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Le features perdono. L’integrazione vince. Sempre.

Mi sono imbattuto nell’ennesimo post (scritto su Medium, pensa un po’) con una lista delle “10 applicazioni da menubar di cui non potete fare a meno sul Mac”.

Internet brulica di questo tipo di post, ed anche le riviste cartacee – le poche rimaste – spesso e volentieri indulgono in questo genere di riempitivo.
Oltre a soddisfare il nostro istinto competitivo[1], però, e a farci scoprire occasionalmente qualche “gemma”, hanno ben poca utilità.

I motivi sono piuttosto ovvi: non tutti necessitano delle medesime applicazioni e/o funzioni, i programmi di alto livello (degni quindi di nota) sono alla fine sempre gli stessi, si può vivere benissimo anche senza la quasi totalità dei software segnalati[2].

Una riflessione a latere, più interessante a mio avviso della classifica in sé (che comunque comprende molte apps che reputo essenziali per usare in maniera più piacevole e proficua il Mac), è quella sulle “features”.

Uno degli aneddoti più citati riguardanti Steve Jobs è quello dell’incontro con gli ideatori di Dropbox; pare che Apple fosse interessata ad acquisire la società ed il suo servizio cloud, e di fronte al rifiuto della controparte, il CEO di Cupertino abbia risposto che in fin dei conti Dropbox non era un prodotto, ma una feature, e che sarebbe stata riprodotta e resa sostanzialmente inutile.

Non aveva assolutamente torto, e paradossalmente il fiorire di applicazioni “monofunzione” ne è la riprova. Noi non vogliamo sistemi con millemila miliardi di funzioni, ma sistemi utilizzabili; allo stesso modo, nessuno cercherà le features fini a se stesse , ma le valuterà solo in quanto ben integrate nel proprio ambiente di lavoro.

In altri termini: posso accettare un sistema che non abbia un numero impressionante di features, anche se alcune di esse migliorerebbero sensibilmente la mia esperienza d’uso, purché quelle presenti siano perfettamente interagenti le une con le altre e pronte all’uso. Questo, paradossalmente, perché se un sistema funziona bene ed ha una sua identità e logica coerenti, sarà più facile per sviluppatori esterni aggiungere le funzionalità mancanti.

iMessage è più lento di WhatsApp ad inviare le immagini (esempio puramente casuale), ma se voglio (o ne ho bisogno) posso usarlo contemporaneamente su iOS e OSX: buona fortuna nel fare altrettanto con il secondo.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Non è tanto per dire: provate a non andare in loop su Youtube guardando i milioni di video stile “Top XX di #qualsiasicosa”. Competizione e volontà di integrazione (quella che ci fa annuire soddisfatti se la numero uno rispecchia i nostri gusti, e ci fa protestare in caso contrario).  ↩
  2. Quest’ultimo punto, chiaramente, non è un demerito del software di turno, quanto piuttosto una conseguenza pressoché automatica della caccia al titolo sensazionalistico. La differenza tra “lavorare (anche enormemente) meglio” e “non poter vivere senza” è talmente palese che il primo commento che suscita è irripetibile in presenza di donne e bambini ;-).  ↩