Il futuro di Pocket Casts

Pocket Casts è stato acquisito da un consorzio formato principalmente da radio pubbliche americane.

Due commenti riassumono perfettamente la reazione ambivalente di chi, come me, ritiene Pocket Casts il più versatile software per la riproduzione di podcast attualmente in circolazione.

Il primo è dell’immancabile Viticci, che pare condividere una certa preoccupazione di fondo, anche se sulla carta l’affare è più che buono:

According to Ivanovic, Pocket Casts will remain a standalone, open, and premium podcast client in the short term. I’m curious to see how Pocket Casts will change over the next several months though. Large radio stations and podcast companies seem to have a certain affinity for locked-in ecosystems and proprietary listening features at the expense of the open nature of podcasting. I won’t be surprised if Pocket Casts eventually prioritizes programming by the companies that own the app. However, I also hope that the folks at Shifty Jelly will be able to continue making the open, elegant, and powerful podcast app I’ve used over the years.

Macstories

L’altro, forse leggermente più ottimista, è di quelli di The Verge:

For those of us who’ve used and enjoyed Pocket Casts, this should be good news and points to a promising future. Some might have pause over content from Pocket Cast’s new owners potentially getting preferential treatment and visibility over other podcasts. But that scenario seems unlikely to me.

The Verge

Certo, resta un’ombra su tutta l’operazione, ben esplicitata da quello “should”. Tuttavia, per non devastare completamente un gran pezzo di software, è sufficiente a mio avviso non toccare la formula d’acquisto (questa cosa degli abbonamenti ci sta sfuggendo di mano, prima o poi ci tornerò…devo ancora mettere a fuoco) e non istituire corsie preferenziali troppo “sfacciate”.

(Quasi) tutto il resto sarà benvenuto.

If ain’t broken, don’t fix it.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Quote of the Day

The latest Facebook and Cambridge Analytica fiasco gave Cook the opportunity to rightly point out how much more strict Apple is about privacy and security than most other big tech companies. Swisher asked him what he would do if he was in Mark Zuckerberg’s shoes, to which he replied, “I wouldn’t be in this situation.”

He said Apple’s business model simply doesn’t require it to collect and monetize user data.

“The truth is, we could make a ton of money if we monetized our customer—if our customer was our product,” he said. “We’ve elected not to do that. We’re not going to traffic in your personal life. Privacy to us is a human right, a civil liberty.”

Cook spoke about the potential need for regulation to protect users in an increasingly connected world, even though he’s not a fan of government regulation in general.

“I’m personally not a big fan of regulation because sometimes regulation can have unexpected consequences to it,” he said. “However I think this situation is so dire, and has become so large, that perhaps some well-crafted regulation is necessary.”

Tim Cook on MSNBC

Stay Tuned,
Mr.Frost

L’alba degli RSS viventi.

Non è una novità, anzi pare essere un fenomeno ciclico, quello che auspica/prevede/constata un ritorno di fiamma per gli RSS.

Ne parla anche Wired, in un articolo che parte dal livello niubbo totale appena affacciatosi al mondo, per arrivare poi ad una discreta (per essere su una testata ormai “generalista”, stante l’involuzione che ha subito Wired1) analisi di alcune tra le alternative offerte dal panorama dei servizi/software RSS.

Un mondo che – sopravvissuto all’apocalisse della chiusura di GoogleReader (altro che YouTube) – sta riacquistando fascino ed attrattiva, soprattutto in questi tempi di cyber warfare su Twitter e di crisi totale di credibilità di Facebook2.

I vantaggi – sempre da un punto di vista personale – sono relativamente pochi, ma chiarissimi ed enormi:

  • totale controllo sulle fonti delle informazioni (bisogna iscriversi ad ogni singolo feed), con annessa possibilità di eliminare quasi del tutto il “rumore di fondo”.
  • scarsissima possibilità di leggere la medesima notizia semplicemente linkata millemila volte3.
  • varietà notevolmente più ampia di client, a loro volta differenti per stile, interfaccia, addirittura approccio filosofico al concetto di RSS; non ci credete? Provate ad utilizzare Reeder (ora e da sempre il mio preferito, suiOScome su Mac) e Unread, poi ditemi se sembrano anche solo lontanamente parenti.
  • atmosfera di lettura decisamente più rilassata; probabilmente qui tocchiamo la vetta dell’argomentazione personale, ma io navigo nell’aneddotica, come sapete, quindi vi sorbite anche questa. Per quanto il numero di feed cui sono iscritto sia alto, per quanto il badge indichi articoli non letti nell’ordine delle tre cifre (è capitato raramente, ma è capitato), mai gli RSS mi hanno trasmesso neppure l’ombra di quella sottile angoscia da “flusso ininterrotto” che invece talora su Twitter fa la sua comparsa. Potrei definirla una specie di variante in tono minore di ciò che gli americani definiscono come Fear Of Missing Out (http://www.lmgtfy.com/?q=Fear+of+missing+out). Considerando la quantità di stress da cui siamo circondati anche senza andarsene a cercare altro, è impagabile.

Un ottimo modo, dunque, per tentare di districarsi tra le infinite fonti d’informazione attualmente reperibili sulla Rete, ottenendo magari nel contempo il piacevole effetto collaterale di renderci un po’ più snob quando si tratta di decidere con quali autori dividere il nostro risicato e perciò preziosissimo tempo libero.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Simile a quella che ha colpito, tempo fa, Rolling Stones, rapidamente trasformatosi in un atro Vanity Fair che se la tira troppo
  2. Ok, mettiamo le cose in chiaro velocemente qui, ché noi ho intenzione di scriverci un intero post: solo con l’intero assortimento della Salumeria Beretta sugli occhi – e sulle orecchie, e su qualsiasi altro apparato percettivo umano – si sarebbe potuti rimanere sorpresi del fatto che Facebook facesse la crana vendendo a chiunque i dati profilabili dei propri iscritti. Ciononostante, la portata dell’affaire è davvero ampia, la sistematicità e normalità della cosa sono irritanti, ed il tutto è stato giustificato con argomentazioni che spaziano dall’empatia zero ad una spocchia che ha dell’ultraterreno. Quindi, bacchettate sulle mani per ciò che ci aspettavamo, ma coppini a più non posso per come è stata gestita la crisi
  3. Può sembrare una differenza trascurabile, più attinente alla forma che alla sostanza, ma l’effetto è incredibilmente meno frustrante. Invece di una marea di tweet sostanzialmente identici con gli stessi due/tre link e quasi null’altro, abbiamo nella maggior parte dei casi almeno uno straccio di commento, anche quando si limita alle proverbiali – in questo caso letterali – due righe

Quote of the Day

The companies which are looking to sell to them should be well aware that the sub-fractionalization of attention isn’t a good thing. In reality, this is a terrible development for advertisers and even for those pinning influencer-marketing channels. The meme fatigue and phone bored might as well turn out to be ticking time-bombs of the attention economy.

Or just that there aren’t really interesting apps our there. I mean, developers are coming up with apps that sync music (playing the background) to what you do in bed with your partner. Yup, we are in that part of the cycle. Why don’t you try out that app, after you figure out what pizza to order based on your astrological sign. I mean it is totally wrong, but aren’t all horoscopes?

Phone Bored – Om Malik

Stay Tuned,
Mr.Frost

Quote of the Day

Apple is obviously not a perfect company, and they should not only be held accountable for their mistakes and poor decisions, they should be held to the highest standards possible since, as the world’s leading tech company, what they do has an outsized effect on the entire industry and can set the tone for how all tech companies should behave. However, when criticism of Apple and its products becomes hyperbolic, raging, closed-minded, and involves stereotyping and insulting tens of millions of Apple customers, it may get more clicks, but it doesn’t improve Apple products or make Apple a better company.

AirPods and the Three Stages of Apple Criticism – ReThink Reviews – Medium

Dagli alla Mela, ovvero: un caso di scuola in tre fasi. Analisi brillante e condivisibile.

Stay Tuned,
Mr.Frost

Quote of the Day

Amazon and Google (…) say the assistants record and process audio only after users trigger them by pushing a button or uttering a phrase like “Hey, Alexa” or “O.K., Google.” But each company has filed patent applications, many of them still under consideration, that outline an array of possibilities for how devices like these could monitor more of what users say and do. That information could then be used to identify a person’s desires or interests, which could be mined for ads and product recommendations.

In one set of patent applications, Amazon describes how a “voice sniffer algorithm” could be used on an array of devices, like tablets and e-book readers, to analyze audio almost in real time when it hears words like “love,” bought” or “dislike.” A diagram included with the application illustrated how a phone call between two friends could result in one receiving an offer for the San Diego Zoo and the other seeing an ad for a Wine of the Month Club membership.

The New York Times

Ma noi possiamo continuare tranquillamente a preoccuparci di un inesistente braccialetto per identificare più agevolmente i prodotti sullo scaffale di un centro di distribuzione.

  • Hey, Alexa, quanto siamo scemi?
  • (silenzio pietoso)

Stay Tuned,
Mr.Frost

Quote of the Day

Schools, in particular, shouldn’t be relying upon technologies built by companies with a business model dependent on mass data collection.

Nick Heer – Apple’s “New” Education Strategy

La differenza tra “sponsor” e “sponsor per interesse esclusivo di chi sponsorizza” comincia ad emergere chiara anche in chi finora sembra essersene preoccupato poco (si parla di intere fasce di utenti/clienti/soggetti coinvolti, sia chiaro, il povero Nick Heer è solo un ambasciatore).
Chi si preoccupa del fatto che Google (o Facebook, Twitter o chiunque altro “lavori” nel medesimo modo) abusi della propria competenza tecnologica per fare incetta ed abusare dei suoi dati sensibili, non cita quasi mai l’uso intensivo che dei prodotti di BigG si fa nelle scuole.
Un problema che spero riusciremo a riconoscere e gestire prima che ci scoppi in faccia stile “Cambridge Analityca”.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Anche l’analisi da cui parte Nick per sollevare dei – legittimi – dubbi, ad opera del buon Bradley Chambers (uno che sul binomio Apple-Scuola potrebbe scrivere interi trattati) merita il tempo per una lettura approfondita.

Streaming Showdown

PUBLIC SERVICE ANNOUNCEMENT: Questo è un post lungo. Con un sacco di link, note e affini. Preparatevi qualcosa da bere.

Vi ricordate di quando non c’era lo streaming?
Ci lamentavamo della scarsa offerta, della necessità (autentica, non come scusa) di ricorrere al contenuto piratato, dei costi da monopolio imposti dai pochissimi operatori in campo.

Adesso la situazione è migliorata. Parecchio.
Direi che ci avviamo ad avere quasi il problema opposto.1

Al momento, in Italia, sono disponibili parecchi servizi di streaming legale (l’asterisco ci va sempre messo, perché il sistema di fruizione on demand è stato – ovviamente – abbracciato con entusiasmo anche dalla parte illegale del mercato).
Come scegliere di quale (o quali) servirsi, a chi corrispondere una cifra più o meno variabile del nostro gruzzolo dedicato all’intrattenimento?

Al netto del desiderio di poter fruire di uno dei contenuti in esclusiva (e sono parecchi2), la scelta verte sostanzialmente su pochi parametri validi per tutti, cui vanno aggiunti un altro paio di considerazioni per quelli che potremmo definire come “utenti pro”3.

Proverò quindi a schematizzare il più possibile le caratteristiche, i punti di forza e di debolezza di ognuno dei principali attori del mercato.

Cominciamo presentando i contendenti:

  • Netflix
  • Amazon Prime VIdeo
  • NowTv
  • Infinity
  • TimVision

cui aggiungeremo l’outsider VVVVID4.

I criteri fondamentali secondo cui verranno valutati sono questi:

  • Interfaccia
  • Funzioni
  • Qualità dello streaming (stabilità, velocità, prestazioni sotto differenti tipi di rete)
  • Qualità audio/video
  • Piattaforme supportate
  • Offerta contenuti
  • Prezzi (intesi soprattutto come varietà di tariffe e presenza o meno di promozioni)

Le piattaforme su cui sono stati testati i servizi (compatibilità permettendo) sono:

  • AppleTv (terza generazione e 4k)
  • Roku (limitatamente a NowTV)
  • Amazon FireTv
  • Chromecast

Cominciamo col leader del settore. Signore e signori,

Netflix

Netflix lo conoscono praticamente tutti, anche quelli che non l’hanno mai usato. Un sacco di soldi e idee piuttosto chiare su come spenderli hanno portato alla realizzazione di un servizio che può vantare un’interfaccia chiara, veloce e piuttosto coerente pur se fruita tramite piattaforme differenti.
Le uniche eccezioni a quest’ultimo punto sono rappresentate da casi come quello dell’AppleTV, dove le linee guida prevalgono quasi sempre sui “tic” degli sviluppatori 5.

Netflix ha quasi tutto ciò che un servizio di streaming contemporaneo dovrebbe avere: utenti multipli (testato fino a 4 utenti più il profilo Kids, preesistente), un menù a sandwich (pregasi i guru del design delle UI di astenersi dal mostrare ribrezzo) che contiene tutte le opzioni che non hanno immediata attinenza con la fruizione del contenuto, possibilità di scaricare e vedere offline i contenuti offerti (non tutti, perché liberarsi dalle perverse politiche che limitano le licenze non è mica così semplice) e di decidere la qualità dei contenuti, espressa in termini di GB da utilizzare quando in streaming e spazio da occupare sul dispositivo quando si scarica. Abbiamo poi le notifiche sull’inserimento di nuovi contenuti, secondo un algoritmo che decide quanto un contenuto potrebbe interessarci (e spesso ci azzecca).

Ovviamente, un servizio di streaming deve disporre di un catalogo di contenuti ampio e di buon livello: quale importanza può avere disporre della migliore app del mondo, del servizio più reattivo e meno esigente in termini di risorse e banda impegnata6, se poi non c’è nulla da vedere?
Netflix si rivela eccellente per le serie tv e molto buono per i film: ovviamente, né questo né altri servizi può davvero essere “omnicomprensivo”, ma il catalogo copre produzioni – recenti e meno – di qualità alta, con alcuni “classici” ed ottime produzioni “interne”7. Anche il comparto tecnico si difende bene, con una qualità video che raggiunge il 4K e audio digitale fino a 192kb in Dolby Digital+.

Quanto dovete sborsare per godervi lo spettacolo? Al momento, 7,99€ al mese vi garantiscono la visione di contenuti in SD su un solo schermo, 10,99€ raddoppiano il numero dei dispositivi utilizzabili contemporaneamente e alzano la qualità video fino al FullHD, mentre l’ultimo “step” – 13,99€ – consentiranno di bearsi (rete permettendo) del 4K su ben quattro dispositivi contemporaneamente8.

Quindi, Netflix per tutti? Costi ragionevoli, prestazioni eccellenti, catalogo che – con un minimo di curiosità ed onestà intellettuale – è in grado d’intrattenerci per mesi (che diventano anni se avete una vita al di fuori dello streaming), chi può sfidare i pesi massimi?
Semplicemente, altri pesi massimi: entra sul ring,

Amazon Prime Video

Amazon. Sinonimo, piaccia o no, nel nostro paese di acquisti online. L’azienda che – fuori dai nostri ristretti confini nazionali, vanta l’assistente vocale più diffuso (Alexa), il lettore eBook più famoso (Kindle), la proprietà di un quotidiano (il Washington Post), uno delle dirigenze più affascinanti e controverse al momento in circolazione (Jeff Bezos) e molto altro: se si parla di pesi massimi, Netflix lo è nel suo ambito. Amazon lo è in assoluto.
Come si comporta un gigante del genere in un campo come lo streaming? Può la celebrata potenza di fuoco dei server Amazon (gli stessi che consentono di fornire servizi come AWS e Glacier) dare un vantaggio competitivo su chi dello streaming fa la sua  raison d’être? (ho appena finito di vedere Ergo Proxy, abbiate pazienza)

Amazon si presenta con la stessa app su praticamente qualunque piattaforma si usi. Al diavolo le particolarità, i desiderata dei produttori hardware, i punti di forza di ogni dispositivo e le sue debolezze: l’elefante si muove come gli pare nella proverbiale cristalleria e tocca ai calici buoni della nonna spostarsi velocemente per non trasformarsi in costosa sabbietta.
Di per sé l’app non è brutta. Certo, l’eleganza è un’altra cosa, l’interfaccia è spartana ma funzionale, nulla è concesso allo “stile”; manca il menù sandwich di Netflix (e altri), quindi la navigazione si svolge in teoria tutta in “prima pagina”. In pratica, gli elenchi crescono a dismisura e le categorie bislacche9non aiutano. I sottomenù la fanno da padrone.

Un’interfaccia migliorabile non riesce però a penalizzare caratteristiche che lo tengono al passo con i migliori: download, visione offline, indicazione – di massima – di spazio/quantità fin dati utilizzati, tutti presenti all’appello.

Dove la differenza viene a galla è in due caratteristiche, la cui importanza può variare molto da utente a utente; APV non consente utenti multipli10 e, pur con un livello di reattività ai cedimenti della rete paragonabile a Netflix, risulta decisamente più “ingordo” in termini di uso di banda.
Se questo non costituisce un grosso problema sotto rete Wi-Fi, dove le prestazioni restano eccellenti, in caso di fruizione via rete cellulare l’esperienza non si rivela altrettanto esente da problemi. C’è da dire, tuttavia, come la situazione fosse ben più disastrata subito dopo l’attivazione del servizio in Italia, quindi il miglioramento potrebbe continuare fino a raggiungere l’eccellenza.

Il comparto tecnico marca tutte le caselline giuste con diligenza, 4K (con HDR) e audio fino a 5.1 Dolby – pur se con un’apparente limitazione – contribuiscono all’immersione11 in un catalogo che mostra tutti i “muscoli” finanziari di Bezos: The Grand Tour (sostanzialmente, Top Gear con un altro nome), The Man In The High Castle (da Philip K. Dick), American Gods (da Neil Gaiman), Crisis In Six Scenes (da Woody Allen). I soldi ci sono, l’ambizione anche, il tutto lascia ben sperare.

Dove le casse di Amazon assestano però la vera zampata è sul fronte del prezzo: Prime Video è incluso nell’abbonamento Prime, che da noi costa 19,99€ all’anno. Non è detto che non aumenti, ma nel frattempo è praticamente regalato.

Riprendetevi dalla sbornia, perché non è tutto rose e fiori nello streaming italiano; adesso scendiamo leggermente di categoria, anche se a conti fatti, non di molto.

Ecco a voi il big trasformato in underdog:

NowTV

NowTV è Sky. Nel bene e nel male. O, se preferite questa dicitura, nel “tante serie fighe in esclusiva per l’Italia” e nel “non avranno mai più un euro da me” (semi-cit.).

L’interfaccia è utilizzabile, anche se reattività ed innovazione stanno di casa altrove. “Tanta” grafica (qualcuno deve pensare che siano ancora gli anni di MSN), navigazione abbastanza macchinosa (sezioni create e cancellate in base all’offerta del momento – due esempi tipici sono Masterchef ed X-Factor).

Anche qui mancano gli utenti multipli (vista la politica commerciale di Sky, dove tutto richiede un sovrapprezzo, ma ne riparleremo, mi sarei quasi aspettata una soluzione simile), niente “watchlist”, solo un’alquanto inutile possibilità d’indicare i singoli episodi (ma non le serie intere) come ”preferiti”. 12
Niente download – figuriamoci – e niente visione offline. Evidentemente, il modello di riferimento è ancora quello di SkyGo.

Capitolo prestazioni: anche se in miglioramento negli ultimi mesi, permangono in una sorta di limbo che potrebbe farle definire come “indecifrabili”; a volte eccellenti, con un bel FullHD (non aspettatevi il 4k nemmeno ipotecando la nonna) pieno e soddisfacente, altre volte degradate fino ad un assurdo ed umiliante “Solo Audio” 13. Il tutto in maniera apparentemente arbitraria, sia sotto LTE che sotto Wi-Fi.
Audio che, peraltro, direi non vada oltre lo stereo.

I prezzi sono la versione quasi civile di Sky: 9,99€ al mese per ciascuno dei ticket (Cinema, Serie TV, Intrattenimento, il secondo che acquistate costa la metà), “a partire da 6,99€” per lo Sport.
Dove sta il ”quasi”? Lo schema attuale dei prezzi per lo Sport è questo:

Tutto lo sport – 24 ore – 6,99€, ma solo se hai già un altro Ticket attivo.

Tutto lo sport – 7 giorni – 10.99€

Tutto lo sport – 1 mese – 29,99€

Vi odio.

Tutto uno schifo, sembrerebbe, giusto? Allora perché ho detto “scendiamo di categoria , anche se non di molto”? Perché la situazione migliora velocemente (almeno secondo gli standard di Sky Italia). Tanto per farvi capire quanto velocemente, la situazione un paio (scarso) di anni fa era questa.
Insomma, fiducia condizionatissima, ma c’è assai di peggio. (O perché c’è assai… ecc. ecc.?)

Preparatevi per scendere davvero di categoria.

Infinity

Infinity, ovvero cosa succede quando il principale gruppo televisivo privato italiano “in chiaro” decide di farsi pagare per fornire il servizio? Come facilmente immaginabile, luci ed ombre.

L’interfaccia potrebbe essere definita come “quella di Sky, ma venuta meglio”.
Unica del lotto a “prevalenza bianca”, che dicono gli esperti non si sposi bene con la visione “professionale” 14, categorizzazione dei contenuti granulare come solo Netflix sa fare, possibilità di creare, tramite l’aggiunta ai “preferiti”, una sorta di lista di visione. 15
Download e offline presenti all’appello, così come – evviva – gli utenti multipli (fino a cinque), ognuno dei quali impostabile singolarmente come soggetto o meno a controlli parentali; gran bel colpo.

Dove sta la fregatura? In parte nelle prestazioni, simili in un certo senso a quelle di NowTV pur senza raggiungere gli abissi del “Solo Audio”. Questa scelta, sulla carta condivisibile, deve però essere accompagnata da una capacità del flusso di “scalare” fino a livello del display del Nokia3310, per evitare la rapida discesa verso l’inferno della visione “a singhiozzo”. Neanche a dirlo, Infinity in quest’inferno ci sguazza (soprattutto ci fa sguazzare gli utenti). Molto male. Peccato, perché il comparto audio è onesto, ma il video può raggiungere il 4K; certo che, facendo “fatica” a gestire un FullHD, non oso immaginare quanto sprema una connessione in fibra, per vedere poi Le Iene (non Tarantino, gli pseudo giornalisti).16

L’altra parte che non convince è costituita dall’offerta di contenuti “extra”: oltre ad avere una parte consistente del catalogo – generalmente le anteprime dei film – a pagamento supplementare (legittimo, magari, ma contrario all’impostazione propria dei servizi di streaming, che sono l’all you can eat del multimedia…), ciò che viene offerto in termini di “programmi televisivi” è in sostanza il palinsesto di Mediaset.17
Amici, l’Isola dei famosi, C’è posta per te, Le Iene, tutte le fiction “autoprodotte”…livello basso o bassissimo, in assoluto, anche se c’è da dire che questo è l’unico modo “piacevole” per fruirne al di fuori della diretta. Se quindi cercate questo, potete accomodarvi fuori da questo blog. Scherzo (no), ma va considerato che state pagando per una bella fetta di roba che mai tocchereste nemmeno con un bastone.

Dove la situazione si risolleva – a mio avviso – e si fa particolarmente interessante è nel comparto “prezzi”.
Infinity ha probabilmente i prezzi – effettivi – più variabili del mercato: questo perché prevede un’opzione totalmente prepagata, Infinity Pass, il cui prezzo viene spesso ridotto (fino ad essere dimezzato) su siti come Amazon ed anche dai rivenditori fisici. Ciò consente di acquistare l’accesso ad un anno del servizio al prezzo di 5€ al mese, dimenticandosi anche di disdirlo in forza dell’auto disattivazione alla fine del pass.

Ma non c’è nemmeno un servizio che non meriti un’occhiata? Un qualcosa di talmente osceno, irritante e mal progettato da suscitare orrore alla sola idea di provarlo?

Eccome se c’è. Il suo nome è…

TimVision

Di costoro abbiamo già parlato qui, mi limiterò quindi a riportare brevi stralci di sdegno. Il lato tecnico sarebbe anche nella media, ma l’app è talmente mal concepita – e peggio realizzata – che passa tutto in secondo piano. Non importa la pur buona selezione di film (specialmente italiani, anche se altri stanno riducendo velocemente il gap), né le serie in esclusiva (poche, ma come scritto altrove Handmaid’s Tale era stato un colpaccio che aveva fatto bene sperare circa la serietà di intenzioni. Speranza delusa.).

Lenta, farraginosa, tutto ciò che già avevamo cordialmente disprezzato permane.
A questo aggiungo un “carico” non indifferente: let me DuckDuck this for you…

Insomma, lasciate perdere. Davvero.

Resta l’outsider:

VVVVID.

VVVVID è gratuito. Si sostiene con la pubblicità. Non molta, e difficilmente in mezzo alla visione.

Ha un palinsesto stranissimo, ma se amate gli anime, sarete al settimo cielo.

Ghost In The Shell, Cowboy Bebop, Attack On Titan, Fate/Stay Night, Owari No Seraph, Tokyo Ghoul, One Punch Man, Bleach, Death Parade, Soul Eater…e decine di altri di cui nemmeno conoscevate l’esistenza.

Un parco giochi.

Per I film, si punta sul basso costo dei diritti. Il che vuol dire che, in mezzo a tonnellate di b-movies (alcuni dei quali veri e propri capolavori del trash, pezzi di storia di questo genere come Bad Taste), film di Bollywood che mai hanno visto ( o quasi) una proiezione più a ovest di Karachi e opere prime (uniche?) di autori (di)sconosciuti anche (d)alle proprie famiglie, troverete David Lynch, George Romero, Danny Boyle, Takeshi Kitano, Emir Kusturica, Krzysztof Kieślowski, Fritz Lang, Alejandro Jodorowsky, John Carpenter, John Ford… Altro giro, altro regalo.

Le serie sono il punto debole, soprattutto come numero, ma troviamo comunque i classici Little Britain e The Office (oltre all’irrinunciabile Italian Spiderman).

Stesso mix apparentemente sconclusionato per la sezione Kids, ma basta esplorare qualche minuto per trovare gemme come “Siamo fatti così” (e non fate quella faccia, lo so che l’avete consumato avidamente anche voi…), Panda, Go Panda! (Una delle prime opere di un certo Hayao Miyazaki), Daitarn 3, Mobile Suit Gundam 0079, Tekkaman, Kyashan, TriderG7 e Hurricane Polimar.

Non siete ancora volati ad iscrivervi? Eccovi il “colpo di grazia”: Noi siamo le colonne, I figli del deserto, I fanciulli del west e I diavoli volanti. Non si discute con Stanlio e Ollio.

Unica nota stonata, l’app esiste per iPad (solo iPad) ed Android. Punto.18

Riassumendo

Il panorama dello streaming legale italiano è ricco, variegato e la situazione può migliorare ulteriormente. Lo sbarco della corazzata Amazon, includendo Prime Video nell’abbonamento Prime a costo zero, ha contribuito a “sfondare” presso un’enorme fascia di utenti che mai si sarebbe svegliata una mattina con l’insopprimibile esigenza di sottoscrivere un servizio di streaming video a pagamento.

Netflix è ormai quasi diventato argomento di conversazione comune, sta imponendo la propria presenza e (spesso con merito) le proprie produzioni originali nell’immaginario pop collettivo e potrà solo ampliare la propria “sfera d’influenza”.

Sky, bene o male un’istituzione in Italia per gli appassionati di serialità televisiva, sembra ormai aver capito che la sola parabola le garantirà esclusivamente una morte lenta e dolorosa, e si è messa d’impegno – pur come risultati alterni – a lavorare in prospettiva futura.

Mediaset e Rai (qui non citata perché non mi sento ancora di definirla dotata di un servizio di “streaming” di natura equiparabile agli altri, pur se con notevolissimi miglioramenti nel recente passato) non si limitano più a “resistere” ma sono ormai partiti all’inseguimento, consci della futura irrilevanza di chi dovesse trovarsi sprovvisto di una servizio di questo tipo da qui a qualche anno.

Poi c’è VVVVID, che dimostra in maniera lampante, se mai ce ne fosse bisogno, come le nicchie di questo mercato siano potenzialmente quasi infinite. Personalmente gli auguro la miglior fortuna.

Restano amplissime zone d’ombra, la pirateria rimane ancora un formidabile canale d’approvvigionamento, soprattutto se si considera l’intervallo temporale minimo tra la disponibilità del blockbuster del momento nelle sale e quella sui siti “caduto da camion”. L’acquisto (oggetto, mi sento di prevedere, di un prossimo showdown) fa storia a sé, ed è l’ambito dove – in Italia, adesso – i buchi nella disponibilità di contenuti si fanno voragini.

Tutto quanto appena scritto però non deve scoraggiare. In fin dei conti, se dopo solo dieci anni anch’io sono prossimo a trovarmi connesso in fibra ottica, e la cosa viene percepita finalmente come quasi ovvia e normale, siamo sulla buona strada.

Non sarà breve, non sarà priva d’intoppi, spesso torneremo a lamentarci come fatto in passato.
Ma la percorreremo, nonostante tutto.

Magari tutta insieme, da bravi binge watchers.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S.. Tutte le indicazioni sulle prestazioni sono empiriche, pur se derivanti da prove multiple effettuate con hardware e connessioni le più varie possibili. La situazione è ovviamente in evoluzione continua, si spera – ma di solito è così – per il meglio.
P.P.S. Ovviamente, sono più che benvenuti i consigli su altri servizi da provare. Non si sa mai da dove possa venire la prossima magnifica sorpresa, o il perfetto soggetto di un rant spietato.


  1. Non è che mi piaccia lamentarmi a prescindere. Ok, un pochino, a volte, sì, ma conosco casi ben peggiori. Il fatto è che queste sono cose che vanno tarate con il tempo. Si rischia, altrimenti, di passare dall’anoressia alla bulimia, scambiando un aspetto del problema con il suo opposto, senza vantaggio reale alcuno. 
  2. Sì, è fastidioso. Parecchio. Come per il mercato delle console, in un ambito che si avvia sempre più verso la standardizzazione di prezzi e qualità dell’offerta – attenzione, sia avvia, ché le differenze ci sono e le vedremo tutte – le esclusive fanno la differenza. Potremmo dire che rimangono, al momento, l’unica vera carta a disposizione dei gestori dei servizi per sottrarsi clienti l’un l’altro. 
  3. Una categoria, quella dei “fruitori professionali” (specialmente di serie tv) che sembra essere letteralmente esplosa negli ultimi anni. Certo, le produzioni – negli ultimi due decenni almeno ed in qualche illuminato caso anche prima – si sono trasformate da blob che puntavano sull’affezione data dalla serialità e familiarità dei personaggi per conquistare e mantenere un pubblico a veri e propri “film diluiti”, con ciò intendendo un più alto livello di scrittura, tecnica, varietà di argomenti trattati e di registri narrativi e parallelamente un aumento considerevole del budget a disposizione per la produzione. Questo cambiamento radicale offre terreno fertile per un nuovo e più approfondito livello di analisi (in fin dei conti, anche da fan trovo difficile immaginare di scrivere la stessa marea di commenti che ha accompagnato Breaking Bad su un A-Team qualsiasi). Mi rimane tuttavia il dubbio che una parte consistente dell’attuale passione per la serialità dipenda dalla stessa sorta d’esibizionismo che spinge a fotografare la propria colazione e postarla su Instagram. 
  4. VVVID non gareggia. Non è nemmeno nella stessa categoria, non ha e non può avere il medesimo peso specifico e non offre che la minima parte – perdipiù iperspecializzata – di ciò che i suoi concorrenti propongono. Ma costituisce un’interessante “visione alternativa” sullo streaming legale, nonché a mio avviso uno squarcio su ciò che ci attende in futuro, proprio in virtù della sua offerta volontariamente “di nicchia”. Non è il solo ad essere impostato così, ma è quello che ho avuto modo di frequentare più assiduamente. Si accettano suggerimenti su altri esperimenti simili. 
  5. https://daringfireball.net/linked/2017/12/06/amazon-prime-apple-tv 
  6. Diciamolo chiaro: in termini di qualità dello streaming, Netflix è indiscutibilmente il migliore del lotto; il servizio è reatttivo, anche sotto rete LTE, l’attesa per l’inizio della visione minima, il livello di “adattamento” se la connessione degrada altissimo. Quest’ultimo punto potrebbe sembrare non del tutto positivo: non è piacevole assistere a “spixellamenti” mentre ci si sta godendo Age Of Ultron in 4k su 65” (sì, ci piacciono i film impegnati 😀 ). In realtà, bastano 5 minuti di visione di qualcuno dei concorrenti per supplicare di avere i suddetti spixellamenti in luogo d’interruzioni continue, o peggio
  7. Stranger Things, Narcos, 13, solo per citare tre delle più note al pubblico “generalista”. 
  8. Sempre per ricordare uno dei punti critici delle politiche “anti-pirateria”, che troppo spesso si rivelavano “anti-utente”, Netflix consente – in maniera pericolosamente vicina all’ufficialità – la condivisione dell’account. Personalmente, trovo che oltre ad essere un gran colpo di marketing (non sottovalutiamo certo l’aura di “buoni” che ha immediatamente avvolto l’azienda dopo questa dichiarazione), la cosa abbia perfettamente senso. Le tariffe prevedono un certo numero di dispositivi connessi: ciò vuol dire che – indipendente da chi siano i fruitori dei contenuti da essi visualizzati – i contenuti sono “pagati” a Netflix al momento della sottoscrizione. Insomma, la società non va in perdita, guadagnando per di più parecchia “street credibility” per il solo fatto di non giocare eccessivamente a guardie e ladri.

    Questa teoria viene per altro rinforzata dalla guerra senza quartiere che la società ha invece intrapreso da tempo contro le VPN (le quali consentono di “sbloccare” contenuti non disponibili simulando una connessione da paesi differenti): siccome lì ci va di mezzo tutto il sistema, perché la violazione degli accordi di distribuzione metterebbe in difficoltà Netflix con le case di produzione, volano schiaffoni perfettamente condivisibili. 

  9. C’è chi fa peggio, ma le nasconde talmente bene che si possono considerare quasi “easter eggs”. Qui invece la categorizzazione che lascia perplessi, talvolta, è quella “in bella vista”. Abbiamo così categorie ripetute in punti diversi dell’interfaccia, con contenuti in apparenza poco coerenti tra loro, dalla disposizione variabile. Il tutto senza contare la categoria “Bollywood” ben in vista in fondo alla schermata; qual è il problema? Per quanto si possa essere curiosi di affondare i denti in quello che è il prodotto della maggiore (o seconda maggiore, dipende dai parametri) industria cinematografica al mondo, il fatto che tutti i film siano in lingua originale fa sorgere dubbi sull’utilità dell’operazione, almeno finché non si considera il peso di Amazon su quel mercato; in quel preciso momento, l’inclusione di film tipo questo assume i contorni della pura pigrizia 🙂 ). 
  10. A mio avviso molto male, visto che il risultato è quello d’ingarbugliare immediatamente la lista dei contenuti visti e la “watchlist”. Inoltre, abbiamo una categoria “Kids” ma non un profilo “segregato” come quello offerto da Netflix: credetemi, non c’è PIN per il Parental Control altrettanto efficace. 
  11. Una delle funzionalità più sfiziose, la cosiddetta “X-Ray”, che forniva a richiesta dati quali attori presenti (e relativo, sintetico curriculum/biografia) in quel preciso momento a schermo ed identificazione dei brani della colonna sonora, è stata inspiegabilmente mutilata togliendo spessissimo quest’ultima informazione. Sarà una cosa da nerd melomani, ma io la piango ancora adesso. 
  12. “Mamma, guarda, faccio Facebook!” Così com’è, la funzione è inutile: non “abilita” suggerimenti o profilazione, peraltro direi non previsti ab origine. Un comportamento inspiegabile, da tv generalista che “ti sbatte in faccia” tutto ciò che ha, lasciandoti l’onere di orientarti (o il privilegio di farlo fare ad altri). Like, preferiti, stelline: a cosa servono, se non li utilizzi per indirizzare la tua offerta? 
  13. Va bene sposare la filosofia del “quick and dirty”, degradando la qualità in attesa di un miglioramento della connessione, ma se volessi solo l’audio penso potrei disporre di varie altre opzioni
  14. Sì, se si hanno velleità da home cinema il bianco “sparato” disturba parecchio. Ma lasciatemi considerare che, se si cerca l’home cinema, probabilmente non ci si rivolge allo streaming. 
  15. Qui servono, capito NowTv? Poi ci sono le stelline e l’insopportabile bottone di Facebook (unica opzione di condivisione social, si badi bene, il che la dice lunga), ma qui almeno si può pianificare un minimo di visioni future – o almeno raggiungere ciò che si desidera vedere o si sta vedendo senza impazzire tra i sottomenù. 
  16. Altra nota dolente, la scarsa efficienza nel gestire la “ripresa” della visione interrotta. Problema, nemmeno a dirlo, parzialmente in comune con Sky. 
  17. Il che, sotto altri punti di vista, ha qualche aspetto positivo: uno di questi è che molte delle serie – senza valutazione sulla qualità, che è sempre in gran parte soggettiva – sono in esclusiva. E se di “I delitti della Salina” magari possiamo farne a meno, “The Big Bang Theory” – ed ora lo spinoff “Young Sheldon” – costituiscono delle sirene difficilmente ignorabili dal grande pubblico. 
  18. Certo, resta la visione tramite browsAHAHAHAHAH! No, a parte gli scherzi. Il browser. Come gli animali. 

Quote Of The Day

Outside of cloud storage management, background privileges for apps could enable a host of helpful utilities and automation. Clipboard management, for example, should be just as easy on the iPad Pro as it is on a Mac, where an app like Copied can instantly, invisibly log everything you copy across the system. Wouldn’t it be great if an app like Workflow could become more Hazel-like, triggering workflows automatically in the background based on pre-set rules?

 What I Wish the iPad Would Gain from the Mac – MacStories 

Stay Tuned,
Mr.Frost