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Life In Low-Fi Posts

Esci da questo corpo (in vetro e alluminio)

A me Massimo Mantellini piace. Mi piace come scrive, spesso anche quello che scrive.
Ecco, ho fatto coming out.

Si sa che ognuno ha il proprio tallone d’Achille, quando scrive (se gli va bene, io ne ho tanti da rifornire un reggimento di fanteria).
Questa ne è la rappresentazione plastica.

L’altroieri, il nostro ha pubblicato un post sul suo blog personale, dal titolo: “L’estetica Apple e la mia Scenic”.
Titolo accattivante, da bravo scrittore, argomento a me congeniale. Aria di provocazione, quindi mi tuffo nella lettura.

Ahi.

Perché sono un po’ arrabbiato con Apple? Provo a spiegarvelo con un esempio.

(Foto di iMac – Morandi domina NdR)

Questo è iMac, il migliore (senza discussioni) computer desktop disponibile sul mercato da molti anni. Per la sua semplicità, per la sua praticità e per mille altre ragioni iMac è stato ed è un punto di riferimento in un mercato in graduale declino. Soprattutto è un oggetto bellissimo: in genere i computer desktop sono sempre stati storicamente orribili accrocchi. Anche quella una delle molte ragioni del loro fallimento.

Ottimo. Come iniziare un articolo dal titolo apparentemente provocatorio? Con una captatio benevolentiae nei confronti di coloro (gli utenti Apple soddisfatti) che poi si sentiranno più bastonati in seguito.

Bene: iMac è stato aggiornato esteticamente l’ultima volta il 23 ottobre 2012. Quasi 5 anni fa. Da allora è stato più volte potenziato nelle sue caratteristiche tecniche (l’ultima volta poche settimane fa) ma ha mantenuto identica estetica. Un po’ come se la Renault in questi anni avesse migliorato la Scenic (uso l’esempio dell’auto che posseggo, abbiate pazienza) nelle sue parti meccaniche, ne avesse potenziato il motore, i freni e migliorato i consumi, lasciando identica la carrozzeria.

Ti volti un attimo, ed è subito reductio ad absurdum. Perché è evidente  come l’estetica abbia lo stesso impatto nelle vendite del mercato automobilistico ed in quello informatico.
Certo, come no.
I pc desktop sono – per citare – tutt’ora “orribili accrocchi” nel 90% dei casi. Il 10% restante copia l’iMac. Chissà perché se una casa automobilistica fa per dieci anni solo lievi variazioni allo “scudo frontale” delle proprie vetture parliamo di “family feeling”, mentre qui ci lamentiamo delle mancate innovazioni.

Cosa penso io, fedele e ammirato cliente Apple, quando Apple mi propone l’ultimo imperdibile iMac 5K con la carrozzeria della mia Scenic di 10 anni fa? Io penso – semplicemente – che ad Apple il suo nuovo iMac non interessi più tanto, che abbia altre idee per la testa.

Apple ormai pensa solo ad iPod. Pardon, ad iPhone. Sapete com’è , quando un “argomento” viene usato da quasi quindici anni.
Capita che poi uno si confonda.

Un discorso analogo si potrebbe fare per i macbook: anche i computer portatili di Apple hanno subito in questi anni un percorso simile di sostanziale sottovalutazione prima di tutto estetica. La linea Air è ormai abbandonata, i Pro sono stati aggiornati con scarsa convinzione, all’inizio addirittura con un solo modello. Non va dimenticato che l’estetica condiziona tutto il ciclo produttivo di simili macchine, costringe ad un lavoro di ripensamento complessivo ben diverso dalla sostituzione di una cpu o di uno schermo. Se guardiamo all’innovazione estetica dei macbook (se si eccettua il macbook retina del 2015 interamente ridisegnato) in questi ultimi anni dovremo constatare che anche su quel versante Apple ha deciso di non voler investire enormi energie.

Quindi Apple abbandona i portatili, ma ridisegna interamente il MacBook nel 2015, aggiorna la linea professionale “con scarsa convinzione” (qualsiasi cosa voglia dire) e abbandona una linea che essa stessa aveva creato e che…è stata di fatto sostituita dal “ridisegnato” di cui sopra.

Cosa può essere successo a Apple in questi ultimi anni, all’azienda che una volta si chiamava Apple Computers e ora si chiama Apple Inc.? Una di queste tre cose o più probabilmente un sapiente mix di tutte e tre.

Aria di grandi rivelazioni.

1) Apple ha perso il tocco magico. Dopo la morte di Jobs molte cose sono indubbiamente cambiate. Se ci concentriamo sul solo versante estetico ci accorgeremo che anche iPhone, il prodotto di maggior successo, quella che rende da anni Cupertino ricchissima, ha subito modesti aggiustamenti. E anche iPhone 8 che è stato sapientemente raccontato nell’ultimo anno come il prodotto della svolta, dalle piccole indiscrezioni che girano non sembrerebbe troppo diverso dai suoi ultimi precedessori. Ma sto speculando sul futuro e qui mi fermo.

La Apple non è più quella di Steve Jobs. Un classico immortale. E, come previsto poco sopra, se si analizza il clamoroso declino della società con maggiore capitalizzazione al mondo (diventata tale, se si vuol credere ai teorici dei cambi istantanei, per esclusivo merito di Tim Cook, stante la coincidenza temporale con la sua gestione), si scopre che l’araldo di questa sciagura è il prodotto di maggior successo della storia del commercio e della produzione industriale.
Proprio quell’iPhone che, come sintetizza efficacemente Ryan Christoffel su Macstories:

… is the one device that most people wouldn’t want to be without. For many, it has replaced their need for a traditional computer altogether. The iPhone excels as a tool for communication of any sort – whether iMessages, email, social networking, Slack, or phone calls. It can manage online banking and shopping, replace your credit card with Apple Pay, take incredible photos, handle 4K video editing, and do anything else that there’s an app for. Despite its limited screen size, the iPhone has even become great at web browsing thanks to an increasingly mobile-first web.

Ma continuiamo.

2) Apple, come farebbe qualsiasi azienda, ha semplicemente tolto risorse da vecchi prodotti (iMac e Macbook) per dedicarle ad altro. A iPhone, magari, o ad altre idee che non sappiano (è di questi giorni per esempio l’ammissione di Tim Cook di un interesse dell’azienda per le auto a guida autonoma).

Quindi – come ogni manager assennato farebbe – Tim Cook distrae fondi dai prodotti che rappresentano un’entrata sicura e continua per l’azienda fino al punto da pregiudicarne l’esistenza, per distrarli su ricerca e sviluppo di… boh.
Dimenticavo: alla vostra sinistra potete ammirare, una capriola a 360 gradi: l’iPhone negletto poche righe più su, qui diventa il colpevole del disastro attuale.

3) Apple semplicemente dà per scontato (come tutti) che i computer diventeranno sempre meno importanti. Curiosamente per farlo investe molto sull’iPad Pro trasformandolo passo dopo passo in una specie di macbook (aggiungendo tastiera fisica, annunciando per iOS 11 funzioni di copia incolla e file system) e rallenta su desktop e notebook. Mentre lo fa sposta ogni volta di un passettino il baricento dei suoi sistemi operativi dall’apertura di MacOS verso la claustrofobia di iOS.

iPad Pro trasformato in un computer. Con questa abbiamo visto tutto. IPad (Pro o meno, ma con il Pro è solo più evidente) è un computer. La tastiera fisica (non integrata) è un’evoluzione del fatto che le tastiere bluetooth siano state abbinabili sin dal…2010. Esatto, dall’introduzione dell’iPad. Prima versione.
Tralasciamo per decenza qualsiasi commento sull’introduzione delle “funzioni di copia e incolla” (cavolo, ho iOS 11 installato da anni e non lo sapevo!).
Invitiamo il nostro a controllare – alla voce “file system” – un’app chiamata Readdle Documents. E magari ad approfondire la differenza tra “affinare” ed “introdurre”.

Segue digressione filosofica su quant’era bella la Apple dei tempi andati.

Mi permetto di esprimere un parere: Apple ha avuto alti e bassi durante tutta la sua storia. È spesso stata criticata per le sue scelte, sia quando si sono poi effettivamente rivelate della tavanate galattiche, sia quando con il senno di poi hanno anticipato i tempi in maniera innaturale e ridefinito interi mercati.
Al momento attuale, tra le critiche più fondate che possono esserle rivolte ci sono quelle che riguardano il ritmo glaciale degli aggiornamenti del MacPro.
Dal nostro punto di vista, soprattutto italiano, abbiamo anche il problema di una gestione del cambio $/€ indecente, che trasforma prodotti di fascia alta consumer in gioielli.

Utilizzare come testa d’ariete – e cito – “il migliore (senza discussioni) computer desktop disponibile sul mercato da molti anni” resta una scelta poco comprensibile.
Il tutto, tra l’altro, a valle di uno delle migliori WWDC degli ultimi anni.

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Ti senti solo? Disdici Sky

Dal primo giugno non sono più cliente SKY. È stata una decisione ponderata, pianificata per mesi, poco o nulla “sofferta”.

L’offerta in termini qualitativi e quantitativi di SKY, soprattutto per ciò che riguarda le serie TV, è assolutamente all’altezza del panorama attuale italiano1.

Quello che mi ha (sempre) infastidito, al punto da convincermi a fare il passo dopo anni di abbonamento, è stata la combinazione letale tra il pochissimo tempo a disposizione per fruire della televisione in maniera “classica” (i.e. davanti al televisore) e la pessima gestione dell’online da parte di SKY.
Limitazioni assurde, pagamenti aggiuntivi richiesti per funzioni che dovrebbero nel 2017 essere standard (HD, visione su terminali multipli), gestione del contenuto disponibile all’utente che fa supporre che SKY abbia a disposizione dei datacenter con dischi da 20GB l’uno (e risposte del Servizio Clienti che, pur gentilissime, considerano ogni politica aziendale come la norma).

La richiesta di disdetta, prevedibilmente, va inviata tramite raccomandata ad una casella di posta; si tratta solo di compilare un modulo striminzito con dati semplicissimi (sostanzialmente anagrafica del cliente e numero dell’abbonamento), ma rimane bizzarro come – prassi comune a tanti fornitori dei servizi più vari – la stipula di un contratto possa essere fatta anche in sogno, ma per la disdetta si piombi nel secolo scorso .

Temevo di essere tempestato di richieste ed offerte per annullare la disdetta, come peraltro mi era stato riferito accadere spesso da più persone. Piacevolmente sorpreso constatavo invece come l’unica chiamata ricevuta fosse stata riassumibile con un sobrio:”Conferma che vuole disdire l’abbonamento? Potremmo sapere per cortesia il perché?”.

Ingenuo.

A partire da pochi giorni dopo la fatidica telefonata, è cominciato un vero e proprio martellamento.

Alla fine ho contato:
almeno sei chiamate da operatori diversi, tutti proponenti la medesima offerta (declinata quindi per sei volte);

sette sms che in vario modo riproponevano….la medesima offerta commerciale contenuta nelle telefonate di cui sopra;

una sola – meravigliosa – lettera palesemente precompilata in cui mi si richiedeva di chiamare un numero verde per “importanti comunicazioni riguardanti il mio abbonamento”2 .

Allora ho cominciato a riflettere.
In un’epoca in cui le fonti d’intrattenimento – anche più di quelle d’informazione – sono decisamente sovrabbondanti rispetto al tempo di cui disponiamo per usufruirne, ciò che davvero conta è la facilità d’accesso.
Ma la facilità d’accesso è anche facilità di disconnessione .3

L’ultima cosa che un cliente – spesso insoddisfatto, o non ti lascerebbe – vuole sentirsi dire ripetutamente è quanto sia figo il tuo servizio e quanto sarebbe bello che rimanesse con te.

In questi casi la concisione è una dote impagabile: se la prima chiamata ricevuta fosse stata l’unica (una delle due, siamo buoni, concedendone un’altra puramente commerciale), avrei almeno conservato un buon ricordo del servizio clienti.
Così non è stato.4

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Ovviamente la farsa ha toccato una nuova vetta con l’invio – automatico – di una lettera cartacea che mi ricordava (“Gentile Cliente”) di restituire il materiale in comodato d’uso, per non incorrere nell’applicazione delle penali contrattualmente previste. Lettera inviata cinque giorni dopo la prima data utile per la restituzione (e venticinque prima del termine ultimo) e per di più nel medesimo giorno in cui ho effettuato la restituzione. L’universo ha un gran senso dell’umorismo.


  1. Mi rendo conto che questo possa risultare assai poco lusinghiero, ma credetemi: rispetto anche a solo un paio di anni fa, stiamo andando alla grande. 
  2. Ovviamente, nel mezzo di una procedura di disdetta sostanzialmente silent – lo scambio è stato grossomodo: “vorrei disdire – davvero? – sì – ok, dal primo giugno non sarai più nostro cliente” – ho telefonato quanto prima, certo che fossero necessarie precisazioni o dati ulteriori da parte mia. Una bambolina brutta a chi indovina la natura delle importantissime comunicazioni. Ecco. Bravi. 
  3. In molti casi, questo “anche” sta diventando un “soprattutto”: durate minime contrattuali assurde o “clausole rescissorie” medievali mi hanno spesso trattenuto dal provare servizi che pure mi parevano interessanti. 
  4. La mia esperienza come cliente SKY non finisce qui, un po’ per masochismo e un po’ per razionalità, ma di questo parleremo prossimamente. 
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Perché nessuno si è filato OITNB su The Pirate Bay

I agree with this: Netflix’s best defenses against piracy are the facts that the actual Netflix service is so affordable and so convenient to use. The same thing happened with the iTunes Music Store back in the day.

Daring Fireball

Il pirata (o gruppo di pirati, ancora non si sa e nel caso specifico non importa) ha tentato il colpaccio: memori forse di quanto accaduto anni fa a Sony, ha trafugato i files delle puntate inedite che compongono la prossima stagione di una delle serie più viste degli ultimi anni, Orange Is The New Black. Ha poi tentato una – piuttosto banale – estorsione ai danni di Netflix; in soldoni, pagateci o caricheremo la stagione su un sito di torrent.

Netflix non ha ovviamente pagato, dunque il maltolto è comparso su “un sito di torrent”. Solo che non era uno qualunque, bensì ThePirateBay.

Qualcuno si ricorda di ThePirateBay? Il nemico pubblico numero uno, quello che da solo avrebbe dovuto uccidere l’industria cinematografica, quello dei blocchi DNS spettacolari e della politicizzazione estrema di ciò che era – in maniera evidente – solo “voglia di non pagare il biglietto del cinema/ dvd”1.

La cosa spettacolare è stata che questa “tempesta perfetta” (serie adorata dal pubblico, inedita ed attesissima, su piattaforma diffusa, nota ed “affidabile” per fama) ha avuto bisogno solo della proverbiale tazza di the per dissolversi.
Potremmo anzi dire che non si è proprio formata: il numero di download è stato infatti imbarazzantemente (per i pirati) basso.

Quelli di Netflix hanno così dimostrato (come iTunes Music Store prima di loro), che convenienza – economica – ed accessibilità – sia in termini di disponibilità del contenuto
che di assenza di stupidi vincoli o trucchetti da quattro soldi2 – vince su tutto.

Anche su chi credeva di “scardinare il sistema”, facendo peraltro dei soldi ed un po’ di fama nel frattempo.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. Parliamoci chiaro: sono stato un utente torrent di quel tipo, so di cosa parlo, la mia non è una posizione “a priori”. Posso giustificare questo tipo di pirateria come soluzione parziale e temporanea, come modo per garantire l’accesso a quello che considero cultura (il che comprende anche Don Matteo, Uomini e Donne e i cinepanettoni di Neri Parenti, pur se con discreto sforzo) da parte di chi non può permettersi di sostenere il peso economico equivalente. Ma ho anche sostenuto – sempre – e praticato – appena possibile ed ogni volta che mi è stato possibile – che occorrapagare per ciò che si ritiene meritevole di sostegno; sia esso un film, un disco, un’applicazione o una serie TV (Ragione per cui, tra l’altro, m’inalbero ogni volta che provo a considerare la situazione della distribuzione digitale di queste ultime in Italia. ). Sono anche sempre stato – abbastanza – convinto che la maggior parte delle persone che scaricavano più o meno selvaggiamente come il sottoscritto, ma senza l’ossessione per l’accumulo fine a se stesso, avessero bisogno solo della magica combinazione di disponibilità ed economicità – magari anche solo relativa – per convertirsi a metodi di fruizione legali. Lo pensavo per via di iTunes, ed i fatti mi hanno dato ragione. 
  2. Vero, Chili? Aggiornamento non richiesto e flash: Chili è una piattaforma che va bene solo (e anche lì ci sono dei caveat) per noleggiare. Escludetelo pure dalla lista delle fonti potabili per l’acquisto, ché sembra lo Zune. Seguirà lamentela più esaustiva ed argomentata. 
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Quote Of The Day

The Dutch municipality of Bodegraven-Reeuwijk is testing a new system for traffic lights which embeds a thin strip of LEDs on the pavement before busy road crossings, to signal to inattentive smartphone users whether or not it’s safe to step out.

Kees Oskam, a councillor in the municipality, said that people were increasingly distracted by “social media, games, WhatsApp and music”, at the expense of paying attention to traffic. “We can’t easily reverse this trend, but we want to anticipate it.”

Azzera le conseguenze, mentre cerchi di capire come risolvere il problema.

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Notizie false, sentimenti reali e processo alle intenzioni.

Deviamo dagli argomenti usuali (ma da un certo punto di vitsa nemmeno poi tanto), grazie ad un post del NiemanLab:

Is it still fake news if it makes you feel good? (Yes, yes it is): Updates from the fake news world
Link

La domanda è semplice, come spesso accade, e la risposta è assai complessa, come sempre accade.

Prendo a prestito anche la teoria della filter bubble, che pone a mio avviso il problema nei giusti termini. Siamo propensi – naturalmente, ed in questo i social network non ci aiutano, anzi – ad accettare tesi che confermano i nostri pregiudizi: se qualcun’altra ci dà ragione, deve per forza dire la verità.

Rischiamo quindi di trasformarci in veicolo di diffusione di bufale (la terminologia infettiva non è casuale) tanto più quanto questo si avvicinano alle nostre posizioni; ciò dovrebbe spingerci a verificarle con maggiore attenzione.

Tuttavia, credo che il vero discrimine sia nella gestione dell’errore: chiunque prima o poi incorrerà nella bufala presa per buona.
L’onestà intelletti di riconoscerlo, magari pubblicamente, e porvi rimedio sarà allora l’unica cosa che ci distinguerà dal fuffaro professionale.

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Il dono della sintesi.

Come utilizzare 2.155 caratteri per dire ciò che si poteva esprimere con l’ultima frase:

the AirPods are brilliant, they really are, but they don’t quite do what I need them to.

Shaun McGill – Lost in mobile

Questo è uno dei motivi per cui da un po’ di tempo non aggiorno. Se non si ha granché da dire, o se ciò che si vuole dire è esprimibile in una forma sufficientemente ridotta (mantenendo un’invidiabile chiarezza) da richiedere lo spazio di un tweet, il resto è rumore di fondo.

Cui io non intendo aggiungere il mio1.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. E sì, anche questo post potrebbe essere considerato tale; lungi da me il considerarmi esente da errori. 
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Quote of the day

A me pare che oggi il problema principale di Sky sia quello di continuare a comportarsi come un business del passato. Sky oggi è la major del disco che continua a propagandare i propri CD musicali, è l’editore che punta sulla carta delle edicole, è il supermercato che attira i clienti con i bollini per le pentole.

 Mantellini – Sky e lo spirito del tempo 

Da qui in avanti, la fotografia è perfetta.

Stay Tuned,
Mr.Frost

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The Man In The High Castle – La bellezza arriva a chi sa aspettare

Una serie tecnicamente notevole.
Tratta da un libro famoso (giustamente) di un autore che adoro.

Una serie in apparenza fredda, i cui drammi e le cui trame appaiono come calcolati e “tattici” per quasi tutta la prima stagione, fino ad arrivare a condurre all’esasperazione alcuni1.

Poi però arrivano le ultime due puntate della stagione.
Una sequenza di eventi che trasformano la partita a scacchi che è la serie fino a quel momento in un terrificante piano inclinato, sul quale nessuno riesce a reggersi in piedi.

A questo potremmo aggiungere una – probabile – riflessione su quanto l’arte possa influenzare la vita e le scelte di ognuno, anche quando si tratta palesemente (ma lo è davvero?) di finzione.
Attribuire più valore ad un’opera che rappresenta ciò che avrebbe potuto essere che alla propria vita, solo perché è una scelta che concede la speranza assente dalla realtà.

Fatevi un favore ed investite questa decina di ore.

Stay Tuned,
Mr.Frost


  1. John Gruber si chiedeva poco tempo fa su Twitter- con un certo smarrimento – se fosse lui l’unico a trovarla “semplicemente noiosa”. 
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Quote Of The Day

I bring this contrast up because I believe it is what focuses the minds at Apple. For them it’s pretty clear where the puck is going. And not just now. Mobile has been foreseeable as a disruption to computing a decade ago–at least to some of us.

And so what do you with the Mac?

To answer this we have to ask what exactly is the purpose of the Mac in the age of the Mobile device?

Note that this is not the same as asking what is the PC in this world. The PC is not having to share a resource pool with an iPad/iPhone. It does not have to answer for its existence to a phone. PC makers and Microsoft are not fighting with an usurper in their midst. They may see the outsider challenger but it’s not an inside challenger. This makes all the difference.

Even so, it may seem that Apple is pulling punches. The product could have evolved into the full-touch, dual screens, pen input, hybrid model of Windows. But that only makes sense if you don’t have a mobile product that is promising the same and tearing up the world at the same time.

You’ve unleashed a disruptive force and now you’re supposed to retrofit the incumbent with the tools to compete. Why not just let the disruptor grow up unhindered.

The Mac is what it is because it’s not alone. It’s part of a family. It is a parent. It strives to be better but will not take the future from its child.

Wherefore art thou Macintosh? | Asymco

Stay Tuned,
Mr.Frost

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Super Mario RUN – La prima è gratis, se ti piace ritorni

Io odio i freemium. Davvero, con tutto il cuore.
Sono d’accordo con quanti dicono che – in parecchi casi – si tratta di un espediente per aggirare la mancanza di demo sullo Store, specialmente lato iOS.
Ma quelle sono situazioni palesi, che riconosci all’istante e con una facilità ridicola.
Quello che detesto sono gli spillasoldi.

Quei giochi che ti accalappiano con un Gratis (sostituito, durante la dittatura degli imbecilli nella quale viviamo da un Ottieni), grazie al quale tu scarichi fiducioso…il primo livello.
Fin qui saremmo nel suddetto caso demo, di quelle che si sono trasferite dalle cassette ai floppy ai CD ai DVD alla rete1.
Il fatto è che lo spillasoldi lo riconosci subito dopo.

Precisamente nel momento in cui, divertito e soddisfatto dalla demo decidi insensatamente di premiare gli sviluppatori acquistando quello che credi sia il resto del gioco.

E lì inizia l’orrore.

I livelli sono una dozzina.
Costano 0,99€ l’uno.
Non c’è  un acquisto unico per tutti (magari scontato).
Le armi supplementari sono disponibili solo come acquisto in App – direttamente o grazie al fatto che per ottenerle ci vogliono migliardi di monete virtuali, per ottenere a loro volta le quali hai di fronte un’alternativa simile a quelle dei film sui campi di prigionia in Vietnam2: o rigiochi per qualcosa come mille anni il dannatissimo primo livello (magari con restrizioni di tempo minimo tra una partita e l’altra), oppure paghi. Tanto.

Qualche giorno fa, con un prevedibile botto di download iniziale, un altrettanto prevedibile incasso da capogiro in IaP e molta fanfara, Nintendo ha rilasciato su App Store Super Mario RUN.

I più attenti tra voi tre avranno notato che dietro al nome del più famoso idraulico italiano (eccezion fatta forse per quelli interpretati da Rocco Siffredi nei porno) non c’è uno dei soliti suffissi che tanto fanno felici noi videogiocatori d’annata.

Niente “Bros.”, niente “World”, nemmeno uno sfigato (si fa per dire) “Kart”.

Perché questo non è propriamente un platform.
È un – rullo di tamburi – endless runner.

Esatto.

Come questo.
Questo.
Oppure questo.

Come questo, persino.

A questo punto, so perfettamente che faccia avete.
La stessa che ho fatto io, alla presentazione e per le tre ore successive.

Se non vengo fulminato istantaneamente dalla pletora di commentatori entusiasti, Viticci in testa, forse posso spiegare meglio il mio pensiero.

Perché, se da un lato è palese che non è tutto oro quel che luccica, d’altra parte questo gioco è bello.
A tratti molto bello.
Ed il suo significato per Nintendo, per Apple, per il gioco mobile e per l’industria in generale è enorme.

Super Mario RUN è – ad oggi – l’endless runner più appetibile nello Store.
È uno di quelli – se non quello in assoluto – con la grafica migliore (escludo volutamente dal confronto gli “esercizi di stile” come il mio adorato Canabalt qui sopra).
Soprattutto, è dannatamente divertente.
Non avvincente, non profondo, non intenso.
Divertente.
E sa il cielo quanto abbiamo bisogno di giochi divertenti.

Super Mario RUN è un gioco per perfezionisti, perché per raccogliere tutte le monete bisogna rigiocare i livelli più e più volte.
Ma non è frustrante, perché se finite il livello avendo raccolto una sola moneta lo passate esattamente come se aveste fatto la miglior partita del mondo.

È breve, relativamente (6 mondi da 4 quadri l’uno), abbastanza da farvi intravedere la fine ed invogliarvi così ad arrivarci.
Ma non è troppo breve, così da non farci rimpiangere i soldi spesi.

Qui torniamo al freemium, perché 10€ dopo 3 quadri possono sembrare tanti.
A mitigare parzialmente il senso di rischio c’è il nome del produttore e quello del personaggio: potrebbe mai seriamente Nintendo bruciarsi IL suo personaggio rappresentativo (fan di Zelda, Pokémon e Metroid state buoni) in un giochino abbozzato?3

Sia chiaro, dunque, che se siete tra coloro che considerano giusto pagare per un gioco, questo li vale.
Tutti.

Cosa significa per Nintendo far uscire un grande gioco per una piattaforma hardware non Nintendo? Cosa per Apple? Cosa per i concorrenti?

Nintendo si apre, riconoscendo definitivamente che il mondo strettamente mobile è un mercato che non si può più ignorare, per dimensioni, remuneratività, diffusione e demografia.
Nel mondo c’è più di un miliardo di dispositivi iOS attivi, un numero che nessun produttore di console può nemmeno sognare di raggiungere.
La maggior parte di questi è in mano ad utenti che, statisticamente, hanno dimostrato più volte una certa tendenza a spendere per le app che utilizzano.

Tuttavia il fattore più importante è quello demografico.

La maggior parte di utenti iOS non è un videogicatore. A stento sa cosa sia Nintendo. Probabilmente non ha mai avuto una console, e se l’ha avuta e se per caso era prodotta da Nintendo era una Wii e si è limitato ad usare Wii Sports e/o Wii Fit.
Ma gioca con l’iPhone, magari anche solo a Ruzzle (qualcuno lo ricorda?). Indovinate un po’ come ha scoperto Ruzzle? Con la pubblicità ed il passaparola.
Può un personaggio come Mario avere un impatto pubblicitario e “sociale” inferiore ad una versione facilitata del Paroliere?

Apple guadagna ciò che per i concorrenti è impensabile: un gioco ufficiale, originale ed in esclusiva di una delle massime icone del gaming, su una non console che non reca nemmeno il marchio del produttore (fosse stata la Apple dei tempi dell’iPod U24, probabilmente sarebbe uscito almeno un iPod touch Mario Edition – e fossi in Apple io lo farei al volo5).
Una dimostrazione di forza, di abilità commerciale e di attrattiva non indifferente, specie quando si considera per contrasto la fatica immane che sta dimostrando nell’unificare e coordinare i servizi di streaming (vedere alla voce “Netflix che resta fuori dall’app TV”).

I concorrenti restano a guardare. Da un lato questa è, come detto sopra, la prova che Apple ha ancora un vantaggio – fosse anche solo commerciale – su qualsiasi rivale.
D’altra parte, dimostra come nessuno sia immune al fascino delle piattaforme mobili; se Google riuscisse ad ottenere lo spostamento verso la fascia premium che prova a dettare ai produttori di terminali Android (almeno ai maggiori tra essi, teminali incendiari a parte), potrebbe proporsi come valida alternativa per altri grandi nomi in attesa di un hardware su cui sviluppare nuove versioni dei propri cavalli di battaglia6).

Insomma, noi ci godiamo un gioco divertente e ben realizzato, la cui longevità è assolutamente maggiore rispetto a quanto ci si aspetterebbe, nonché a quanto sembri ad una prima, frettolosa occhiata.
Nel frattempo, vecchi equilibri che davamo per scontati nel ramo più remunerativo dell’intrattenimento vengono sconvolti, ed un nuovo assetto – l’ennesimo – si profila all’orizzonte.

Ancora una volta, it’s Mario Time.

Stay Tuned,
Mr.Frost

P.S. Una distopia perfetta per spiegare cosa sarebbe Mario RUN se ricadesse nella categoria degli spillasoldi di cui sopra.


  1. Sono abbastanza vecchio da ricordare tutti questo supporti.
    Ma abbastanza giovane da menarvi se ridete di ciò. 
  2. Più o meno testualmente:”Uccidi tuo compagno prigioniero che conosci da vent’anni e dei cui figli sei padrino, oppure noi uccide lui, te, sua famiglia, tua famiglia e questo piccolo cucciolo di Labrador con occhioni”. 
  3. Cattiveria gratuita: molto meglio devastarsi l’immagine con hardware discutibile. 
  4. O di quello marcato HP, o di quello marcato Harry Potter, o di quello Product RED. 
  5. Livrea dedicata, “colonna sonora originale” precaricata, magari un quadro/mondo in esclusiva, anche solo temporanea. Tim, se lo fate e fate i miliardi ti lascio l’IBAN per la mia percentuale. 
  6. Se SEGA fosse ancora quella dei tempi d’oro, potremmo giurare che un Sonic RUN è già in lavorazione. 
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