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La guerra preventiva di Information Architects

È di queste ore il rilascio di WriterPro, successore del famoso e lodato iA Writer. Confesso che personalmente, pur riconoscendo l’ottimo livello della suite, il software di iA non ha mai fatto del tutto breccia nel mio cuore: il mio flusso di scrittura si basa tutt’ora principalmente su ByWord, in tutte le sue incarnazioni, con sporadici sbandamenti verso l’accoppiata Ulysses III/Daedalus Touch (di cui peraltro abbiamo già parlato da queste parti).

Il rilascio della nuova incarnazione ha fatto rumore per una serie di motivi, non tutti positivi, anzi.
Un prezzo di cartellino di circa 20€ per la versione iOS Universal, cui va aggiunto (per godere dell’interoperabilità e della sincronizzazione, veri punti forti delle suite cross-platform) un ulteriore esborso di altri 20€ per la versione Mac.
Una serie di limitazioni imposte in termini di assenza pressoché totale di preferenze (anche se qualcuno ha apprezzatoil decisionismo, potemmo dire, di iA).
Una troppo sottile differenziazione tra le fasi in cui il programma vuole strutturare la scrittura (io personalmente trovo più irritante la metaforina zen del fliume, forzata specie nelle ultime fasi, ma sarò strano…), insufficiente a creare davvero, a detta dei critici, una compartimentazione tra la fase di raccolta note e dati e per esempio, quella di revisione dello scritto.
Infine, ma solo in ordine cronologico, l’atteggiamento tenuto da iA nei confronti di quello che loro ritengono l’elemento fondamentale, il vero e proprio selling point del programma: il cosiddetto Syntax Control. Un sistema, questo, che dovrebbe analizzare il proprio stile – meglio, le statistiche – di scrittura, rivelando punti deboli quali ripetizioni, aggettivazioni eccessive, uso smodato degli avverbi e così via, il tutto in ben cinque lingue (sì, c’è anche l’Italiano).
iA ha annunciato che la caratteristica era in attesa di brevetto, contestualmente minacciando chiunque avesse provato ad implementarla di cause legali. Un vero e proprio randello legale preventivo che non è andato giù a parecchi sulla Rete.

Qui sta la parte a mio avviso veramente interessante della questione: siamo tutti d’accordo che il sistema attuale dei brevetti, soprattutto in ambito software, sembri concepito dalle basi per favorire il trolling e le cause legali “intimidatorie”.
Tuttavia, si pensava (sperava?) che il fenomeno fosse “limitato” appunto ai casi di “patent trolling” e di guerra termonucleare.

Credo che buona parte dell’ostilità scatenatasi nei confronti di iA sia dovuta più ad un senso di “purezza tradita” che ad un vero problema di brevetti: siamo in un certo senso abituati ad atteggiamenti poco piacevoli da parte di grosse società, ma ci infastidisce che a tenere quegli stessi atteggiamenti siano alfieri indie come (fino all’altro ieri?) sono considerati quelli di iA.

Forse perché ci ricorda che la giungla è molto più vicina a casa di quanto ci piacerebbe ammettere.

Stay Tuned,
Mr.Frost