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Fuori dal tempo

Umberto Eco è fuori dal tempo. Oppure, semplicemente, ha detto una cosa che lui definisce di buon senso ma che si rivela essere di una banalità sconcertante.

Internet è pieno di imbecilli, dice. (Poi dice che non l’ha detto, che intendeva altro, eccetera eccetera. Ma poco cambia)
Bella scoperta: è un pezzo – consistente – del mondo.

La gente deve imparare a filtrare, dice. Ma può farlo solo su cose sulle quali è competente.
Vero, ma solo in parte, e falso, sotto parecchi aspetti apparentemente in contraddizione tra loro.
Un paio su tutti: nessuno è “onnisciente”, nemmeno nel proprio ridottissimo campo di estrema competenza; non basta la competenza ad evitare le bufale.

Allora tira fuori la parte peggiore del suo ragionamento: lasciamolo fare ai giornali, questo lavoro di filtraggio; più precisamente, a quella parte dei giornali che non si arrende ad inseguire la Rete (“se non puoi batterli, fatteli amici”) su argomenti sempre più frivoli e sciocchezze sempre più clamorose.

Naturalmente per affrontare questa impresa un giornale avrà bisogno di una squadra di analisti, molti dei quali da trovare al di fuori della redazione. È un’impresa certamente costosa, ma sarebbe culturalmente preziosa, e segnerebbe l’inizio di una nuova funzione della stampa.

Ecco,qui si capisce perché Eco sia totalmente fuori strada: non è un’impresa, ed il costo rappresenterebbe l’ostacolo minore.
È semplicemente impossibile, e lo è principalmente per una questione di tempo.

Poniamo il caso che sia possibile investire risorse ingenti, pari a quelle del più grande quotidiano del mondo, in un’opera di fact checking rigorosissima ed inappuntabile, coadiuvata dai migliori esperti di ogni settore (perché, ricordiamocelo, Internet non sa quasi nulla, ma parla di quasi tutto).
Questo impedirebbe di stare al passo con il ritmo brutalmente alto di pubblicazione e circolazione delle informazioni sulla Rete.

FAIL.

Ammettiamo ora che si opti invece per una soluzione, per così dire, a lungo termine: un’opera approfondita, impostata secondo gli stessi rigorosi criteri della precedente, ma che abbia come scopo quello di creare un indice delle fonti attendibili.
National Geographic sì, Wikipedia a volte, Dagospia mai (esempi, absit iniuria verbis).
Adesso, con squilli di trombe e rulli di tamburi, facciamo entrare in scena il nostro più Sgradito ospite: la realtà.
Alla manifestazione per l’orgoglio gay di qualche giorno fa a Londra c’era, com’era ovvio anche in funzione dei quasi contemporanei avvenimenti di Washington, una nutritissima schiera di media internazionali di primo livello.
L’inviata della CNN Lucy Pawle, forse per vivacizzare un po’ il proprio contributo, comunica che ha avvistato una bandiera dell’ISIS (o IS, chiamatelo come vi pare) in mezzo ai manifestanti. Lei stessa al telefono dichiara non trattarsi di una bandiera recante caratteri arabi, ma la classifica come un tentativo di imitazione malriuscito, chiedendosi come mai nessuno tranne lei abbia fatto alcunché alla vista del vessillo.
A parte il fatto che il titolo – dannata sintesi – in sovrimpressione recita testualmente e senza alcun dubitativo “Bandiera dell’ISIS avvistata alla sfilata del Gay Pride”, e che la giornalista in studio la definisce una “vista inquietante”, è possibile che nessuno dei presenti, incluso un “esperto”, si accorga di cosa c’è veramente rappresentato sulla bandiera in questione?
Due giornalisti di una rete di importanza mondiale ed un esperto, tutti caduti nella medesima trappola.

FAIL (multiplo)

Un sistema ci sarebbe. È generalmente molto affidabile, se ben applicato, non richiede risorse aggiuntive (o comunque ne richiede di risibili rispetto alle attuali). Si chiama fact checking individuale, si è “sempre” usato, dipende esclusivamente dalla professionalità del giornalista di turno (o di chi, a qualsiasi titolo, decide di diffondere pubblicamente informazioni) ed è gestibile perché riguarda un pezzo – e generalmente un argomento o poco più – alla volta.

Poi ci sarebbe un’altra componente della, possibile, parziale, inefficiente, soluzione al problema: lo sviluppo di un’adeguata capacità di critica e di analisi in chi legge (che idealmente dovrebbe poter essere considerato chiunque).

Questo, però, non nel senso che Eco dà nel suo pezzo all’espressione: avere spirito critico, capacità di analizzare con distacco ciò che ci viene comunicato indipendentemente dalla fonte da cui proviene, non è una capacità che si impara a scuola. La scuola può (e deve) offrire il maggior numero possibile di occasioni per sviluppare questa capacità, ed altrettanto devono fare gli altri – non saprei come meglio chiamarli – contesti educativi e sociali in cui un individuo interagisce: famiglia, lavoro, amici, media.
Non vorrei che questo suonasse come un invito alla diffidenza a priori (seppure quando si tratta di argomenti controversi possa risultare una buona tattica, che ha se non altro il pregio di salvaguardare dalle opinioni troppo partigiane), perché si tratta piuttosto di un invito all’analisi estrema di qualsiasi cosa ci venga sottoposta. Oltre ad essere una buona difesa contro le bufale, di ogni sorta e provenienza, è anche un utile esercizio mentale.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. A riprova dell’assurdo livello di complessità di quanto proposto, io stesso, in un post su un blog di ridicola lunghezza, ho utilizzato la stessa fonte – la CNN – per rappresentare due situazioni opposte: la cronaca e la bufala.
P.P.S. Mi scuso per il pippone che mi è partito, ma davvero trovo desolante la semplificazione in ogni sua forma, ancor di più quando proviene da fonti “autorevoli” (e di nuovo si presenta il problema).
P.P.P.S. Ovviamente sono arrivato quantomeno secondo: ma, dopo Mantellini, è – quasi – sempre un piacere:

(..) il punto è che il filtro informativo non potrà mai essere dei “siti web” ma dovrà per forza di cose passare dai lettori. Lo sanno tutti, da oltre un decennio. Eco ancora no. È anche per questo che si tratta di un problema rilevantissimo.