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Life In Low-Fi Posts

Adpocalypse. O quasi.

Nel 2005 i fondatori di YouTube furono costretti a farsi venire un’idea per conferire importanza ai video online, un medium che ha sempre sofferto il paragone con la televisione. L’idea fu la creazione e la promozione del metodo di misurazione più inutile e allo stesso tempo influente che sia mai esistito sul web — le views.

Perché i milioni di views degli youtuber non valgono nulla

Chiaro e semplice.
Spietato.
Esilarante.
Grazie.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Non è che su Youtube manchino contenuti di qualità, abbiamo solo perso un po’ di vista la reale portata del fenomeno. Strano, non ci capita mai.

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Cosa esattamente non va in TIMVision

TL;DR Tutto.

L’altro giorno, ho aggiunto un’ulteriore cavia al mio esperimento sullo streaming.

TIMVision.

Ecco. Appunto. Riponete le facce disgustate nel cassetto delle facce disgustate (avete davvero una cosa del genere in casa? Siete delle brutte persone.), tenetevi per voi i “te l’avevo detto” (punto primo, nessuno me l’aveva detto; punto secondo, volevo testare di persona la profondità dell’abisso) e cominciate a pregustare un post di lamento indiscriminato ad alzo zero come quelli che tanto amate (e so che li amate, perché siete delle brutte persone).

Cosa mi ha spinto tra le braccia di quello che – ho scoperto dopo – pare godere online della discutibile fama di peggior servizio di streaming italiano ?
Semplice, un’incredibile esclusiva che il medesimo è riuscito ad accaparrarsi (non voglio sapere il perché, anche se sospetto che sotto ci sia la forza contrattuale di Vivendi, più che quella della fu Telecom Italia Mobile): The Handmaid’s Tale (in Italia Il Racconto dell’Ancella.1

Serie nuova, tratta da un libro vecchio, ha sfruttato efficacemente un ritorno di passione per l’opera originaria finendo con lo sbancare gli Emmy di quest’anno.
Libro raffinato, fantascienza distopica a sfondo religioso, sesso e carnazza ma in una forma “non lo fo per piacer mio, ma per far piacere a Dio” che rende meglio della versione “Colpo Grosso” del Trono di Spade.

Ecco dunque farsi sotto quello che al momento è il secondo servizio di streaming per numero di abbonati (staccato da Netflix di un buon 25%, ma tant’è…), che propone la serie del momento in esclusiva per i suoi abbonati. Tutto bello, tutto giusto, fanfara meritata anche per la prontezza (aspettiamo sempre che Hulu, produttore USA della serie, si accorga della nostra esistenza 2) nel proporre il contenuto agli utenti italiani.
Ad ulteriore merito, la visione della serie non viene riservata agli utenti preesistenti o che abbiano stipulato chissà quale vincolo di durata minima dell’abbonamento, ma è sufficiente iscriversi per il mese di prova.

Cosa potrebbe andare storto? (Cit.)

Impaziente di vedere cotanto annunciato splendore, effettuo la registrazione sul sito: farraginosa, ma vabbè, in fondo è pur sempre Telecom Italia, e poi son cose che si fanno una volta e basta, si può sopportare. 3

Installo quindi la App su iPad, testo la positiva conclusione della registrazione, tutto ok.

Mi dirigo a passo fermo e spavaldo verso la sala, ansioso di godere della visione sul mio beneamato LG4K; poiché so già che l’abbonamento verrà disdetto alla fine del mese 4, valuto se installare l’app direttamente sul televisore.
Scarto l’ipotesi, di servizi ne fornisce già abbastanza tra quelli che sfrutterò a lungo in pianta stabile, quindi ripiego sulla vetusta ma sempre affidabile XBOX360.

Ora, l’unica app che mi abbia mai tradito tra quelle installate finora sulla ex ammiraglia di casa Microsoft è stata quella di MLB.com. Ma, detto in tutta franchezza, è un’app che uso poco, che in Italia ha un bacino di utenti potenziali risibile in confronto ai paesi in cui e per cui è stata concepita, quindi davvero non le si può imputare granchè. Aggiungiamoci pure che il servizio è disponibile su AppleTV sin dalla terza generazione, quindi il problema non sussiste.

Ebbene, squillo di trombe e rullo di tamburi, TIMVISION su XBOX360 non è disponibile. Ma non perchè sia vecchia: il servizio non offre app nemmeno per PS4. Console = schifo. 5

No, il servizio è disponibile tramite applicazioni mobili (iOS e Android), applicazioni per le Smart TV (sicuramente più di quelle supportate da NOWTV…), Google Chromecast (bene, bravi, bis, passiamo oltre), web browser (vabbè) , decoder dedicato (costo complessivo per l’utente spalmato su 48 ratein bolletta, tanto per dare un’idea dell’importo).

È sufficiente installare l’app sulla Smart TV per capire il perchè: sono palesemente ragioni umanitarie, hanno voluto limitare il più possibile il numero di utenti costretti a subire quest’oscenità.

Esteticamente discutibile (ma tanto oggi c’è pochissima concorrenza, quindi che vuoi che facciano gli utenti, spostarsi su un’altra piattaforma?), con funzioni a stento definibili come base, icone ipertrofiche (si sa che la prima cosa da fare quando si hanno terminali a risoluzione elevata come le moderne tv 4k o smartphone e tablet recenti è fare elementi giganteschi nell’UI, no?), sottomenù come piovesse (qual è la cosa più comoda del mondo, bambini? Ma navigare miliardi di menù con il telecomando, ovviamente!) ed altre amenità che riassumerò con la dicitura standard:”l’ha fatta un cieco bendato misantropo cui hanno garantito che mai e poi mai l’avrebbe dovuta usare”.

Incredibilmente, non abbiamo ancora raggiunto il fondo: l’applicazione perde sistematicamente i dati di login; esattamente come state pensando, tocca rifare il login (username/email e password) ogni due per tre.6

Ne volete ancora una? Serviti: la navigazione attraverso tutto il catalogo è disponibile anche se non si effettua il login.

Benissimo, verrebbe da dire: una lodevole “operazione trasparenza” che consente anche a chi non si vuole abbonare “alla cieca” di valutare l’opportunità dell’esborso.

Certamente. (Cit.)

Ma anche, aggiungo io, un modo per farti morire nel tentativo di raggiungere la schermata “riproduci” del titolo scelto, solo per poi ricordarti (solo lì e solo allora) che devi registrarti/effettuare il login .
Sempre per quella storia dell’attenzione all’esperienza utente.

Tutto ciò che può andare storto ci va. Non è un’esagerazione: il servizio, come fruito attraverso l’app in questione fa passare la voglia di usarlo. In un mercato che si sta affollando di concorrenti spietati e di calibro gigantesco, è l’ultima cosa che serve per prosperare.

Ultima ma non ultima, la realizzazione tecnica: l’applicazione è talmente lenta, che in un caso non riusciva a star dietro alle sue stesse schermate.
Spiego: ho iniziato a vedere la prima puntata della serie che ha dato origine a tutta quest’apocalisse, per testare risoluzione e stabilità dello streaming.
Escludendo il “simpaticissimo” indicatore di buffering costituito da 4 quadratini lampeggianti piazzati esattamente al centro dello schermo7, il tutto sembrava reggere.
Ho quindi sospeso la visione, ripromettendomi di passarci la serata in migliore compagnia (inclusiva di divano a sbrago e popcorn).
La sera mi cimento nella ripresa della visione dal punto d’interruzione (circa 2 minuti dopo l’inizio, una funzione sconvolgentemente innovativa e tecnicamente ardua da realizzare) ed ecco accadere l’arcano, roba che meriterebbe uno speciale di Misterius8: l’applicazione non risponde, per via di una finestra “modale” che monopolizza i comandi ed occupa il centro esatto dello schermo, impedendo di fatto la visione.
Non capisco, e certamente non mi adeguo.
Mezz’ora di smanettamenti mi consentono di capire (non chiedetemi come, non volete saperlo. Davvero) quale sia l’unico modo per uscire dal loop. Indovinate? Riavviar…NO!
Disinstallare e re installare l’applicazione.
Ho concluso, Vostro Onore.

TIMVision è un’applicazione orribile, mal progettata e ostile nei confronti dell’utente, con un supporto alle moderne piattaforme di fruizione risibile è che rende un catalogo di contenuti a tratti molto appetibile una pena infinita da esplorare.

La sciatteria è, ad oggi, in un panorama in cui si lotta tra programmi ottimi ed eccellenza pura, il peggiore dei peccati. Significa, nel momento in cui si ha davanti un utente che una volta avremmo definito “smaliziato” (quello più portato ad investire tempo e denaro in un servizio qualora lo trovi interessante/adatto a propri bisogni), comunicargli il seguente messaggio “la sbobba è questa, se ti sta bene ok, altrimenti quella è la porta”.
Inutile dire che, il più delle volte, l’utente suddetto sceglie la porta.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Ovviamente, ho disdetto il rinnovo del’abbonamento. Non è mai stata una decisione in dubbio, essendo nato il tutto sin dall’inizio come un esperimento strumentale con il bonus aggiuntivo dell’accesso ad Handmaid’s Tale (a proposito, guardatevelo, merita tutto ciò che ha vinto. E leggetevi anche il libro, merita ogni singolo secondo della sua ponderata e claustrofobia lentezza). L’unica cosa che rimpiangerò, è l’accesso al film di Phineas & Ferb (iTunes, sto guardando te: perchè solo a noleggio? Perchè?).


  1. Ma su TIMVISION The Handmaid’s Tale. Ché noi siamo bravissimi a devastare i titoli dei film stranieri (specialmente quelli in inglese, vero “Se mi lasci ti cancello”?), delle serie tv straniere (aggiungendo inutili sottotitoli, vero “Breakin’ Bad – Reazioni Collaterali”?), ma poi ogni tanto ci prende quella voglia di fare i fighi. Il tutto ignorando (o facendo finta d’ignorare, che l’unico risultato sarà quello di generare mostri di pronuncia ogniqualvolta ci si vorrà riferire alla serie con il titolo originale (già mi sento “Dehanzmeztel”). 
  2. Probabilmente, essendo americani, per loro l’Europa è un unico mitologico paese in cui la gente mangia würstel con il fois gras, suonando il mandolino e lisciandosi i baffi mentre si saluta al suono di “Ola!”. Ma magari sbaglio io. 
  3. Spirito di sacrificio! Ottimo, sto già entrando nel mood adatto per la visione. 
  4. Faccio già “fatica” a star dietro alla mole di roba che vorrei vedere su Netflix, Amazon Prime e NowTV, con code chilometriche che mi ricordano i non bei tempi di Instapaper, figuriamoci se mi butto tra le braccia di un altro servizio. Vabbè, poi sperimenterò anche Infinity, ma quella è un’altra storia. 
  5. D’altronde, nel 2017, chi mai userebbe una console per fruire di contenuti multimediali online, giusto? 
  6. Accidenti a me e a quando, baldanzoso come non mai, ho pensato in fase di registrazione:”la password la faccio creare in maniera casuale a 1Password, tanto è un servizio cui non accederò spesso, quindi inserita una volta e via, dimenticata per sempre”. 
  7. Fatela, la domanda. Davvero, me la sono fatta anch’io. “Perchè, se lo streaming continua imperterrito (e sostanzialmente a qualità invariata), devi per forza farmi sapere che stai arrancando? Vuoi che ti consoli? Che empatizzi? Che comprenda il tuo tormento interiore di app alle prese con un’ADSL 10M invece che con una fibra da 100? Perchè? 
  8. “Il programma che si occupa di scienza come se gl’importasse davvero”. Grazie, Maestro@Leo_Ortolani 
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Quote Of The Day

I’m going to look for opportunities for what type of watchOS apps might now be possible with a persistent connection. In much the way that having an always internet connected iPhone opened a wide range of completely new use cases, I suspect a similar thing will be made possible on the Apple Watch. Some uses may be limited by the form factor of the Apple Watch but I suspect that a bit of creativity should allow many to become possible.

 Apple Watch Apps Head to College – David Smith 

Anche se da noi è incerta la sorte del modello LTE (come, quando, se e con quali tariffe di connessione verrà commercializzato), anche se non riesco ad immaginare molti “casi d’uso” personali al di fuori dell’evidente “non mi porto il telefono” (già affascinante di per sè, devo ammetterlo, ma un po’ poco come unica ragione per un aggiornamento immediato), le prospettive aperte sono molteplici, e meritano attenzione sul medio-lungo periodo.
Come è già successo per tutti i device iOS e derivati, il successo sarà determinato dalle tecnologie messe a disposizione da Apple e (soprattutto?) dalla fantasia degli sviluppatori.

Stay Tuned,
Mr.Frost

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WhatsApp, la dettatura e la gente fuori di testa: pensieri sparsi sul perché parliamo alle macchine ma non con le macchine

Il mio odio per i messaggi vocali, specialmente quelli di WhatsApp, è ormai credo abbastanza noto ai quattro che mi seguono su queste pagine. Tuttavia c’è un altro aspetto di questo fenomeno (purtroppo diffusissimo) che mi lascia perplesso: la lunghezza dei suddetti messaggi vocali e l’apparente nonchalance con cui la gente parla per ore nel microfono del cellulare, soprattutto per strada, senza il benché minimo timore di essere scambiata per matta.

Mi spiego meglio: un grossissimo limite all’adozione degli auricolari Bluetooth è consistito, storicamente, nell’imbarazzo che la gente provava (potenziale nel 99% dei casi, perché nessuno ci considera davvero, ma a noi piace pensare di essere dei VIP sempre sotto l’occhio dei paparazzi) nel parlare ad un auricolare non immediatamente visibile.
Un problema che si era posto – in parte – anche con i primi auricolari a filo che, se indossati dalla parte opposta rispetto all’osservatore, ci facevano apparire come un matto che parlasse nel nulla.

Inspiegabilmente, WhatsApp sembra aver cancellato quasi di colpo questo problema. Gente che parla per periodi lunghissimi al microfono, spesso tenendo il cellulare ad un millimetro dalla bocca anche se ha l’auricolare (con microfono), infervorandosi magari anche oltre il dovuto.

Il silenzio e l’imbarazzo, però, tornano sovrani quando si tratta di utilizzare i comandi vocali.
Perchè, apparentemente, raccontare i fatti propri a chiunque sia nelle vicinanze (e – considerato il volume utilizzato da parecchie persone – “vicinanze” è un termine da intendersi utilizzato in senso molto ampio) ci crea molti meno problemi rispetto ad un semplice “Riproduci la playlist “Scimmia” in ordine casuale”?1

Perchè parliamo alle macchine, ma non con le macchine?

Provo ad ipotizzare, ché se la risposta fosse chiara ed univoca vi avremmo già posto rimedio2.

Un aspetto da considerare è sicuramente l’efficienza degli assistenti vocali attualmente in circolazione3.
Ogniqualvolta leggo in una recensione (iOS, Android, FireOS, poco importa) anglosassone magnificare l’efficienza e la reattività di uno di essi, non posso fare a meno di pensare che il punto di vista sia pesantemente influenzato (eufemismo colossale) da ciò che potremmo definire come “la questione madrelingua”.
Se l’assistente è pensato, realizzato e migliorato da chi parla la tua stessa lingua, sarò molto più adatto a soddisfare le tue esigenze rispetto a quelle di chi parla in maniera radicalmente diversa sotto quasi ogni punto di vista.
Se Siri correttamente interpreta “Next” quando sto riproducendo un brano come il comando per passare al successivo, non è detto che la cosa funzioni con un banalissimo – in Italiano – “il prossimo”4.
Ciò comporta un alto grado di ripetizione dei comandi, o in alternativa un adeguamento alla necessità di impartire gli stessi tramite “espressioni stupidamente eloquenti” (“Riproduci il prossimo brano”).
Entrambe le strade portano ad un sicuro risultato: frustrazione.
S’inceppa così il “processo mentale” che – chiarissimo nella nostra testa – si frammenta contro un muro di apparente “idiozia digitale”, resa in molti casi ancor più insopportabile da una cortesia estrema.5
Questo è il motivo che mi spinge ad apprezzare un sistema che presenta una percentuale di errori più alta ma con un maggior numero di lingue supportate, rispetto ad uno “semi-infallibile” ma rinchiuso nel proprio “cortile lessicale”.

Cosa somiglia – senza esserlo – di più ad un matto di chi ripete più e più volte la stessa istruzione a voce alta, parlando apparentemente con nessuno, alzando sempre di più il tono della voce e mostrando irritazione crescente ad ogni iterazione del comando?

Appunto.

Un altro aspetto, forse più profondo e psicologico, risiede nell’idea stessa di parlare con una macchina. Per via di quanto abbiamo detto qui sopra, e poiché siamo ancora convinti che tutti i telefonini si somigliano 6, parlare con una macchina sembra un’opzione assurda. In fin dei conti, l’iPhone X è un Nokia 3310 che si è rifatto il look: se non mi sognavo minimamente di parlare a quello, e tutto ha sempre funzionato bene7, cosa dovrebbe cambiare?

L’ignoranza tecnica è un tratto costitutivo della stragrande maggioranza degli utenti di qualsiasi apparecchio anche solo vagamente tecnologico: non mi preoccupo di leggere un manuale o chiedermi cosa possa davvero fare l’oggetto per cui ho speso un migliaio di euro circa, visto che lo considero un semplice rimpiazzo di quello che lo ha preceduto.

Ma con Whatsapp è diverso: io sto parlando alla macchina, ma con Tizio, Caio eccetera oltre la macchina.
Dopotutto è un telefono, no?
Ecco allora che l’interfaccia, quella inaffidabile, lenta di comprendonio e con lo status di una cabina del telefono nobilitata, scompare: l’illusione del contatto diretto con l’interlocutore porta a volersi garantire la miglior fedeltà possibile per il proprio messaggio. E cosa c’è di più fedele alle proprie parole che la registrazione delle stesse?
Come effetto collaterale dei difetti fin qui elencati, anche la possibilità di utilizzare la dettatura viene esclusa a priori8.

Tutto questo processo mentale penalizza in generale l’esperienza d’uso di uno smartphone, ma tutto sommato l’interazione primaria con questo tipo di dispositivi è ancora veicolata dallo schermo.
Chi ne subisce un danno quasi irreparabile è una nuova categoria che cerca di farsi strada: quella dei wearables.

Ancora oggi, pur essendo fermamente convinto che l’Apple Watch sia un acquisto che rifarei senza problemi, fatico a suggerirlo a qualcuno. Questo perchè, al di là del consigliargli di verificare se i punti di forza del dispositivo – notifiche e funzioni fitness – facciano al caso suo, so già di non poterlo consigliare quale interfaccia vocale, almeno nel 90% dei casi9.
Nessuno che si ponga problemi a parlare al proprio smartphone considererebbe minimamente la possibilità di parlare al proprio orologio da polso10.
Di nuovo, il problema sembra essere costituito dal fatto che AppleWatch rende ancora più esplicito, quasi “sfacciato”, il nostro parlare con la macchina.

Probabilmente il problema si attenuerà con la diffusione, il cambio generazionale11 e via dicendo.
Ma sappiamo come, in una sorta di circolo vizioso parziale, l’adozione di massa dipenda dal miglioramento delle performance, inibito a sua volta dalla mancata adozione di massa.
Se davvero andiamo verso un modello di AI che si basa non tanto sulla pura potenza computazionale, quanto sulla flessibilità guadagnata tramite l’apprendimento delle nostre convenzioni ed abitudini d’uso, “addestrare” i computer su una base ristretta di utenti porterà nella migliore delle ipotesi ad un allungamento considerevole dei tempi 12, quando non ad una castrazione delle possibilità offerte.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Sì, potete ridere pensando che io abbia davvero una playlist “Scimmia”. Davvero, non mi offenderò. No, non ho intenzione di cambiarne il nome, visto che è la più longeva della mia storia (mi segue, variando il contenuto, dai tempi dell’iPod prima generazione – fate i vostri conti). 
  2. Sì, lo considero un handicap auto-imposto, poichè si decide coscientemente di non sfrutttare una grossa parte degli strumenti che i nostri terminali sono in grado di offrire. Provate ad impostare un timer tramite Siri e tramite app, e ditemi quale delle soluzioni vorreste adottare il più spesso possibile. 
  3. Non parlo di misure teoriche come il rateo di riconoscimento, parlo dell’esperienza restituita nell’uso comune. 
  4. Spesso, chi fa un uso intensivo, approfondito – potremmo definirlo professionale – dei sistemi operativi mobili, li imposta comunque in lingua inglese per poterne sfruttare il maggior numero di caratteristiche con la minor frizione possibile. 
  5. Programmiamo le macchine perchè si comportino come se fossero – quando il loro ambito di competenza sfiora il nostro – inferiori a noi perchè ne abbiamo paura? “Siri, fai XYZ” “Scusa, ma non capisco cosa intendi con XYZ. Vuoi che lo cerchi su Internet?”. Mi ricorda un racconto di Asimov
  6. Proprio così, stiamo parlando soprattutto di chi considera il termine corretto “smartphone” una cosa da fighetto che se la tira parlando inglese – non ridete, sono molti più di quanto sia auspicabile. 
  7. Dove per bene spesso s’intende in maniera a stento accettabile, ma tanto la tecnologia è indistinguibile dalla magia
  8. La dettatura patisce un ulteriore handicap rispetto ai comandi vocali: per quanto complessi possano essere, difficilmente questi superano una certa lunghezza. Ciò consente all’hardware – quasi qualunque hardware attualmente in circolazione – di gestirli con una certa facilità in termini di memoria e capacità di calcolo. Ma la detttatura è tutta un’altra storia: testi lunghi, articolati, spesso con “ripensamenti” ed incertezze multiple, i quali vengono nella “migliore” delle ipotesi fedelmente riportati fino ad una spettacolare deflagrazione, coincidente con l’esaurimento del buffer. 
  9. L’entità dello “spreco di possibilità” è già aumentata parecchio nel passaggio tra il mio Serie 0 e l’attuale Serie 3, che un amico e lettore di questi deliri mi riferiva essere impressionantemente più veloce proprio nell’esecuzione delle istruzioni impartite tramite comandi vocali. 
  10. Una delle battute che più spesso subisco è, non a caso, quella che fa riferimento ad una nota serie TV anni 80 con una certa automobile senziente… 
  11. Sono abbastanza fiducioso che, anche se con una progressione decisamente meno spettacolare, il fenomeno ricalcherà le orme di quanto avvenuto con i tablet rispetto ai libri cartacei; ricordiamo i numerosi video su YouTube che testimoniano di pargoli intenti a fare tap su pagine di libri cartacei, profondamente indispettiti dal fatto che ciò che considerano il modo di interagire standard con la realtà non sortisca alcun effetto. 
  12. Su questo punto va ad innestarsi la polemica riguardante l’uso – quantità e qualità – dei nostri dati personali da parte delle aziende IT. Google che secondo taluni ne abusa, ottenendo però risultati “migliori” in minor tempo, contro Apple che pare più attenta alla tutela della privacy, anche a costo di dover fare “il giro lungo”. 
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Cosa abbiamo lasciato per strada

Ci stiamo abituando a considerare i servizi che utilizziamo, anche (soprattutto?) quelli “cloud” immortali, forse in virtù della loro immaterialità.
Dovremmo invece fare esattamente l’opposto, creandoci almeno una via d’uscita per ogni software cui ci appoggiamo; l’esigenza dovrebbe essere tanto più sentita quanto più dipendiamo – personalmente o lavorativamente – dallo strumento in questione.

Product Graveyard ci ricorda quanto spesso il problema si sia già presentato (cosa che ovviamente tendiamo a rimuovere dalla memoria cosciente con una facilità direttamente proporzionale all’entità del danno subito).

Una lettura tra il nostalgico e il premonitore, per prendere le misure alle nostre dipendenze digitali e – se possibile – porvi rimedio almeno parziale.

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Quote Of The Day

If we’re going to worry about existential risk, I would rather we start by addressing the two existential risks that are indisputably real—nuclear war and global climate change—and working our way up from there.
But real problems are messy. Tech culture prefers to solve harder, more abstract problems that haven’t been sullied by contact with reality. So they worry about how to give Mars an earth-like climate, rather than how to give Earth an earth-like climate. They debate how to make a morally benevolent God-like AI, rather than figuring out how to put ethical guard rails around the more pedestrian AI they are introducing into every area of people’s lives.

Notes From An Emergency

Stay Tuned,
Mr.Frost

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O l’abbonamento o la vita

The important point is that, if you’re able to readily switch to a different app when your current one changes its payment model, then… do it. Just vote with your wallet, and don’t worry about it.

Subscription Software – Matt Gemmell

Matt ha scritto praticamente tutto quello che avevo da dire in merito alla questione Ulysses in abbonamento (abbonamento da me sottoscritto, dopo circa 24 ore di rimuginare).

Aggiungerei solo un paio di note a margine:
– La sottoscrizione, anche la più lunga, non è a vita. Non vi si chiede un rene. Vi si chiede, se siete già utenti come me della versione precedente, un “impegno” di due euro e mezzo al mese per dodici mesi. Fa 18€. Tanti? Pochi? Vedete voi, come si diceva sopra. Ma non sentitevi legati per sempre. Se all’avvicinarsi del rinnovo non siete convinti, amici come prima.
– Il problema, soprattutto per un’app di scrittura come Ulysses, basata su files di testo e Markdown, si presenterebbe solamente se non esistessero alternative. Alternative che però, e le ho valutate praticamente tutte nelle suddette 24 ore, ci sono, sono numerose e di altissimo livello (ByWord da solo basterebbe, ed è stata la causa di quasi tutti i miei dubbi sulla sottoscrizione).

Come ribadisce anche Gemmell, non sono un entusiasta degli abbonamenti; non credo – pur vedendone chiaramente la ratio, che siano il futuro delle applicazioni, come non credo che siano automaticamente la scelta migliore per dare sostenibilità ad un business o che siano la più adatta a prescindere dal tipo di app.
Credo arriveremo – presto – ad una saturazione che porterà anche chi come me si è sempre dichiarato e dimostrato disponibile a riconoscere il valore economico di uno sforzo creativo a riflettere molto accuratamente su dove investire i propri soldi.
Nel frattempo, forse, perderemo qualche software valido, travolto dalla marea degli scontenti rumorosi.
La maggior parte, però, sopravviverà per vedere la prossima sconvolgente e controversa rivoluzione nel pricing.

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Quote Of The Day

If Apple is a fashion brand that makes jewelry that connects to the internet, then Amazon is a meta-merchant that inverts the retail model by integrating the point of sale into your life. These two approaches determine how each company will spend the next decade, setting up a cultural dichotomy of epic proportions.

In Apple’s future, technology products should be luxury goods that give the owner an elite or exclusive feeling, even as they become increasingly ubiquitous. Apple sets the fashion trends by designing lustworthy devices that inspire awe and desire. In Apple’s world (like BMW’s before it), people have an enduring and emotional relationship with their technological accoutrements. The personal computing device (the iPhone, AirPods, and ᴡᴀᴛᴄʜ specifically) is the pinnacle of Apple’s achievements. Dieter Rams would be proud.

But Amazon’s approach to the future is necessarily different.

In Amazon’s future, its technology products are merely a means to an end: increased commerce. Be it drones, reading devices, voice cylinders, video intercoms, autonomous vehicles, its line of AmazonBasics electronics, or obsoleting the checkout process— these innovations aren’t designed to create more intimacy with its customers… they’re designed to decrease the time between the moment demand appears and how fast supply can respond. Amazon won’t stop until the entire supply chain has been absorbed and internalized.

Why Silicon Valley is all wrong about Amazon’s Echo Show

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Scusi, mi darebbe le chiavi di casa?

Sempre riguardo all’ingegneria sociale, un avviso importante, soprattutto per farci riflettere su determinati automatismi che vengono efficacemente sfruttati ai nostri danni.

Perché non siamo molto diversi dall’anziano che si fida del tesserino falso della polizia (anche se ci piace credere di essere molto fighi).

Stay Tuned,
Mr.Frost

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