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Leap Motion – Un salt(in)o nel futuro

E sì, perchè c’era in ballo pure questo. Sarà che per me Kickstarter è una droga, sarà che in effetti ne sono usciti alcuni degli acquisti (non solo tecnologici) più azzeccati che abbia mai fatto. Sarà perchè in fondo sono un umanista (non è una parolaccia) e quindi mi piace l’idea di patrocinare le buone idee, specie quando la cosa non richiede un esborso enorme (avrei avuto qualche problemino in più con la Cappella Sistina o la scoperta dell’America, ecco…).
Sarà che in fin dei conti, questo tipo di manipolazione di oggetti a schermo è per me un’idea terribilmente affascinante (anche se il film faceva decisamente angoscia).
Controllare il proprio computer contactless, come dicono quelli che vogliono fare i fighi, agitando le mani per aria come moderni sciamani (o se volete autoflagellarvi, come copie ulteriormente scemotte di un Harry Potter isterico).

Leap Motion si propone proprio questo; per chi avesse vissuto su un asteroide dotato di una grotta molto profonda in cui rifugiarsi, è un progetto che ha come scopo il muovere l’interazione con il proprio computer dal piano “fisico” (bisogno di digitare ed impartire i comandi tramite la classica accoppiata tastiera/mouse o track/touchpad) a quello un po’ più “etereo” della “gesticolazione a mezz’aria”.

DISCLAIMER Questa, ma la cosa non dovrebbe stupirvi se seguite i miei deliri, NON È una recensione. Sono impressioni in caduta libera dal cervello alla mani, e da lì alla tastiera. Proseguiamo.

L’hardware è ben fatto. Piccolo, linee pulite, nessun apparente gioco tra le parti, una qualità costruttiva decisamente buona; le dimensioni non sono eccessive, tutto sommato (almeno personalmente) in linea con le aspettative. L’aspetto da monolite fa allo stesso tempo pensare a qualcosa di molto tecnologico e tuttavia naturale.

Il software di gestione, pur con qualche farraginosità innegabile nel pannello di controllo ed alcuni settaggi non proprio chiaramente spiegati, fa il suo dovere, in una certa misura approfittando del fatto che resterà naturalmente invisibile per la stragrande maggioranza del tempo di utilizzo.

Chiaro che in un dispositivo di puntamento le caratteristiche principali restino due: reattività e precisione.

Per quanto riguarda la prima non c’è molto da dire; il test è stato inoltre effettuato con quello che secondo le specifiche è un sistema sub-par, un MBP del 2008. Il Motion si comporta già egregiamente così, probabilmente con un sistema più potente i risultati sarebbero stati ancora migliori.

L’applicazione demo per eccellenza del Leap si chiama Orientation, e consente di vedere un proiezione tridimensionale della propria mano come “tracciata” dal sensore a schermo. Tale proiezione è real-time, è la grafica per così dire in “wireframe” ed i colori accesi su sfondo nero: l’effetto Tagliaerbe è assicurato (no, non andrete in giro ad ammazzare nessuno, tranquilli…).

Le funzionalità risentono invece di un’accuratezza ancora migliorabile, e non di poco. Resta sempre il caveat del sistema “sottopotenziato”, ma una periferica che necessiti di un sistema molto potente per lavorare al 100% è, a mio avviso, una periferica immatura.

Eppure gli ambiti di applicazione non mancano, come dimostrato peraltro piuttosto empiricamente dallo Store dedicato al Leap Motion (oggi, se non hai uno Store non sei nessuno, pare…): medico-scientifico, ludico, architettonico, fotografico, e via discorrendo.
D’altronde, la manipolazione free-form degli oggetti a video è un concetto, lo ripetiamo, davvero troppo affascinante perché il giochino della soluzione in cerca di un problema non scatti anche in questo caso (mi sono trovato io stesso a configurare BetterTouchTool, che fondamentalmente odio, pur di poter effettuare il passaggio da uno space all’altro di OSX muovendo con finta nonchalance due dita a mezz’aria, senza nemmeno guardare il monitor).

Al momento, però, come per tante buone idee, siamo ancora ad uno stadio assolutamente e palesemente iniziale.
Territori vergini e da esplorare a lungo e con attenzione, però: perché se è vero che il metodo per prove ed errori spesso e volentieri si rivela vincente, e gli stadi di raffinazione successiva sono un processo (male?) necessario, troppe “versioni beta” di oggetti che devono ancora far breccia nei nostri cuori di tecnofili rischiano di precludersi ogni possibilità, quand’anche arrivasse l’iterazione giusta.

Stay Tuned,
Mr.Frost