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Life In Low-Fi Posts

Il problema dei gattini

Messaging platforms have yet to provoke much discussion among misinformation and disinformation researchers (myself included) in the West, who have been trying to devise best practices for responding to viral rumor and disinformation campaigns. But these simple apps deserve attention as the dark future of misinformation and disinformation.

The Era of Whatsapp Propaganda Is Upon Us | Foreign Policy

…ed io che pensavo che il flagello Whatsapp si concretizzasse principalmente sotto forma di immaginette mattutine con diabete incorporato, catene di Sant’Antonio sull’imminente passaggio a pagamento o su improbabili raccolte fondi e “gruppi genitori”.

Scopriamo invece che i programmi di messaggistica istantanea si stanno trasformando in uno dei principali mezzi di diffusione della propaganda/disinformazione.

Il mix tra gruppi ad invito e crittografia (che impedisce anche agli stessi gestori delle piattaforme di verificare cosa venga diffuso tramite esse) li rende perfetti per trasmettere notizie abili ad influenzare gli iscritti (oltre alla suddetta naturale predisposizione alle Catene di Sant’Antonio; passare da “si cerca sangue per trasfusione” a “guarda cos’è successo e non vogliono che tu sappia” è un attimo).

Guarderò con maggiore preoccupazione la prossima evidente tavanata che mi arriverà.
Perché arriverà.
Sicuro come un gattino su Internet.1

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. A proposito di gattini su internet, indovinate da cosa è camuffato uno dei forum della destra neonazi americana? 
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Offline Only

Un affascinante esperimento, la cui filosofia prèt-a-porter può essere o meno condivisibile (se le distrazioni, pur seducenti e fastidiose ed onnipresenti, sono tutto ciò che ti impedisce di creare, il problema non sono loro. Sei tu.), ma decisamente originale.

Merita senza dubbio un’occhiata dal punto di vista del “colpo a effetto”.

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Piccolo test estemporaneo di NowTV

Nonostante tutto, ho deciso di concedere un’ultima chance al Sky e di provare la sua incarnazione completamente online, ribattezzata qualche tempo fa NowTV.

Approfitto dell’offerta di una nota catena di elettronica di consumo e acquisto il box per la visione (il servizio comunque è fruibile su una discreta gamma di dispositivi1) con inclusi sei mesi di abbonamento invece di tre.
Il box è un Roku marchiato e abbastanza limitato, tuttavia l’installazione è a prova di pirla. Ethernet o Wi-Fi, una preghierina a San DHCP e si parte.

Le prestazioni sono buone anche con collegamento Wireless (se si rimane sull’On Demand puro, i canali in live streaming fanno angoscia – è pur vero che è messo nell’angolo della casa più infame in termini di segnale Wi-Fi, ma se AppleTV riesce a fare streaming da iTunes in the cloud, non vedo perchè Sky debba avere questi problemi. Pessima gestione del buffering, direi ad occhio).

La scelta è ampia, fatta la tara della solita incomprensibile gestione dei contenuti che fa sì che i “diritti di distribuzione” siano Dio in terra e debbano essere rinnovati ogni qualche mese, pena la sparizione di intere stagioni o serie (coff, coff… House Of Cards… coff… The Walking Dead…).
Ma a quello ormai mi sono più o meno rassegnato.

Non credo che rinnoverò automaticamente alla fine dei sei mesi, ma posso definirla un’interessante proposta – da affiancare magari ai “primi della classe” – soprattutto se si considera l’utilizzo “sporadico”; abbonarsi per uno o due mesi, godersi la stagione/serie preferita e poi salutare potrebbe unire il vantaggio di godere delle esclusive Sky (al momento ancora tante, al netto dei personali gusti) senza il fardello del tradizionale servizio somministrato via parabola (con tutto ciò che esso comporta: installazione della suddetta, hardware, vincolo alla visione televisiva tradizionale esclusivo o quasi, costi a volte maggiori per contenuti di cui non si intende fruire compresi, tempi e procedure di disdetta farraginose).

Concludo con una considerazione personale: la stessa esistenza di un servizio come NowTV – per com’è strutturato – è dovuta a fattori esterni.
Mi spiego: senza Netflix, Sky avrebbe molto meno interesse a potenziare la propria offerta “solo online”; per non parlare poi di Amazon Prime Video, il cui sbarco in Italia (pur con tutte le limitazioni, e sono tante, del caso) rappresenta secondo me il perfetto esempio del concetto di “piantare la bandierina” per non lasciare il monopolio di fatto ad un concorrente (che poi si sa, i monopoli di fatto quando sono consolidati dall’abitudine sono duri a morire).
Questo dovrebbe essere fatto notare a chiunque, alla notizia di un’apertura di un nuovo servizio quale che sia, pensa (e per nostra sfortuna magari dice pure) “a me non servirà mai, io uso X”. Ogni goccia di concorrenza in settori come il digitale (o comunque in rapida evoluzione, fino ad arrivare allo stravolgimento) cambia in meglio la vita degli utenti. Di tutti gli utenti, anche di quelli solo “potenziali”.
Senza, saremmo ancora ai DVD a 25€.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Confermo le angoscianti prestazioni in mobilità: dove Netflix fa streaming senza particolari limitazioni, con una qualità eccellente, Sky effettua lo shift pressoché immediato alla modalità “solo audio”.
Desolante.


  1. Anche in questo caso, l’assurdo s’insinua. Nell’era delle Smart TV, pubblicizzate ormai come lo standard per l’utenza comune, NowTV supporta solo alcuni modelli Samsung. Questo ovviamente in Italia
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Quote Of The Day

The Dutch municipality of Bodegraven-Reeuwijk is testing a new system for traffic lights which embeds a thin strip of LEDs on the pavement before busy road crossings, to signal to inattentive smartphone users whether or not it’s safe to step out.

Kees Oskam, a councillor in the municipality, said that people were increasingly distracted by “social media, games, WhatsApp and music”, at the expense of paying attention to traffic. “We can’t easily reverse this trend, but we want to anticipate it.”

Azzera le conseguenze, mentre cerchi di capire come risolvere il problema.

Stay Tuned,
Mr.Frost

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L’idiozia esponenziale

When people express concern about how smartphones are damaging our young people, I laugh. This anxiety that the internet is going to ruin real human interactions is reminiscent of parents in the 50s who were worried that Elvis shaking his hips was the devil. Let’s be very clear here. Being concerned about cultural progression “damaging us as a society” always repeats itself with the current trend and will continue to play itself out again and again and again.

(…)

The problem is that we get scared of everything that we didn’t grow up with; it’s what human beings do. Every new medium brings along a healthy fear that the newest invention will ruin society. But, the truth is that people will always be looking for new ways to be entertained, consume media, and engage with each other.

This Generation Will Be Fine: Why Social Media Won’t Ruin Us – Medium

Nemmeno conto più le volte che un certo meme sull’insensatezza del concetto di “alienazione dal mondo reale” associato solo agli smartphone mi è capitato sott’occhio.

L’assurdità della cosa è fin troppo palese per discuterne.

Ciò che mi preoccupa, come per altri fenomeni, è la visibilità di cui godono i sostenitori di questa (e di altre, ben più bislacche e pericolose) teorie.
Visibilità ottenuta, peraltro, grazie a quegli stessi strumenti che denigrano (l’Universo ha un gran senso dell’ironia, come spesso possiamo apprezzare).

Se chi si lamenta dell’incredibile pericolosità di quel depravato di Elvis e lamenta la corruzione dei costumi nei giovani debosciati che ascoltano il “rumore” chiamato Rock ‘N’ Roll viene quasi automaticamente etichettato come “matusa fuori tempo massimo”, i danni saranno limitati.
Se, al contrario, i suoi vaneggiamenti raggiungono “folle oceaniche” (anche solo intendendo la dicitura in rapporto al potenziale pubblico pre- internet), allora abbiamo un serio problema. Perché chiunque condivida l’assurda teoria/lamentela/ansia, si sentirà meno solo, paradossalmente ritenendosi drammaticamente autorizzato ad aggiungere la propria voce al coro, aumentando così esponenzialmente la visibilità ed il danno prodotto.

Il tutto per argomenti di peso relativo.
Figuriamoci quando si parla di cose serie.

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Quote Of The Day

If you have to create and remember new workflows when on the iPhone, you won’t be able to work as efficiently; this is why universal apps are so important. Aim to use the same apps across all your devices, and you’ll set yourself up for success.
Using different apps across different devices may be alright in some cases, but most of the time I’ve found that I work best when my mind doesn’t have to shift between different apps with different interfaces. With a universal app, the transition from working on iPad to working on iPhone is seamless. There’s no wondering, “Where can I access my files? How do I change this setting?” I only have to remember one interface, with one basic layout, and one set of menus and controls. Trying to use different apps will inevitably lead to frustration over forgetting how to do something in one app, leading you to abandon the device you’re on and go back to the device and app you’re most familiar with. There are exceptions to this rule, but in general universal apps are best.

Ryan Christoffel

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Non siamo obbligati ad essere Viticci

Vabbè, il titolo mi piace ad effetto, in questo periodo. È un umore momentaneo, probabilmente, sopportatelo finché dura1.

Il delirio di oggi nasce da uno dei post letti clamorosamente in ritardo che affollano la mia Reading List (croce e delizia della mia metà abbondante di procrastinatore).

Nella fattispecie, un succosissimo post su MacStories, che Instapaper mi segnala come bisognoso di circa 80 minuti per essere letto, pubblicato da Federico il 14 Dicembre scorso (faccio schifo, lo so) e che tratta del suo utilizzo dell’iPad Pro come principale (unico) computer.

Sono peraltro arrivato ad un 20% di lettura del suddetto, il che comporta che possa tornarci sopra per altri deliri, ma una cosa mi ha già colpito2.

La primissima parte tratta di come sia possibile usare alcuni strumenti (su tutti Dropbox, iCloud Drive, Documents e Workflow) in combinazione tra di loro per mitigare il lutto per la perdita del Finder in ambito iOS (lo stesso Finder che – ciclicamente per non dire di continuo – viene accusato di essere una delle parti peggiori di MacOS; bizzarro come apprezziamo certe cose solo nel momento in cui ci vengono tolte).

Proprio su Workflow si concentra la mia riflessione: per me, è uno di quegli strumenti strani, à la Keyboard Maestro.

Esempio pratico che cerca di dissipare la nebbia: io adoro Hazel. Lo uso in continuazione, imposto quanti più flussi possibile, cerco di sfruttarlo al massimo anche a costo di rifinire per ore parametri che scoraggerebbero tanti3.
Intuisco che Keyboard Maestro abbia potenzialità simili se non addirittura superiori, per non parlare della possibile integrazione tra i due. Eppure, pur disponendo di una regolare licenza (di un paio di versioni fa, ma poco importa), non l’ho nemmeno installato.

Ci ho provato, lo giuro.

Almeno tre volte.

Il fatto è che – come, a pensarci bene, mi capita in misura meno drammatica con Alfred – mi sembra di non riuscire nemmeno ad immaginare abbastanza modi per sfruttarlo.

Workflow mi fa lo stesso effetto; al momento ci sono, nel widget Today sul mio iPhone, dodici flussi di lavoro creati con l’applicazione in questione. La maggior parte funziona da scorciatoia per Apple Music, ma posso definirli nel complesso abbastanza vari.
Questo mi renderebbe soddisfatto del mio livello di automazione, e nella maggior parte dei casi lo fa, semplificandomi piccole azioni quotidiane.

Il tutto, finché non mi capita tra le mani un post come quello di Federico, in cui viene magari buttata lì la nota che fa riferimento alla cinquantina di Workflow che usa abitualmente.
Risultato: mascella a cercare il petrolio e via così.

Mi rendo perfettamente conto che la mole di lavoro gestita nel suo caso sia incredibilmente superiore, tuttavia torna quel fastidioso senso di “grattare la superficie” di strumenti potentissimi e nulla più.

Ed è solo quando qualche amico mi guarda smarrito mentre provo a convincerlo a sfruttare Hazel o Drafts (sono un evangelista piuttosto molesto, a volte), chiedendosi e chiedendomi perché dovrebbe spaccarsi il cervello ad automatizzare una cosa che richiede qualche secondo ad attenzione zero per essere realizzata nella solita maniera che realizzo: non a tutti serve lo stesso tipo di automazione, men che meno la stessa dose di automazione.

Ciò non vuol dire che non esista – e di questo sono fermamente convinto – uno scampolo anche minimo nella vita informatica di chiunque in cui l’automazione potrebbe risolvere un problema di cui magari nemmeno ci si accorge, ma che fa perdere un poco di tempo e costringe ad un lavoro più meccanico del dovuto ogni volta che occorre compierlo; è solo che questo scampolo varia per ognuno.

In certi casi è una lenzuolata a patchwork come per Federico, in cui un numero impressionante di servizi, applicazioni, parametri e dati si uniscono per creare in automatico qualcosa che sarebbe incredibilmente noioso e dispendioso – anche in termini di tempo, la risorse più preziosa di cui disponiamo – da fare a mano.

In altri, si tratta magari solo di rinominare e spostare un file secondo i medesimi parametri di sempre, un lavoro abbruttente e che sottrae tempo alle parti che davvero ci piacciono del nostro lavoro (o hobby), peggiorando in questo ambito – ristretto, dice qualcuno, ma me siamo convinti? – la qualità della nostra vita.

L’automazione non è una gara a chi fa meglio o di più, non è un obbligo da assolvere perché altrimenti non si è abbastanza “pro”, non è neppure qualcosa che appare come ovviamente necessario ai nostri stessi occhi; ciò che veramente conta, quando si legge un articolo come questo (o le decine di altri) che Federico dedica a Workflow, Launch Center Pro e simili, è sentirsi stimolati a cercare, nella nostra routine informatica, le pieghe da stirare, per dirla all’americana. 4

È farci arrivare a chiederci in che modo il computer possa lavorare davvero per noi, invece che noi per lui.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Oppure – com’è ovvio – siete liberissimi di mandarmi a quel paese e leggere solo titoli perfettamente didascalici di note d’agenzia. 
  2. È il bello dei post di Federico: richiedono molta dedizione nella lettura, ma lo spunto di riflessione è pressoché garantito. 
  3. Uso anche – in misura di gran lunga minore – Automator, soprattutto per creare servizi raggiungibili dal menù contestale del Mac. 
  4. Per tutto quanto scritto sopra, ascolto sempre con particolare piacere – superiore alla pur alta media – le puntate che definirei app-centriche di Canvas, EasyApple e del SaggioPodcast. Gli usi che altro fanno dei medesimi strumenti a mia disposizione rappresenta la miglior spinta ad utilizzarli di più e meglio.
    Sempre per la stessa ragione, non vedo l’ora di iniziare ad ascoltare AppStories
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Quote Of The Day

There was no infrared port, the most common way to exchange contact details IRL at the time. The AIM-style SMS chat interface made no sense in a country where everyone already used push mobile email. The Safari browser was literally too good — it couldn’t load Japanese C-HTML mobile websites or services like NTT Docomo’s i-mode portal, which essentially amounted to a fork of the entire web. The camera couldn’t focus on QR codes, which were frequently used to launch said websites. There was no Felica NFC for mobile payments. There was no TV tuner. Hell, there wasn’t a loop to attach a little Rilakkuma charm to.

And perhaps most critically, there weren’t even emoji.

How the iPhone won over Japan and gave the world emoji – The Verge

Ricordo, tra le tante cose del mio viaggio in Giappone, quanto mi fosse sembrato strano il loro rapporto con il mobile, in termini di funzioni richieste (ed utilizzate e date per scontate) e “mancanze” (tali probabilmente, solo ai miei occhi occidentali). Il sito i-Mode cui fa riferimento l’articolo, per esempio, mi appariva come una specie di “WAP sotto steroidi”.
Per contro, i servizi risultavano a tratti incredibilmente avanzati (e le abitudini sembravano confermarlo, come il guardare la TV su cellulare e poter usufruire di una connettività totale anche in metropolitana).
Va a maggior merito di Apple essere riuscita a penetrare un mercato così differente (pur se con il “cavallo di Troia” delle faccine).

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Esci da questo corpo (in vetro e alluminio)

A me Massimo Mantellini piace. Mi piace come scrive, spesso anche quello che scrive.
Ecco, ho fatto coming out.

Si sa che ognuno ha il proprio tallone d’Achille, quando scrive (se gli va bene, io ne ho tanti da rifornire un reggimento di fanteria).
Questa ne è la rappresentazione plastica.

L’altroieri, il nostro ha pubblicato un post sul suo blog personale, dal titolo: “L’estetica Apple e la mia Scenic”.
Titolo accattivante, da bravo scrittore, argomento a me congeniale. Aria di provocazione, quindi mi tuffo nella lettura.

Ahi.

Perché sono un po’ arrabbiato con Apple? Provo a spiegarvelo con un esempio.

(Foto di iMac – Morandi domina NdR)

Questo è iMac, il migliore (senza discussioni) computer desktop disponibile sul mercato da molti anni. Per la sua semplicità, per la sua praticità e per mille altre ragioni iMac è stato ed è un punto di riferimento in un mercato in graduale declino. Soprattutto è un oggetto bellissimo: in genere i computer desktop sono sempre stati storicamente orribili accrocchi. Anche quella una delle molte ragioni del loro fallimento.

Ottimo. Come iniziare un articolo dal titolo apparentemente provocatorio? Con una captatio benevolentiae nei confronti di coloro (gli utenti Apple soddisfatti) che poi si sentiranno più bastonati in seguito.

Bene: iMac è stato aggiornato esteticamente l’ultima volta il 23 ottobre 2012. Quasi 5 anni fa. Da allora è stato più volte potenziato nelle sue caratteristiche tecniche (l’ultima volta poche settimane fa) ma ha mantenuto identica estetica. Un po’ come se la Renault in questi anni avesse migliorato la Scenic (uso l’esempio dell’auto che posseggo, abbiate pazienza) nelle sue parti meccaniche, ne avesse potenziato il motore, i freni e migliorato i consumi, lasciando identica la carrozzeria.

Ti volti un attimo, ed è subito reductio ad absurdum. Perché è evidente  come l’estetica abbia lo stesso impatto nelle vendite del mercato automobilistico ed in quello informatico.
Certo, come no.
I pc desktop sono – per citare – tutt’ora “orribili accrocchi” nel 90% dei casi. Il 10% restante copia l’iMac. Chissà perché se una casa automobilistica fa per dieci anni solo lievi variazioni allo “scudo frontale” delle proprie vetture parliamo di “family feeling”, mentre qui ci lamentiamo delle mancate innovazioni.

Cosa penso io, fedele e ammirato cliente Apple, quando Apple mi propone l’ultimo imperdibile iMac 5K con la carrozzeria della mia Scenic di 10 anni fa? Io penso – semplicemente – che ad Apple il suo nuovo iMac non interessi più tanto, che abbia altre idee per la testa.

Apple ormai pensa solo ad iPod. Pardon, ad iPhone. Sapete com’è , quando un “argomento” viene usato da quasi quindici anni.
Capita che poi uno si confonda.

Un discorso analogo si potrebbe fare per i macbook: anche i computer portatili di Apple hanno subito in questi anni un percorso simile di sostanziale sottovalutazione prima di tutto estetica. La linea Air è ormai abbandonata, i Pro sono stati aggiornati con scarsa convinzione, all’inizio addirittura con un solo modello. Non va dimenticato che l’estetica condiziona tutto il ciclo produttivo di simili macchine, costringe ad un lavoro di ripensamento complessivo ben diverso dalla sostituzione di una cpu o di uno schermo. Se guardiamo all’innovazione estetica dei macbook (se si eccettua il macbook retina del 2015 interamente ridisegnato) in questi ultimi anni dovremo constatare che anche su quel versante Apple ha deciso di non voler investire enormi energie.

Quindi Apple abbandona i portatili, ma ridisegna interamente il MacBook nel 2015, aggiorna la linea professionale “con scarsa convinzione” (qualsiasi cosa voglia dire) e abbandona una linea che essa stessa aveva creato e che…è stata di fatto sostituita dal “ridisegnato” di cui sopra.

Cosa può essere successo a Apple in questi ultimi anni, all’azienda che una volta si chiamava Apple Computers e ora si chiama Apple Inc.? Una di queste tre cose o più probabilmente un sapiente mix di tutte e tre.

Aria di grandi rivelazioni.

1) Apple ha perso il tocco magico. Dopo la morte di Jobs molte cose sono indubbiamente cambiate. Se ci concentriamo sul solo versante estetico ci accorgeremo che anche iPhone, il prodotto di maggior successo, quella che rende da anni Cupertino ricchissima, ha subito modesti aggiustamenti. E anche iPhone 8 che è stato sapientemente raccontato nell’ultimo anno come il prodotto della svolta, dalle piccole indiscrezioni che girano non sembrerebbe troppo diverso dai suoi ultimi precedessori. Ma sto speculando sul futuro e qui mi fermo.

La Apple non è più quella di Steve Jobs. Un classico immortale. E, come previsto poco sopra, se si analizza il clamoroso declino della società con maggiore capitalizzazione al mondo (diventata tale, se si vuol credere ai teorici dei cambi istantanei, per esclusivo merito di Tim Cook, stante la coincidenza temporale con la sua gestione), si scopre che l’araldo di questa sciagura è il prodotto di maggior successo della storia del commercio e della produzione industriale.
Proprio quell’iPhone che, come sintetizza efficacemente Ryan Christoffel su Macstories:

… is the one device that most people wouldn’t want to be without. For many, it has replaced their need for a traditional computer altogether. The iPhone excels as a tool for communication of any sort – whether iMessages, email, social networking, Slack, or phone calls. It can manage online banking and shopping, replace your credit card with Apple Pay, take incredible photos, handle 4K video editing, and do anything else that there’s an app for. Despite its limited screen size, the iPhone has even become great at web browsing thanks to an increasingly mobile-first web.

Ma continuiamo.

2) Apple, come farebbe qualsiasi azienda, ha semplicemente tolto risorse da vecchi prodotti (iMac e Macbook) per dedicarle ad altro. A iPhone, magari, o ad altre idee che non sappiano (è di questi giorni per esempio l’ammissione di Tim Cook di un interesse dell’azienda per le auto a guida autonoma).

Quindi – come ogni manager assennato farebbe – Tim Cook distrae fondi dai prodotti che rappresentano un’entrata sicura e continua per l’azienda fino al punto da pregiudicarne l’esistenza, per distrarli su ricerca e sviluppo di… boh.
Dimenticavo: alla vostra sinistra potete ammirare, una capriola a 360 gradi: l’iPhone negletto poche righe più su, qui diventa il colpevole del disastro attuale.

3) Apple semplicemente dà per scontato (come tutti) che i computer diventeranno sempre meno importanti. Curiosamente per farlo investe molto sull’iPad Pro trasformandolo passo dopo passo in una specie di macbook (aggiungendo tastiera fisica, annunciando per iOS 11 funzioni di copia incolla e file system) e rallenta su desktop e notebook. Mentre lo fa sposta ogni volta di un passettino il baricento dei suoi sistemi operativi dall’apertura di MacOS verso la claustrofobia di iOS.

iPad Pro trasformato in un computer. Con questa abbiamo visto tutto. IPad (Pro o meno, ma con il Pro è solo più evidente) è un computer. La tastiera fisica (non integrata) è un’evoluzione del fatto che le tastiere bluetooth siano state abbinabili sin dal…2010. Esatto, dall’introduzione dell’iPad. Prima versione.
Tralasciamo per decenza qualsiasi commento sull’introduzione delle “funzioni di copia e incolla” (cavolo, ho iOS 11 installato da anni e non lo sapevo!).
Invitiamo il nostro a controllare – alla voce “file system” – un’app chiamata Readdle Documents. E magari ad approfondire la differenza tra “affinare” ed “introdurre”.

Segue digressione filosofica su quant’era bella la Apple dei tempi andati.

Mi permetto di esprimere un parere: Apple ha avuto alti e bassi durante tutta la sua storia. È spesso stata criticata per le sue scelte, sia quando si sono poi effettivamente rivelate della tavanate galattiche, sia quando con il senno di poi hanno anticipato i tempi in maniera innaturale e ridefinito interi mercati.
Al momento attuale, tra le critiche più fondate che possono esserle rivolte ci sono quelle che riguardano il ritmo glaciale degli aggiornamenti del MacPro.
Dal nostro punto di vista, soprattutto italiano, abbiamo anche il problema di una gestione del cambio $/€ indecente, che trasforma prodotti di fascia alta consumer in gioielli.

Utilizzare come testa d’ariete – e cito – “il migliore (senza discussioni) computer desktop disponibile sul mercato da molti anni” resta una scelta poco comprensibile.
Il tutto, tra l’altro, a valle di uno delle migliori WWDC degli ultimi anni.

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Ti senti solo? Disdici Sky

Dal primo giugno non sono più cliente SKY. È stata una decisione ponderata, pianificata per mesi, poco o nulla “sofferta”.

L’offerta in termini qualitativi e quantitativi di SKY, soprattutto per ciò che riguarda le serie TV, è assolutamente all’altezza del panorama attuale italiano1.

Quello che mi ha (sempre) infastidito, al punto da convincermi a fare il passo dopo anni di abbonamento, è stata la combinazione letale tra il pochissimo tempo a disposizione per fruire della televisione in maniera “classica” (i.e. davanti al televisore) e la pessima gestione dell’online da parte di SKY.
Limitazioni assurde, pagamenti aggiuntivi richiesti per funzioni che dovrebbero nel 2017 essere standard (HD, visione su terminali multipli), gestione del contenuto disponibile all’utente che fa supporre che SKY abbia a disposizione dei datacenter con dischi da 20GB l’uno (e risposte del Servizio Clienti che, pur gentilissime, considerano ogni politica aziendale come la norma).

La richiesta di disdetta, prevedibilmente, va inviata tramite raccomandata ad una casella di posta; si tratta solo di compilare un modulo striminzito con dati semplicissimi (sostanzialmente anagrafica del cliente e numero dell’abbonamento), ma rimane bizzarro come – prassi comune a tanti fornitori dei servizi più vari – la stipula di un contratto possa essere fatta anche in sogno, ma per la disdetta si piombi nel secolo scorso .

Temevo di essere tempestato di richieste ed offerte per annullare la disdetta, come peraltro mi era stato riferito accadere spesso da più persone. Piacevolmente sorpreso constatavo invece come l’unica chiamata ricevuta fosse stata riassumibile con un sobrio:”Conferma che vuole disdire l’abbonamento? Potremmo sapere per cortesia il perché?”.

Ingenuo.

A partire da pochi giorni dopo la fatidica telefonata, è cominciato un vero e proprio martellamento.

Alla fine ho contato:
almeno sei chiamate da operatori diversi, tutti proponenti la medesima offerta (declinata quindi per sei volte);

sette sms che in vario modo riproponevano….la medesima offerta commerciale contenuta nelle telefonate di cui sopra;

una sola – meravigliosa – lettera palesemente precompilata in cui mi si richiedeva di chiamare un numero verde per “importanti comunicazioni riguardanti il mio abbonamento”2 .

Allora ho cominciato a riflettere.
In un’epoca in cui le fonti d’intrattenimento – anche più di quelle d’informazione – sono decisamente sovrabbondanti rispetto al tempo di cui disponiamo per usufruirne, ciò che davvero conta è la facilità d’accesso.
Ma la facilità d’accesso è anche facilità di disconnessione .3

L’ultima cosa che un cliente – spesso insoddisfatto, o non ti lascerebbe – vuole sentirsi dire ripetutamente è quanto sia figo il tuo servizio e quanto sarebbe bello che rimanesse con te.

In questi casi la concisione è una dote impagabile: se la prima chiamata ricevuta fosse stata l’unica (una delle due, siamo buoni, concedendone un’altra puramente commerciale), avrei almeno conservato un buon ricordo del servizio clienti.
Così non è stato.4

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Ovviamente la farsa ha toccato una nuova vetta con l’invio – automatico – di una lettera cartacea che mi ricordava (“Gentile Cliente”) di restituire il materiale in comodato d’uso, per non incorrere nell’applicazione delle penali contrattualmente previste. Lettera inviata cinque giorni dopo la prima data utile per la restituzione (e venticinque prima del termine ultimo) e per di più nel medesimo giorno in cui ho effettuato la restituzione. L’universo ha un gran senso dell’umorismo.


  1. Mi rendo conto che questo possa risultare assai poco lusinghiero, ma credetemi: rispetto anche a solo un paio di anni fa, stiamo andando alla grande. 
  2. Ovviamente, nel mezzo di una procedura di disdetta sostanzialmente silent – lo scambio è stato grossomodo: “vorrei disdire – davvero? – sì – ok, dal primo giugno non sarai più nostro cliente” – ho telefonato quanto prima, certo che fossero necessarie precisazioni o dati ulteriori da parte mia. Una bambolina brutta a chi indovina la natura delle importantissime comunicazioni. Ecco. Bravi. 
  3. In molti casi, questo “anche” sta diventando un “soprattutto”: durate minime contrattuali assurde o “clausole rescissorie” medievali mi hanno spesso trattenuto dal provare servizi che pure mi parevano interessanti. 
  4. La mia esperienza come cliente SKY non finisce qui, un po’ per masochismo e un po’ per razionalità, ma di questo parleremo prossimamente. 
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