a chi si dispera e si strappa le vesti profetizzando distruzione, chiederei di considerare quanto questo ci abbia risparmiato di questo.

Stay Tuned,
Mr.Frost

  • Mi fa piacere che il Compass ti sia piaciuto. È costoso, ma davvero ben fatto 🙂

    • Vero, ma li vale tutti. Soprattutto il peso restituisce una sensazione di solidità notevole.